di Alessandro Zampetti

“Le molestie sessuali sono uno dei rischi più frequenti per i giornalisti, anzi le giornaliste. Ed è anche il tema più delicato da raccontare, quello in cui fare verifiche e ascoltare testimonianze tra i compiti più difficili”, dice Jina Moore al Festival del Giornalismo di Perugia.

La giornalista statunitense del The New York Times, famosissima per aver scritto moltissimi articoli nei quali denuncia, da più di 25 paesi, storie di prostituzione, tratta di esseri umani, violenza e molestie sessuali e di genere, parla di #UsToo, di abusi sessuali, minacce di genere e libertà di stampa.

La campagna #MeToo ha già raggiunto un picco massimo, dice Moore, e la cosa preoccupante è che oggi rischia di diventare un boomerang: la azione delle donne che è partita che è partita dopo le rivelazioni di abusi e molestie sessuali nel mondo del cinema come moto di rabbia, oggi sta scatenando reazioni contrarie di fastidio, di rigetto e addirittura di nuova violenza. 

Il suo lavoro sui rischi di genere per i rifugiati in Europa, nel 2015, ha spinto l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a migliorare il lavoro di prevenzione della violenza di genere.

“Bisogna far emergere le storie mai raccontate”, continua Moore. Ma per i giornalisti non è una partita semplice: ascoltare e far parlare le vittime è molto difficile, così come è difficile scriverne. Ancor più difficile è fare lavoro di fact checking su questi argomenti. Dopo #MeToo – spiega ancora Moore – si tende finalmente a credere a ciò che le donne denunciano, ma un giornalista dovrebbe anche ascoltare la versione del presunto molestatore o violentatore.

(video intervista di Luca Buono)

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