Fare un giro all’inferno, per poi essere catapultati in paradiso con pezzi di cielo caduti vicino a te oppure ritrovarsi in uno scavo archeologico. Non stiamo presentando una nuova storia fantascientifica stile “Viaggio al centro della terra” e neanche i sogni di qualche visionario, ma stiamo parlando della metropolitana di Stoccolma. Nella capitale della Svezia, infatti, dagli anni ’70 la metro rende possibile tutto questo attraverso una mostra in più di novanta delle sue centodieci fermate. Si tratta della mostra più lunga al mondo ed è ormai diventata parte della cultura scandinava e della sua storia artistica. Sorprendente che non si parli di semplici quadri, ma di vere e proprie costruzioni che hanno modificato le varie fermate andando a renderle quasi un luogo di un altro mondo e a creare dunque un universo a sé stante. La prima linea di questo mezzo pubblico è stata costruita nel 1950, per poi nel corso degli anni essere stata ampliata ed essere arrivata attualmente a tre linee ferroviarie. La prima trasformazione in una galleria d’arte è avvenuta nel 1957.

Nel periodo natalizio di quest’anno, ma ciclicamente ogni anno, vari media ne hanno parlato, come “La Stampa” in Italia e la “Cnn” nei paesi anglosassoni.

Di quelle opere, tra cui anche mosaici e graffiti, realizzate da centocinquanta artisti l’attenzione cade soprattutto su alcune fermate principali, oggetto di bellissimo servizi fotografici di Conor MacNeil e di Alexander Dragunov, ma anche di tanti scatti di turisti di passaggio, pubblicati e raccolti in tantissimi archivi online, oltre che sui social.

Passando per Solna Centrum sembra di entrare oppure scappare dall’inferno, a seconda della direzione in cui stiamo viaggiando, a causa del rosso scuro con cui sono state colorate le pareti cavernose. Caratteristica che “La Stampa”, nel suo ultimo articolo del dicembre 2017, vede come una metafora provocante e come ammonizione per i problemi legati all’industrializzazione, all’inquinamento ambientale, al cambiamento climatico, come indica anche la foresta di abeti realizzata alla stessa fermata.

Mentre nel “Solna Strand” si cambia completamente visione e dal grigio delle pareti si vedono spuntare cubi di un cielo limpido in cui sono presenti anche nuvole bianche. Come dice anche il titolo “Heaven Beside You”, un cubo è collocato a terra per realizzare l’effetto caduta. Questa fermata offre sensazioni decisamente più serene; l’angoscia del rosso che ti pervade viene sostituita con l’immagine di cielo che fin da piccoli vediamo come un’immagine positiva.

Il forte uso di un colore viene ripreso nella fermata Akalla, nell’opera “Yellow”. Un colore, il giallo, in questa versione né troppo acceso né troppo scuro, che non scuote l’animo dell’osservatore, ma lo ammalia: potrebbe rimanere delle ore perso in quella contemplazione. La stessa scelta cromatica viene usata per le fermate “Universitetet” e “Rådhuset”, in cui l’uso, rispettivamente, del colore grigio e marrone, serve a dare l’idea di pareti levigate dal passare dal tempo e delle intemperie in cui sono scavate due grotte naturali molto realistiche. Il soffitto della seconda fermata potrebbe anche essere visto come una grande nube marrone-rossiccia che passa, portando dietro di se il tempo, la distruzione e tutto quello che incontra, mostrando sotto il muro dei resti di una colonna romana.

Giochi di colore sono utilizzati  anche nelle fermate “Tekniska Högskolan” e “Stadion”, in cui l’uso del bianco e del blu sembra rappresentare il grande freddo della Scandinavia, ma mostrato come un qualcosa di puro, purificatore, come si vede anche nel titolo dell’opera della seconda fermata, “Under the rainbow”, e dall’uso dei colori che realizzano un’arcobaleno movimentato che si adagia alle pareti della stazione.

In “Kungsträdgården” e “Huvudsta” il colore principale è il verde che non è solo quello delle grandi foreste scandinave, ma anche il colore tipico dell’invidia come evidenziato dal titolo della prima fermata “Green with envy”. Invidia che viene subito pensare potrebbe essere quella legata alle meraviglie di quelle terre, o in senso esteso di quelle fermate. Ma le scacchiere bianche e nere, rappresentate nel soffitto, e i cordoni bianchi e rossi tra il soffitto e i muri, fanno pensare all’invidia verso qualcosa di diverso, più legato al mondo dell’infanzia o a quello dei giochi e delle gare.

La fermata “Duvbo” viene realizzata come un grande scavo archeologico a cielo aperto, in cui vari segni sui soffitti e sulle pareti sembrano simboleggiare quello che rimane di scavi fatti in precedenza.

“T-centralen” in uno sfondo diviso tra bianco e un blu acceso, presenta il disegno schematizzato delle foglie di un vigneto con le dimensioni dell’intera sala. Queste grandissime foglie sono realizzate in modo cosi’ semplice da sembrare avere quasi un valore tribale ed un volersi riallacciare ad un cultura antica.

Le realizzazioni di “Skarpnäck” riportano più chiaramente l’eco di arte antica, a partire dal titolo, “Stockholm Stonehenge”, quasi a voler riportare le grandi opere monumentali di Stonehenge a Stoccolma, realizzando una moltitudine di troni di pietra uguale a quella presente in Inghilterra.

Interessante è vedere anche come l’opera degli artisti nella metropolitana svedese sia riproposta giustamente ai lettori ogni anno, quasi fosse una novità. E interessante leggere nel tempo le interpretazioni che di queste opere sui media.

Si diceva, ad esempio, che nel dicembre 2017 “La Stampa”, nel suo ultimo articolo, nell”inferno” e nella foresta di abeti di Solne Centrum vede come una metafora dei problemi legati all’industrializzazione, all’inquinamento, al cambiamento climatico. Interessante vedere come la stessa Stampa, pubblicando il pezzo uscito su “Stile” nel novembre 2013 parli di suggestioni neoclassiche, mentre in quello del 2014 il titolo attribuisca alla metro una visione green del paese quale “testimonianza di un processo di cambiamento dei luoghi dell’arte che si associa al concetto di sostenibilità e rifiuto della costruzione selvaggia”. E mentre l’Huffington Post, nel gennaio 2013, dedica l’articolo al fotografo Alexander Dragunov che dedica un reportage alla Tunnelbana di Stoccolma, la Repubblica, nel settembre 2013, punta più sulle reminiscenze classicheggianti della stazione Central Kungsträdgården affrescata con l’opera di  Ulrik Samuelson, l’Ansa, novembre 2013, rivela che nel museo sotterraneo sono attive le visite guidate, e invece, a novembre di quest’anno, il Corriere, nella sua 27esimaora, offre una sintesi dell’intervista al Guardian dell’artista Liv Strömquist: nella galleria della metropolitana si combattono i tabù con l’arte: “Le mestruazioni sono ancora un argomento tabù per molte persone – spiega l’artista – qualcosa da nominare con giri di parole o da non nominare affatto, e soprattutto da non mostrare”.

Anche questo articolo offre interpretazioni soggettive, quelle personali dell’autore. E’ uno dei tanti inviti ciclici a applaudire un progetto di grande valore, un progetto lanciato nei lontani anni ‘50 da Vera Nilsson e Siri Derkert per portare l’arte a chi non va a cercarla, per fare del mondo sotterraneo, spazio frequentatissimo dagli abitanti di una città fredda e attiva, una sorta di “foro romano”, come spiega Johanna Malmivaara, una delle guide che porta gruppi di turisti nella tunnelbana (citata da Repubblica) e ovviamente per invogliare ad usare mezzi pubblici sostenibili.

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