di Michela Salvetti*

Antonio Montinaro aveva ventinove anni, era sposato e padre di due bambini; faceva un lavoro in cui credeva e a cui si dedicava con passione: era un poliziotto e il capo scorta di Giovanni Falcone.

In un’intervista radiofonica, registrata dalla moglie, possiamo riascoltarne la voce: «Io ho sempre  sostenuto che chiunque fa questa attività ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualcosa che tutti abbiamo, chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange, è un sentimento umano. È la vigliaccheria che non si capisce, non deve rientrare nell’ottica umana. Io come tutti gli uomini ho paura indubbiamente, ma non sono vigliacco. Nella mia posizione la paura è lasciare magari i bambini soli. Per l’uomo sposato la paura si gestisce in virtù della propria famiglia: si ha paura di lasciarli soli, si ha paura di non avere la capacità di morire per una ragione valida. Certamente in Italia, se si muore perché si è poliziotti poi non so fino a che punto valga la pena, e l’abbiamo visto: in molti casi ci si dimentica quasi completamente delle famiglie dei poliziotti uccisi…»

Il 23 maggio 1992 Antonio Montinaro si reca al lavoro, nel pomeriggio chiama casa per salutare la moglie e assicurarsi che i bambini stessero bene, come abitualmente faceva quando era in servizio.

Alle 17.56 la carica di esplosivo nascosta sotto il condotto autostradale che uccise Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo venne fatta esplodere, colpendo in pieno la prima auto su cui viaggiavano tre uomini della scorta: Antonio Mortinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani morirono carbonizzati.

Antonio Montinaro ed i suoi colleghi sono solo alcuni dei tanti uomini della scorta uccisi:  l’elenco dei loro nomi rischia di assomigliare alla lista dei caduti che si usava incidere sui monumenti dedicati alla vittime di guerra. Eppure anche quella che essi hanno combattuto è una sorta di guerra, di cui siamo soliti ricordare solo le figure considerate più autorevoli, per questo è’ giusto fare scorrere i loro nomi che non dovrebbe appartenere solo al ricordo delle famiglie, ma entrare a far parte della memoria collettiva.

Nell’attentato a Paolo Borsellino morirono Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Nella strage di via Fani durante il rapimento di Moro morirono: Domenico Ricci; Giulio Rivera, Francesco Zizzi; Raffaele Iozzino e Oreste Leopardi. Nell’attentato al generale Dalla Chiesa morirono la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente della scorta Domenico Russo,  nell’attentato al giudice Chinnici morirono i carabinieri  Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta.

Nonostante il sacrificio di vite umane, c’è ancora chi affronta questa professione in piena coscienza, consapevole di assumere un impegno che è civile, sì, ma anche etico e dei rischi che esso comporta.

G, è un agente della scorta; maturò questa scelta nel periodo in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quando aveva 23 anni e da allora ha continuato a farlo, interpretando questo compito come un modo di testimoniare i valori che lo spinsero ad entrare nelle forze dell’ordine.

«Faccio questo lavoro con passione perché per me rappresenta la scelta di mettermi a disposizione della comunità, e in particolare ho scelto di proteggere chi con il suo lavoro vuole garantire la legalità, reprimendo il crimine e promuovendo un altro tipo di cultura. La paura c’è sempre, soprattutto quando hai una famiglia e la tua scelta ricade su di loro, ma non deve prevalere. Cambiano le personalità che scortiamo, ma con tutti dobbiamo rapportarci in modo da proteggere loro e noi stessi. Sento di aver fallito quando la persona che devo tutelare non esce di casa perché ha paura. Le relazioni sono sempre molto professionali, ma può capitare che si instaurino rapporti di maggiore vicinanza. Mi ricordo tra gli altri un magistrato che scortavo tanti anni fa, lui mi ha imparato: il suo modo di relazionarsi a colleghi o criminali… Non ci siamo più incontrati ma a Natale ci telefoniamo sempre…>>  (testimonianza raccolta telefonicamente).

Il suo lavoro, dice G., ha senso solo letto all’interno delle istituzioni in nome di cui si opera, un puzzle in cui autorità giudiziaria e forze di polizia lavorano con l’obiettivo di ripristinare la legalità a partire dalle proprie competenze. Va ricordato che si diventa agenti della scorta per scelta, dopo una selezione ed un corso di specializzazione con periodi continui di aggiornamento, convivendo con la consapevolezza del rischio di poter morire.

L’alta professionalità non tutela lo strumento della scorta da un suo uso improprio: le cronache denunciano situazioni in cui vengono messe in dubbio la reale necessità di alcune personalità di essere scortate o viene criticato il numero eccessivo degli agenti preposti alla scorta.

L’impiego della scorta per fini non istituzionali e la soddisfazione di esigenze private sono aspetti insidiosi a cui l’agente con difficoltà può sottrarsi. La responsabilità in questi casi non è di chi compie il proprio lavoro, ma di chi vuole trasformare un servizio di tutela in un atto servile, abusando della funzione affidata alla scorta. Garantire che ci siano anche momenti in cui una persona possa godere di una vita privata in sicurezza, non significa svilire il ruolo degli agenti della scorta trasformandoli in autisti privati o in camerieri. La scorta dovrebbe servire a permettere  alla persona protetta di poter svolgere il proprio lavoro, non ha la funzione primaria di garante della sua privacy o delle sue esigenze private.

Se esistono episodi di  mala gestione di questo strumento, va ribadito che lo spirito di servizio che porta le persone a scegliere questo lavoro, oggi, rimane inalterato.  

Chi decide di fare l’agente della scorta testimonia una scelta di coerenza rispetto ai principi legati alla divisa che indossa,  una coerenza che  dovrà però rinnovare ogni giorno perchè nessuna professione ‘ è di per sé garanzia di un comportamento etico.

Paolo Borsellino- rispondendo alla figlia che gli chiedeva come potesse cambiare la condizione d’illegalità se non avesse fatto il magistrato – le rispose: <<…ascolta Lucia, farei il mio lavoro con lo stesso spirito anche se fossi il portiere di un condominio. Non è importante cosa si faccia, è importante che qualunque cosa venga fatta con amore e con tutte le proprie forze>> (Ti racconterò tutte le storie che potrò, Agnese Borsellino)

Le scelte che faremo nello svolgere il nostro lavoro determineranno il contributo che daremo alla costruzione di un  senso di legalità radicata, magari coltivando il sogno che un giorno non servano più gli uomini della scorta perchè il Diritto sarà rispettato ovunque.

Un’utopia irrealizzabile ma che ci aiuta a ricordare che non può essere considerato ‘normale’ che si debba rischiare la vita per fare il proprio lavoro o per permettere alle persone di poterlo fare.

 

*psicologa consulente Ministero della Giustizia

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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