di Michela Voglino

Perché vivere in campagna piuttosto che in città? Queste due realtà vengono spesso messe a confronto e si creano immancabilmente i sostenitori dell’uno o dell’altro stile di vita; perché alla fine si tratta di questo: di stili di vita. C’è chi preferisce vivere nella natura, affacciarsi alla finestra la mattina appena sveglio e osservare il sole sorgere da dietro una collina; e chi invece predilige un appartamento al quinto piano di un palazzo condominiale e svegliarsi con il sottofondo tranquillizzante del traffico stradale.

I giovani, in particolare, sono più propensi alla vita caotica della città. Molti frequentano l’università e coloro che arrivano dai paesini di campagna si trasferiscono per comodità, almeno fino al termine della laurea. Poi, una volta ritornati alla vita quotidiana di casa, si ritrovano a pensare appunto: campagna o città?

Dipende innanzitutto dal lavoro, anche se una buona parte della scelta è condizionata dalle esperienze vissute e solitamente un ragazzo vede la città come un luogo colmo di possibilità: là c’è tutto. Ci sono persone, lavori, negozi, ospedali, parchi, ristoranti, discoteche, novità… Tutto è a portata di mano; qualsiasi cosa è proprio lì, dietro l’angolo. Mentre la campagna è una realtà lontana, immaginata come un posto di pace e tranquillità che col tempo si trasforma in solitudine e monotonia.

Ma forse non è così. Io sono cresciuta in un paesino disperso tra le colline e quindi posso provarlo.

Nei paesi c’è molto di più, oltre che un’aria meno inquinata e un paesaggio primaverile verdissimo. C’è la natura sicuramente, un ambiente sano, ma anche socialità tra paesani e amicizie di un vita.

Probabilmente è difficile per un cittadino capirlo, ma il fatto di crescere a contatto con la natura crea nella mente una certa filosofia di vita basata sulla tranquillità, sulla serenità, sulle piccole cose. Un modo di vedere il mondo diverso da quello di un milanese, la cui vita è scandita dal lavoro continuo, dai tempi contati o persi nel traffico delle sei del pomeriggio.

Lo stesso Rousseau, intellettuale della seconda metà del 1700, scriveva nel suo trattato sulla pedagogia che l’educazione di Emile, protagonista di un suo libro, doveva avvenire in campagna, a contatto con la natura; proprio come Robinson Crusoe, lo sventurato dell’autore inglese Daniel Defoe che riuscì a sopravvivere da solo su un’isola.

Ma una volta cresciuti, perché si dovrebbe rimanere in campagna? Soprattutto nel ventunesimo secolo scandito dalla tecnologia e dalle innovazioni continue, che trovano la realizzazione nella città?

Natura, ecologia, socialità: sono le tre parole chiave di una possibile risposta.

Il mondo è in continua trasformazione e con esso la società e la tecnologia. Eppure tra pochi anni il petrolio finirà. Eppure in pochi decenni abbiamo inquinato la Terra in una maniera impensabile. Compaiono troppi “eppure” ad affiancare quest’evoluzione così veloce e radicale della società. Le città ormai sono diventate delle metropoli: Londra coi suoi 7 milioni e mezzo di abitanti, New York nel 2000 sfiorava gli  8, per non parlare di Shangai, una megalopoli di 11 milioni di persone (e non è neanche la città più popolosa del mondo).

Le città hanno da sempre attirato gente, ma si può anche dire che l’hanno ingannata, perché fin dalle prime rivoluzioni dell’800 la povertà era la stessa sia tra i palazzi che tra le colline. Ancora oggi, in un mondo sommerso dalla crisi economica, vale questa costante. A tutto ciò si aggiunge la questione ambientale che sta divenendo sempre più seria.

In campagna si respira aria buona, si può godere di paesaggi che solo la natura è in grado di regalare (a differenza delle architetture cittadine), si conduce uno stile di vita più salutare, si cammina di più o si usa la bici, scelta ragionevole sia  per il fisico che per il problema dello smog. Le case sono esposte al sole la maggior parte del tempo, quindi si potrebbe usare di più i pannelli foto-voltaici, ad esempio. In certi luoghi sono sfruttabili anche le energie eolica e idroelettrica.

Inoltre, in un paesino, vengono a crearsi negli anni dei rapporti affettivi duraturi e educativi: il barbiere anziano racconta al bambino le storie di una volta, ed ecco che si tramanda la cultura di un luogo, di racconto in racconto. Ci si aiuta tra tutti, si crea un senso di appartenenza, il concetto di “casa” assume un significato ampio e profondo.

Il lavoro, infine, non manca di certo. La terra ha bisogno di essere lavorata; ma non esiste solo il lavoro del contadino: così come serve il commesso in un supermercato di Torino, serve un commesso per la bottega del paese.

La principale differenza tra il paesino e la città, apparentemente, è la dimensione. In città qualsiasi cosa è più grande, c’è più gente, c’è di tutto, di più. Quindi la città è più disordinata: si vive nel caos, incrociando lo sguardo di chissà quanti individui sconosciuti ogni giorno. E tra gli uomini, c’è chi preferisce camminare velocemente in una via affollata, e chi invece preferisce passeggiare tranquillamente sapendo già chi incontrerà e saluterà con un sorriso.

Ma la vita di campagna bisogna provarla. I due stili di vita sono completamente diversi e sicuramente la scelta è soggettiva, ma tutti – anche gli amanti più fanatici della città – ogni tanto desiderano ardentemente una giornata di relax nella natura, proprio lì, in campagna, nella semplice bellezza della vita.

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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