Trivella FreeQuando nel 2011 gli italiani furono chiamati a votare per 4 referendum abrogativi tra cui la produzione su territorio nazionale di energia elettrica nucleare, eravamo in pieno Governo Berlusconi.
Nel 2011 erano state già prefissate le elezioni amministrative per il 15 e 16 maggio e i comitati e le associazioni pro acqua pubblica e contro il nucleare chiedevano a gran voce l’accorpamento dei referendum in modo da poter raggiungere più facilmente il quorum (50% +1) garantendo così il rispetto della volontà popolare.
Oltre ad avere un importanza sul piano democratico, la fissazione della data ha anche un importanza economica, e lo spiegava bene il Partito Democratico, allora all’opposizione, attraverso le parole di Dario Franceschini: “il Consiglio dei Ministri ha anticipato un no all’election day, dire di no all’election day significa buttare dalla finestra almeno 300 milioni di euro in un momento in cui le imprese e le famiglie italiane sono in grande difficoltà”.
Tutti sappiamo come andò a finire, nonostante le pressioni della società civile e le considerazioni economiche, il Governo Berlusconi rifiutò l’istituzione dell’election day ma il quorum referendario venne comunque raggiunto con grande soddisfazione di chi si era battuto per l’acqua pubblica e per un paese privo di centrali nucleari.

A distanza di 5 anni la situazione che si presentava era pressoché identica: elezioni amministrative a giugno e referendum sulle attività petrolifere in mare che aspettava solo una data. Ciò che è cambiato rispetto al 2011 è il Governo del paese, ora a guida PD, presieduto da Renzi e dove Dario Franceschini ha un ruolo di spicco: è l’attuale Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. Come per il precedente referendum, anche in questo caso, era arrivata la richiesta di accorpamento referendum-amministrative promossa da associazioni, comuni e regioni.
Visto il precedente, era lecito aspettarsi un’apertura da parte del Governo. Apertura che invece non c’è stata. Si, perché il Governo Renzi ha pensato bene di fissare un mese prima delle amministrative (il 17 aprile) la data per il referendum, bruciando di fatto quei famosi 300 milioni di euro che tanto servivano ad imprese e cittadini in epoca Berlusconi. Tale decisione è stata, poi, avallata anche dal Quirinale con la motivazione “è possibile abbinare referendum ed elezioni soltanto attraverso un’apposita legge” e questo, semmai servisse, conferma ancora di più la mancata volontà politica del Governo di garantire il raggiungimento del quorum.

Ma come ci siamo arrivati al 17 aprile? Facciamo un piccolo passo indietro.
Il 28 novembre 2015, la Corte di Cassazione aveva dato il via a 6 quesiti referendari proposti da 10 regioni (1 poi si è sfilata, ne bastano 5 per la richiesta di un referendum). Le regioni erano contro le norme dello Sblocca Italia che, a loro dire, favorivano le attività petrolifere a discapito di una gestione del territorio improntata sulla bellezza del paesaggio e il turismo. In risposta al volere delle regioni, il Governo Renzi si è subito attivato modificando la legge di Stabilità del 2015 in modo da aggirare i referendum proposti. In base a queste modifiche è riuscito a disinnescare 5 dei 6 referendum destinati a noi cittadini e, per questo motivo, siamo chiamati ad esprimerci solo sul “divieto di attività di prospezione ricerca e coltivazione idrocarburi entro le 12 miglia marine”.
Inoltre, fissando il referendum per il 17 aprile, ha inciso negativamente anche sulla campagna di informazione. È, infatti, la più corta campagna di informazione di un referendum nella storia italiana.

Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.
Nelle ultime settimane la direzione del PD ha invitato all’astensione. “E’ scandaloso che il partito democratico si sia iscritto tra i soggetti politici che faranno campagna per l’astensione al referendum del 17 aprile” afferma Rossella Muroni, presidente di Legambiente.
In effetti, un partito più che invitare all’astensione dovrebbe invitare i cittadini ad informarsi e a partecipare alla vita democratica. È proprio questo il senso e il merito di un referendum: far discutere la collettività di temi fondamentali (come quello energetico) per il presente e il futuro del nostro paese.
Successivamente all’invito pervenuto da Palazzo Chigi, si è espresso in materia anche Gian Luca Galletti, attuale ministro dell’ambiente. “Se voto, voterò no“. La dichiarazione spiazza in parte l’opinione pubblica (ma neanche tanto, considerato che si era in precedenza espresso a favore del nucleare e contro l’acqua pubblica) per due motivi. Il primo è che ci si aspetta maggior cautela da parte di Galletti, dato il ruolo ricoperto, così centrale in questo referendum. Il secondo è che forse la sua dichiarazione meritava delle spiegazioni, delle motivazioni supportate da dati e numeri, sempre fondamentali quando si parla di occupazione, ambiente, energia, inquinamento, clima.
Ma la contraddizione maggiore si è palesata in terra straniera. Nei giorni scorsi, il presidente del Consiglio, ha inaugurato un impianto Enel Green Power (un impianto ibrido capace di utilizzare contemporaneamente geotermico, solare fotovoltaico e solare termico) negli Stati Uniti, a Stillwater, nel Nevada.
Renzi ha scritto su facebook che “le rinnovabili vedono l’Italia tra i leader mondiali e ne siamo orgogliosi. Ma dobbiamo avere consapevolezza che un mondo che va avanti solo a rinnovabili per il momento è solo un sogno. Dobbiamo ridurre la dipendenza dai fossili e le emissioni, come abbiamo fatto negli ultimi 25 anni, ma il petrolio e gas naturale serviranno ancora a lungo: non sprecare ciò che abbiamo è il primo comandamento per tutti noi”.
Dichiarazioni ambigue che da un parte lodano le fonti rinnovabili italiane (bisognerebbe però ricordare a Renzi che il suo governo sta fortemente puntando sulle fonti fossili proprio a discapito delle energie rinnovabili) e dall’altra strizzano l’occhio alle lobby petrolifere in ottica referendum e che si scontrano, neanche a distanza di 48 ore, con gli avvenimenti di casa nostra.

Il ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, si è dimessa. Da un’intercettazione emerge che avrebbe fatto inserire nella legge di Stabilità 2015 un emendamento (prima bocciato e poi reinserito) in cui si autorizzava il progetto Tempa Rossa.
Il progetto, portato avanti dalla TOTAL, autorizzava l’estrazione di petrolio (attraverso una “concessione”) nella valle del Sauro (centro della Basilicata), zona ad alto valore turistico e a rischio sismicità.
L’inchiesta portata avanti dalla procura di Potenza, che ha già autorizzato gli arresti di 5 funzionari e dipendenti del centro oli Eni di Viggiano, vede coinvolto anche Gianluca Gemelli (fidanzato dell’ex, ormai, ministro Guidi), interessato che si sbloccasse l’affare Tempa Rossa perché, secondo l’accusa, le sue aziende avrebbero beneficiato di circa 2,5 milioni di euro. “Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se … è d’accordo anche Mariaelena (ministro Boschi) la … quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte. Alle quattro di notte… Rimetterlo dentro alla legge… con l’emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa … ehm … dall’altra parte si muove tutto!”, è questa l’intercettazione che inchioda Federica Guidi proprio mentre parla al telefono dell’emendamento con il suo fidanzato: per l’accusa avrebbe fatto gli interessi di Gemelli e non della collettività.
Non si sono fatte attendere le reazioni delle associazioni promotrici del SI al referendum. Tra le più attive, oltre a Greenpeace, Legambiente che ha diffuso un comunicato: “Andare a votare il 17 aprile significa dare un segnale sulla politica energetica che vogliamo. Questo referendum ha una valenza che va ben oltre il quesito sulla durata delle concessioni di ricerca ed estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia: è una presa di posizione sul futuro e il presente che costruiamo per le persone e i territori. Una presa di posizione – politica economica e morale – che lo scandalo lucano e le dimissioni del ministro Guidi rendono ancora più urgente”. E ancora, “quando si parla di petrolio  la posta economica in gioco è altissima: secondo l’ultimo studio del Fondo Monetario Internazionale nel 2015 i sussidi alle fonti fossili sono stati pari a 5300 miliardi di dollari (10 milioni di dollari al minuto), tanto quanto il 6,5% del PIL mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo“.

Nel rapporto “Rinnovabili nel mirino” di Greenpeace vengono messi in risalto numeri preoccupanti e in controtendenza con le altre nazioni. Nel 2012  in Italia erano entrati in esercizio quasi 150 mila nuovi impianti fotovoltaici: nel primo anno dell’era Renzi sono stati appena 722. Lo scorso anno si sono persi 4000 posti di lavoro solo nel settore eolico. Greenpeace spiega che il governo Renzi è riuscito ad ostacolare le energie rinnovabili scoraggiando il risparmio energetico con la modifica della bolletta elettrica (in pratica è stata tolta la progressività, ora, in proporzione, paga di meno chi consuma di più), bloccando i piccoli impianti, specialmente quelli fotovoltaici. Tutto questo mentre nel nostro paese aumentano gli investimenti nei combustibili fossili. Per il Fondo monetario internazionale, l’Italia ha investito 12,8 miliardi di $ nel 2013 e 13,2 miliardi di $ nel 2014 nel settore fossile.
Se confrontiamo gli incentivi per le fonti rinnovabili tra Germania e Italia, la Germania investe 23 miliardi, mentre l’Italia non arriva a 11 miliardi.

Secondo Transparency, associazione contro la corruzione, il settore delle estrazioni degli idrocarburi è tra quelli maggiormente a rischio corruzione con un tasso di corruzione percepita del 25%. Di fianco Trasparency, si schierano anche importanti ONG come Global Witness che, riprendendo dati OCSE, mostra come su 427 casi analizzati tra 1999 e il 2014 nei settori del petrolio, del gas e delle risorse minerarie, i casi di corruzione registrati ammontano al 19%.

Il 17 aprile i cittadini italiani, oltre ad esprimersi in materia energetica, climatica, occupazionale ed industriale, saranno chiamati anche a scegliere sulla trasparenza di questo governo e del settore fossile.
Un motivo in più per andare a votare.

 

Giornalisti Nell’Erba è tra i primi ad aver aderito al comitato nazionale “Vota SI per fermare le trivelle”.  Vi invitiamo ad andare a votare il 17 aprile.