Si sa: l’Italia è il paese che consuma più acqua minerale in bottiglia in Europa (in media il doppio dei paesi europei), ma quest’anno almeno si è fatta “soffiare” il secondo posto nel monto dalla Thailandia (primo il Messico). Ne beviamo tanta in bottiglia perché la nostra è tra le migliori al mondo. Così come lo è quella del rubinetto, però. I dati di studi recenti aiutano a comprendere l’atteggiamento restio nel cambiare le proprie abitudini (ad esempio il 58,1% degli over 55 non usufruisce e non usufruirebbe del servizio offerto dai chioschi comunali e le regioni del sud Italia sono quelle meno propense ad utilizzare i chicchi offerti dai vari comuni), ma segnano una lieve tendenza anti-plastica.

Negli ultimi quattro anni, secondo i dati della ricerca svolta da Open Mind Research per conto di Aqua Italia (associazione delle imprese che trattano acque primarie non reflue) su un campione di duemila abitanti su tutto il territorio, gli italiani hanno aumentato del 10% il consumo di acqua corrente, mentre i Chioschi sono addirittura decuplicati.

Incoraggiante è anche la percentuale dei consumatori delle attività commerciali (il 23,7% dichiara di bere acqua trattata del rubinetto, il 50,8% lo farebbe se gli venisse offerta).

Un altro criterio utilizzato nello studio per differenziare chi beve o berrebbe acqua corrente è l’istruzione. Infatti tra gli intervistati da Open Mind Research coloro che hanno dichiarato di essere disposti a bere o che già bevono acqua corrente sono mediamente coloro che hanno un livello di istruzione avanzato, mentre una risposta negativa arriva da quelli che non hanno terminato gli studi; questo ovviamente dimostra una maggiore coscienza individuale e una sensibilità globale da parte degli intervistati con un maggiore livello di istruzione.

Per quanto l’acqua in bottiglia abbia un impatto ambientale notevole, vale la pena considerare tanti altri aspetti della sostenibilità dell’acqua, aspetti sociali ed economici.

Per quanto l’acqua corrente sia il mezzo più comodo, veloce ed ecologico di consumo, si deve tenere presente che il 38% circa dell’acqua che passa per la rete di tubature italiane viene dispersa. Un paradosso tutto made in Italy, dovuto da una scarsa attenzione e ristrutturazione del complesso della rete idrica nazionale sia in aree ricche d’acqua, sia dove l’acqua scarseggia.

Anche nell’ipotesi in cui avessimo una coesione totale dei consumatori d’acqua propensi a bere esclusivamente acqua corrente trattata, non potremmo comunque di punto in bianco abbandonare il consumo di acqua in bottiglia: siamo il secondo esportatore europeo di acqua minerale in bottiglia in tutto il mondo e questo produce un giro d’affari non indifferente. Inoltre sarebbe uno spreco non usufruire in larga scala delle fonti naturali d’acqua minerale che abbiamo a disposizione su tutto il territorio; per non parlare del lavoro che offrono le imprese che gestiscono, si occupano, curano le fonti, quelle che imbottigliano e distribuiscono, e quelle che vendono.

Non abbiamo bisogno di un monopolio dell’acqua né da un fronte né dall’altro, né tutto pubblico né tutto privato: abbiamo bisogno di sensibilizzazione, innovazione (e manutenzione), conoscenza e partecipazione che parta dall’alto per distribuirsi poi, come un liquido in un recipiente, ad ogni fascia sociale e di età. L’acqua è un bene che troppo spesso viene dato per scontato, dando adito a sprechi da un lato e plusvalutazione del prodotto acqua dall’altro: la San Pellegrino o l’Evian fuori dal loro paese di origine hanno prezzi da beni di lusso non di prima necessità.

Sempre di più i comuni che incentivano l’utilizzo dei chioschi (2021 chioschi nel 2017 contro i 213 del 2010) che distribuiscono acqua trattata, con un vantaggio economico, ma soprattutto ecologico: si pensi, infatti, che, valutando il prelievo annuo di 300.000 litri da un chiosco si ottengono:

• 200.000 bottiglie PET da 1,5 l prodotte in meno;

• 60.000 kg di PET in meno (30g/bottiglia);

• 1.380kg di CO2 risparmiati per la produzione di PET;

  • 7.800 kg di CO2 in meno per il trasporto (stimando una media di 350km)

Numeri da capogiro se fatti su scala nazionale.

Ovviamente nei comuni più piccoli è più semplice incentivare l’utilizzo dei chioschi, ma da qualcuno doveva pur partire no..?

Altri numeri della ricerca fatta per conto di Acqua Italia da Open Mind Research: secondo la ricerca del 2018 (che sarà presentata in occasione dell’Earth Day), il 67,9%  degli intervistati sa che esistono i chioschi (in aumento di quasi un punto percentuale sul 2016) e nel 48,4% dei casi il comune di residenza offre il servizio. Gli intervistati hanno dichiarato nel 15,4% dei casi di farne uso e nel 33% dei casi di non aderire. La conoscenza del servizio è più alta tra coloro che bevono abitualmente l’acqua del rubinetto (75,2% vs 67,9%) e la fruizione dello stesso, per questo sottoinsieme, sale al 19,5% (rispetto alla media del 15,4%). L’interesse e il consumo dell’acqua distribuita con i Chioschi riguarda il 49% di chi consuma abitualmente acqua del rubinetto e circa il 42% di chi ne fa un uso sporadico.

A livello demografico, usa/userebbe il servizio il 54,1% dei 18/24enni mentre non la usa/userebbe il 58,1% dei 55/64enni. A livello professionale, infine, si riscontra la maggiore abitudine al consumo (abituale o possibile) tra gli studenti (52%) mentre sono le casalinghe ad essere la categoria con la più alta percentuale di diffidenza rispetto al servizio (59,5%).

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