Allevamenti intensivi, animali maltrattati, costretti in strette gabbie, morenti, abbandonati a se stessi. In internet ce n’è per tutti i gusti, basta digitare poche parole nella barra delle ricerche per trovare l’orrore. Ma in rete, si sa, girano anche tante informazioni costruite ad arte per colpire l’opinione pubblica, spesso tante bufale e, non di rado, vengono presentate come italiane realtà molto lontane da noi. Qual è la situazione reale in Italia? Come fare per sapere garantito il benessere degli animali? Dobbiamo forse smettere di mangiare carne per far sì che venga rispettato? Lo abbiamo chiesto agli esperti del settore presenti al Festival del Giornalismo Alimentare di Torino. L’equazione è semplice secondo Pietro Sardo, presidente di Fondazione Slow Food, “se la carne è di qualità, è stato rispettato il benessere dell’animale”, e ciò secondo la fondazione significa “allevare bene, in modo sostenibile e in ambienti sani”. 

Occorre, a questo punto, far chiarezza su cosa si intenda per “benessere animale“. Da un punto di vista normativo “è la capacità di adattamento di un animale all’ambiente in cui vive” spiega Bartolomeo Griglio, Associazione Italiana Veterinaria Medicina Pubblica. “L’Unione Europea – continua il veterinario – ha previsto delle normative che stabiliscono dei requisiti minimi che devono essere verificati dalle aziende sanitarie locali e in particolare dai servizi veterinari”.

Sembrerebbe quindi logico pensare che per garantire il benessere degli animali, la soluzione ideale sia quella di lasciarli liberi di pascolare all’aria aperta. Eppure, ci spiega Sebastiana Failla, ricercatrice in zootecnia e agricoltura CREA, gli animali al pascolo consumano di più e non sviluppano quel panicolo adiposo che garantisce una corretta conservazione della carcassa prima della frollatura. 

“È importate mantenere un giusto equilibrio tale che l’animale possa accumulare il grasso necessario alla formazione del panicolo adiposo per una buona conservazione della carcassa, e allo stesso tempo si abitui alla presenza dell’uomo e ai luoghi della produzione”, conclude la ricercatrice. L’innovazione tecnologica si configura come elemento di grande supporto nella ricerca di questo equilibrio. Un esempio arriva da Coalvi, il Consorzio di Tutela della Razza Piemontese, che in collaborazione con un’azienda israeliana specializzata nel monitoraggio degli animali e un’azienda che si occupa di robotizzazione ha creato un app che avverte attraverso lo smartphone in caso di disagio dell’animale oppure somministra un maggior numero di pasti, spiega Luca Varetto.

Insomma, avere a cuore il benessere animale comporta tenere alta l’attenzione su numerosi aspetti, afferenti sia l’aspetto giuridico che zootecnico. Ma come può il consumatore sapere se questi aspetti sono rispettati? “Il consumatore italiano può star tranquillo: nel nostro Paese la cura del benessere animale è rispettata” dice Andrea Bertaglio, scrittore e giornalista, “non conviene a nessuno il contrario. Un animale maltrattato produce un prodotto scadente e, inoltre, le normative vigenti impongono multe salate. Il nostro Paese prevede anche il carcere in caso di maltrattamenti sugli animali”.

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