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7 novembre 2016, sala stampa Camera dei Deputati – Se parliamo di emissioni inquinanti, “l‘Italia vista da Parigi” non deve essere poi questo spettacolo. È ciò che sostengono l’associazione A SUD e CDCA (Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali) con il dossier sugli impegni internazionali e le politiche nazionali di contrasto al cambiamento climatico in cui viene criticata la mancanza di politiche climatiche del nostro Paese troppo impegnato a favorire il settore fossile. All’evento ha partecipato anche la Coalizione Clima avanzando le sue richieste per la COP22 di Marrakech (iniziata proprio nella stessa giornata). Alla conferenza erano presenti: Marica Di Pierri (Presidente CDCA), Tosca Ballerini (Ricercatrice), Francesca Rocchi(Coalizione Clima), Serena Pellegrino (Vice Presidente Commissione Ambiente), Salvatore Micillo (Commissione Ambiente).
La Coalizione Italiana Clima è composta da oltre 250 fra associazioni e movimenti ambientalisti, sociali e religiosi, organizzazioni sindacali e imprenditoriali, reti di studenti, media (tra cui Giornalisti nell’Erba), enti locali e singoli cittadini.

Cosa propone la Coalizione per COP22?
A un anno di distanza dall’Accordo di Parigi la Colazione l’adozione di politiche concrete non è più rinviabile.coalizione-clima-logo
Sono necessarie politiche di decarbonizzazione per riuscire a restare entro 1,5° di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali.
È richiesto un impegno nella lotta per la giustizia climatica, intesa come transizione a un modello di sviluppo alternativo e sostenibile che garantisca:  sovranità alimentare, accesso all’acqua e all’energia per tutti, diritto alla terra, tutela dei beni comuni, autodeterminazione dei popoli, pace fra i popoli, piena occupazione e lavoro dignitoso, difesa dei diritti dei migranti, equa ripartizione delle risorse del pianeta, il diritto alla salute.
La COP22 si svolge in Africa, uno dei continenti più colpiti dai cambiamenti climatici, un continente che ha subito e subisce gli effetti drammatici del neocolonialismo e del neoliberismo, un continente con uno dei più bassi rapporti pro-capite in termini di emissioni di CO2 ma che paga uno dei prezzi più alti in termini di vite umane, guerre per l’accaparramento di risorse e di migrazioni climatiche.
Bisogna aumentare il livello di ambizione dell’accordo, rendere effettiva la partecipazione, tutelarne l’efficacia. Gli impegni nazionali volontari (NDC) assunti nell’Accordo di Parigi non sono sufficienti a garantire gli obiettivi di contenimento dell’aumento delle temperature. La COP22 deve avviare da subito un processo di revisione per elevare gli impegni di riduzione delle emissioni e accelerare la transizione a un’economia a zero emissioni di carbonio. Inoltre, gli impegni assunti dai singoli Paesi devono essere salvaguardati da possibili cause di risarcimento presso arbitrati di risoluzione delle controversie inseriti in accordi internazionali, come sottolineato da una risoluzione del Parlamento Europeo dell’ottobre 2015.

Cosa chiede all’Europa?
Gli impegni al 2030 devono essere rivisti alla luce dell’obiettivo di 1,5°C e occorre intervenire prima del 2020. E’ necessaria una coerenza delle politiche europee per evitare che processi in altri ambiti, come quello economico-commerciale, possano inficiare l’Accordo di Parigi e gli obiettivi che si propone di raggiungere.

Cosa chiede all’Italia?
L’Italia è colpevolmente impreparata alla sfida climatica, in contrasto con gli impegni presi. Il nostro Paese non ha ancora nessun piano strategico per la decarbonizzazione dell’economia nè per la giusta transizione dei lavoratori coinvolti nei processi di cambiamento e non ha assunto nessuna misura di sostegno e incentivazione alla transizione a un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Proprio come sostiene il dossier “L’Italia vista da Parigi” (qui il link al dossier) presentato da Marica Di Pierri (video).

La Coalizione ritiene che per colmare il divario di emissioni che ci allontana da una traiettoria sicura all’interno dei +1,5°C è necessario valutare ogni scelta in materia di investimenti, politica economica, fiscale, industriale e infrastrutturale anche alla luce delle esigenze di transizione climatica.
Per questo non può sfuggire nessuna occasione:  dalla Legge di Bilancio, al Piano Nazionale Industria 4.0, dalla Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, alla necessaria e urgente revisione della Strategia Energetica Nazionale per promuovere una riconversione sostenibile dei modelli di produzione e di consumo. La pianificazione strategica deve essere perseguita attraverso il dialogo sociale e con il coinvolgimento democratico e partecipato dei territori, delle comunità e dei lavoratori.
Da non sottovalutare anche l’attuazione di piani di adattamento e di manutenzione dei territori, siamo in forte ritardo per la definizione delle linee guida di coordinamento nazionale per la definizione delle politiche e dei piani di attuazione locali e nella definizione delle macro aree.
I confini naturali dell’Italia, le Alpi e il Mediterraneo stanno risentendo moltissimo dei cambiamenti climatici in atto. Le minacce per l’ecosistema alpino e quello mediterraneo non sono un problema solo italiano ma l’Italia può avere un ruolo centrale dettato proprio dalla sua posizione geografica e dall’essere un ponte climatico tra due continenti. L’Italia deve promuovere la cooperazione con i paesi confinanti e con tutti quelli che si affacciano sul Mare Nostrum per definire obiettivi concreti, chiedendo anche all’Unione Europea di trovare le risorse necessarie.
Il nostro Paese ha urgente bisogno di un piano straordinario per la progettazione e realizzazione delle bonifiche del territorio, la messa in sicurezza e la manutenzione del territorio dal rischio idrogeologico, la messa in sicurezza sismica del patrimonio immobiliare pubblico e privato, la tutela del patrimonio artistico e culturale.
Sono queste le vere opere strategiche di cui il nostro paese ha bisogno e sono veramente indifferibili, urgenti e di pubblica utilità. Necessitano pertanto di finanziamenti pubblici adeguati e devono essere sostenuti da un piano straordinario di occupazione. Va adottato un provvedimento legislativo per il consumo di suolo zero e deve essere adottata una normativa legislativa specifica sulla gestione dell’acqua che recepisca la volontà popolare espressa nell’esito referendario.

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