di Gabriele Ripandelli, Filippo Cipressa, Filippo Bianchi

“Vorrei chiedere ai miei colleghi giornalisti se la loro vita è felice?” Con questa domanda Jacopo Tondelli, direttore de “Gli stati generali” apre la conferenza al festival internazionale del giornalismo #ijf18 con Massimo Gallo, direttore de “Il Napolista” e Federico Ferrazza, direttore di “Wired”. “I click intaccano la felicità”, “la ricerca dell’immediatezza della notizia intacca la felicità – continua Tondelli – oggi un giornalista non può essere felice, figuriamoci se può sopravvivere sul cartaceo in un mondo ormai social”.

Tre realtà esemplari come quelli dei giornali di cui loro tre sono direttori possono cercare di dare la giusta risposta a tutte queste frasi che sono balzate almeno una volta nella mente di tutti e cercare di diminuire la paura verso il “web demonio distruttore del cartaceo”. Ad esempio Massimo Gallo racconta che nella sua carriera ha vissuto in prima persona il cambiamento del giornalismo e per questo può parlare e paragonare quello degli anni novanta, quando ha iniziato il mestiere, a quello di oggi. Allora il giornale su carta regnava sovrano e così si riusciva a vendere un numero di copie dieci volte superiore a quello attuale. Il direttore de “Il Napolista” spiega anche che il rapporto tra il giornalista ed il lettore basato oggi principalmente sui commenti social – spesso senza risposta – sotto i post social delle testate. Una volta era molto più forte. Ricorda quando, a seguito di una sua recensione molto critica riguardo uno spettacolo di teatro, la compagnia teatrale fosse andata in redazione il giorno successivo all’uscita dell’articolo per minacciarlo.

Quello che si vede oggi è l’effetto prodotto da due processi avvenuti in contemporanea, in maniera diversa ma con lo stesso esito, da due parti in contatto. Se da una parte i quotidiani hanno iniziato progressivamente a chiudersi, dall’altra i lettori non comprendevano cosa stessero leggendo e si sono stufati delle letture approfondite. È fondamentale, secondo Gallo, che il giornalista abbia un riscontro tangibile di quello che scrive da parte dei lettori.

Si allinea con la stessa corrente di pensiero anche Federico Ferrazza, che vede proprio nel bisogno di percepire le reazioni dei lettore il passaggio al mondo del web. I giornali hanno premuto l’acceleratore del giornalismo digitale, volendo creare un mondo d’informazione virtuale teso a riallacciare i legami con il lettore.

Questa scelta però ha portato ad un bisogno di monetizzare attraverso i click e dunque a cercare di più la viralità e l’immediatezza, togliendo spesso gli approfondimenti e lasciando il flash della notizia fulminea che ti colpisce ma rende piatte e limitate le tue conoscenze. Ci sono però anche molti giornali, come i tre coinvolti nel panel che stanno mostrando una forte identità e vanno spesso, come dice Gallo, anche ad infastidire il lettore, presentando ciò che non vuole leggere senza doverlo inseguire con notizie rapide. Il giornale di cui Gallo è direttore cerca di far capire l’errore dei luoghi comuni nei confronti dei napoletani, come ad esempio, l’immagine che li vuole creature che vivono solo di calcio, pizza e babà. Idea affascinante per chi viene fuori da Napoli, ma detestata dai napoletani. Notizie positive arrivano da Tondelli, esempio vivente di come si possa passare da un giornale di un certa caratura come il Corriere della Sera per aprire una realtà solo per passione personale “Non sempre si sta bene in una grande struttura ed ho fatto una cosa che mi faceva star ben e- dice il direttore de “Gli Stati Generali”- non sempre gli interessi economici sono negativi, dato che di qualcosa bisogna vivere, e soprattutto la schiavitù dai propri lettori non è sempre meglio di quella dagli interessi economici” Tondelli, poi, aggiunge ai microfoni gNe dopo la conferenza che ha fiducia nel web e pensa che si stia facendo un buon processo per far comprendere quanto un articolo più approfondito sia più importante dei click, poiché un contenuto anche se spinto da grandi nomi come Google e Facebook  sarà mai competitivo come i big. Sembra che la stessa idea l’abbiano avuta anche importanti investitori, i quali stanno preferendo puntare su chi ha una forte identità. Stanno dunque salvando la felicità del giornalista indipendente, forte e creativo.

Facebook Comments

Post a comment

9 + 3 =