plenariaParigi, 12 dicembre 2015 – Ambizioso e allo stesso tempo realista. Cosi l’ha definito il presidente Hollande. Equilibrato, con margini di miglioramento, in ogni caso buono, positivo, condiviso. Certamente storico. E universale. E’ fatta. L’Accordo di Parigi é approvato oggi da 196 paesi del mondo, praticamente tutti, e segna l’inizio di un nuovo cammino, di un’era senza fossili, da realizzare anche accetttando qualche compromesso, ma con l’accordo unanime del mondo.

Sara’ firmato formalmente, stando a quanto si legge nel documento, il 22 aprile del 2016 in una cerimonia ufficiale, la cui organizzazione e’ affidata al Segretario delle Nazioni Unite. Chi non facesse in tempo a ratificare l’Accordo di Parigi per quella data, puo’ farlo fino al 21 aprile dell’anno successivo.

Ambizioso, si. I 194 paesi riuniti a COP21 approvano l’obiettivo di consentire al pianeta di non riscaldarsi piu’ di 2 gradi. Anzi, la meta finale e’ un grado e mezzo al massimo: “Il presente accordo punta a rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico… e gli sforzi per sradicare la povertà, anche attraverso il mantenimento dell’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2° C rispetto ai livelli preindustriali perseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5° C, riconoscendo che questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici; ad accrescere la capacità di adattarsi agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e la resilienza, puntando su uno sviluppo a basse emissioni di gas serra, cosi da non mettere a repentaglio la produzione alimentare; fare in modo che la finanza scorre in linea con un percorso verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo clima-resiliente. Questo Accordo sarà attuato in modo da riflettere l’equità e il principio di comuni ma differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse situazioni nazionali”, recita l’articolo 2.

Migliorato, rispetto alle bozze precedenti. Le nottate hanno portato buon consiglio. Il testo, infatti, ad esempio, non indica piú una data di entrata in vigore (nella versione precedente era “non prima del 1 gennaio 2020“), ma e’ una vaghezza positiva, perche’ potrebbe anche accadere molto presto. L’articolo 21, infatti, dice che l’Accordo entra in vigore a partire dal trentesimo giorno successivo al momento in cui almeno 55 Parti della Convenzione (paesi) che insieme compongano il 55% delle emissioni totali di gas serra abbiano depositato i loro strumenti di ratifica, accettazione, approvazione dell’Accordo.

55% di emissioni globali si fanno presto, tra USA, Europa e qualche altro stato che ha aderito alla Coalizione delle Alte Ambizioni. Se le ratifiche nazionali arrivassero a stretto giro, l’Accordo di Parigi potrebbe persino entrare in vigore nel 2016.

Altri nodi migliorati rispetto ai testi precedenti sono le quattro date che accompagnano i primi passi dell’Accordo.

2016: gli Stati che non hanno ancora presentato i propri piani (contributi, i cosiddetti INDCs) per la riduzione delle emissioni, dovranno farlo entro la prossima COP di novembre.

2017: si chiede che l’IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change, il gruppo di scienziati  che lavora per fornire alle Nazione Unite dati e rapporti sulle questioni dei cambiamenti climatici) elabori uno studio entro il 2017 in modo che tutti i paesi abbiano il quadro della situazione, indicazioni su come agire per mitigare il climate change e poter eventualmente proporre miglioramenti alle loro proposte nazionali di riduzione.

Nel 2018, infatti, e’ previsto nell’accordo un nuovo appuntamento su base volontaria per presentare eventuali miglioramenti ai propri contributi alla causa comune (INDCs).

Nel 2023, invece, l’appuntamento e’ per le verifiche degli obiettivi e la presentazione dei nuovi piani. Da quel momento, ci si rivede ogni 5 anni.

Nel testo dell’Accordo si nota “con preoccupazione che la stima di livelli di emissione di gas a effetto serra in aggregato al 2025 e al 2030 risultanti dalla somma dei contributi nazionali presentati non rientrano neppure nello scenario dei 2 gradi C, ma piuttosto portano ad un livello previsto di 55 gigatonnellate nel 2030. Si rileva inoltre che gli sforzi di riduzione delle emissioni richiesti saranno molto più alti di quelli connessi alla prevista determinazione a livello nazionale” e per determinarne la quantitá al fine di restare sotto il grado e mezzo, si rimanda ad un report nuovo dell’IPCC da ricevere entro il 2018.

Buono anche il fatto che i 100 miliardi all’anno di risorse per i cambiamenti climatici sono il minimo. Ovvero, la cifra deve essere aumentata, nero su bianco. Anche se non e’ scritto esattamente come reperirli. Ci sono tecnologie, know how e tanto altro nel pacchetto. I benefici saranno distribuiti anche  tramite un sistema che premiera’ quegli stati che sapranno attivarsi al meglio e svilupparsi secondo nuovi modelli sostenibili. Sono previste misure per l’adattamento, la resilienza, in particolare per i paesi piu’ vulnerabili.

Resta purtroppo un po’ sul vago, ma immaginiamo che non sia stato possibile trovare altre formule piu pregnanti da far accettare a tutti, l’obiettivo di riduzione delle emissioni e l’inizio ufficiale dell’inversione di marcia. Da una parte si invitano le Parti a presentare le proprie strategie di riduzione a lungo termine (meta’ secolo) entro il 2020. In un altro passaggio, il testo dice: “Al fine di raggiungere l’obiettivo di temperatura a lungo termine di cui all’articolo 2, le parti mirano a raggiungere un picco globale delle emissioni di gas a effetto serra nel più breve tempo possibile, riconoscendo che per alcuni paesi questo picco avverra’ in tempi piu’ lunghi”. Ma vogliono “intraprendere riduzioni rapide da allora in poi secondo le indicazioni del mondo scientifico, in modo da raggiungere un equilibrio tra emissioni antropiche e assorbimento nella seconda met’di questo secolo, sulla base del patrimonio netto, e nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà”. 

Positivo invece che si voglia iniziare a tentare un percorso di allineamento delle date, delle scadenze, dei metodi di calcolo, dei parametri e delle date di riferimento delle percentuali di riduzione. Nel testo c’e scritto che “le Parti garantiscono la coerenza metodologica, anche per quanto riguarda le linee di base, fra la comunicazione e la realizzazione  dei contributi stabiliti a livello nazionale. Le parti rappresentano le emissioni antropiche e le riduzioni in conformità con le metodologie e  le misurazioni dell’IPCC adottate dalla Conferenza delle Parti”. Si tenta di razionalizzare, cosí da facilitare calcoli, rendicontazioni, ed avere la situazione globale sotto controllo. Si tenta,  perche’ non si puo’ imporre. Ogni Stato fa come crede. Chi vuol barare, almeno agli occhi dell’opinione pubblica poco attenta, puo’ continuare a farlo.

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