Acqua e Clima, summit internazionale di Roma – 5 Continenti, 35 organismi di bacino, 34 bacini idrografici che insieme rappresentano circa 3 miliardi di persone sparse per tutto il mondo. Sono questi i numeri dei Paesi che hanno preso parte al summit di Roma per discutere di “Acqua e Clima“.
Gli effetti dei cambiamenti climatici intensificano i periodi di siccità, quelli di pioggia (ed in Italia lo sappiamo bene) generando conseguenze negative su svariati settori. Come quello agricolo, cruciale per la sussistenza del genere umano.
Durante la 3 giorni di Roma sono state le nazioni africane ad animare il dibattito mettendo a confronto esperienze e, soprattutto, criticità per la gestione dell’acqua.
Voci come quella di Abdou Ramani Traore, presente al summit per rappresentare il bacino del Niger che, durante l’intervento, ha tenuto a portarci “Su una barca che attraversa il nostro corso d’acqua dove c’è una società civile fatta da pastori, agricoltori, pescatori”. Una società civile messa alle strette dalla scarsità di acqua che aumenta di anno in anno e che si riflette in un degrado dell’intero ecosistema. E una società civile che non deve essere accantonata, ma messa al centro dei progetti di adattamento al clima che cambia perché “Parlare degli Accordi di Parigi non servirà a nulla se non serve a migliorare la condizione di queste persone. I progetti non vanno imposti ma devono coinvolgere chi vive nei luoghi interessati, altrimenti il risultato non potrà essere diverso da un fallimento”.
E voci come quella di Kathim Kherraz, Segretario esecutivo dell‘Osservatorio del Sahara e del Sahel (OSS), critico nei confronti della politica internazionale: “Non c’è tempo da perdere, i Paesi poveri ed in via di sviluppo non possono più aspettare. C’è bisogno di un dialogo più serio per comprendere i bisogni reali delle popolazioni che subiscono in modo massiccio i colpi legati al clima ed alla siccità. E anche se alcuni economisti dicono che ci sono parametri da rispettare, abbiamo necessità adesso dei fondi internazionali. Dobbiamo essere più uniti, non ne usciremo mai se ognuno rimane con le proprio convinzioni nel proprio angolo”. Kherraz ha sottolineato anche l’importanza della condivisione dei dati, come afferma ai nostri microfoni (video).

 

La questione è la solita: economica
La verità è che, anche in questa occasione, i contrasti sono emersi soprattutto quando si parla di finanziamenti. La gestione sostenibile dei fiumi, dei laghi, delle acque transfrontaliere e delle falde acquifere, necessita di massicci investimenti da fare nel breve termine, se vogliamo scongiurare l’inasprimento delle crisi ambientali dettate dal connubio inquinamento-clima.
Il punto è che, al momento, l’acqua non sembra attrarre tutti quei finanziamenti che invece si spostano quando si parla di mitigazione al cambiamento climatico. Questo perché il discorso viene fatto sempre all’interno di una sostenibilità prettamente finanziaria. Ad esempio, i progetti spesso vedono coinvolto il settore privato che per agire deve fiutare l’opportunità (seppure di lungo termine) di business. Non basta solo l’aspetto etico.
Inoltre, altro elemento, i Paesi poveri lamentano un ritardo tra richiesta di aiuto e arrivo degli investimenti. Ritardo che si traduce in costi legati all’inazione e un rischio maggiore per il successo dell’operazione.
Ma i Paesi industrializzati sanno bene di essere i responsabili dell’inquinamento e del cambiamento climatico (“La verità è che stiamo pagando un debito e stiamo investendo nel futuro dell’umanità”, dice il ministro Galletti al Summit), fenomeno che esacerba la quantità di acqua disponibile in Africa e nel resto del mondo. Anche per questo si cerca di mediare per nuove soluzioni.
Infine, oltre al danno c’è pure la beffa. Perché i Paesi africani, insieme agli altri che possiedono minore disponibilità economica, sono proprio quelli collocati nelle zone più vulnerabili agli impatti del clima che cambia. Come conferma Gian Maria Milesi Ferretti del Fondo Monetario Internazionale (video).

I disastri naturali hanno causato nel periodo 2003-2013 circa 1500 miliardi di dollari di danni nel mondo (secondo la  FAO e a differenza di quanto dice il Ministero dell’Ambiente), la zona dell’Africa subsahariana è la più colpita. A livello globale, l’acqua è responsabile del 90% degli eventi estremi.

 

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