Parlare di Chernobyl alle generazioni future. È questa l’operazione di trasmissione della memoria che ha voluto realizzare Stefania Divertito con il suo volume “Chernobyl Italia” nel quale si affronta la prima catastrofe nucleare del settore civile della storia. 

«L’idea del volume mi è venuta nel periodo in cui sono diventata zia ed ho realizzato che era necessario fornire degli strumenti di conoscenza e interpretazione alla generazione della mia nipotina che tra una ventina d’anni potrebbe avere delle difficoltà anche solo per reperire informazioni sull’evento. E allora mi sono posta il problema su come fare a rendere disponibile un pezzo di questo sapere a una ventenne del 2040», dice Stefania Divertito che nel suo volume, però, non dimentica il proprio lavoro di cronista ambientale. 

Il volume, infatti, contiene la cronaca dell’evento, con un particolare riferimento all’Italia e ai personaggi che anche dal nostro Paese hanno contribuito alla narrazione. Non ci si può scordare che per anni l’Italia ha ospitato in vacanza i bambini delle zone più colpite dal disastro nucleare per far sì che un ambiente più sano, grazie allo iodio delle località di mare, potesse dare una tregua agli effetti delle radiazioni. 

L’autrice usa la narrazione, che spesso assomiglia a un romanzo – grimaldello molto utile per tenere agganciato il lettore alla lettura – come una sorta di indice temporale, un vera e propria macchina del tempo. Se da un lato lo scopo del volume è quello di raccontare la vicenda a chi nel 1986 non era ancora nato e anche a chi deve ancora nascere, oltre a ciò la macchina del tempo realizzata dall’autrice non solo si rivolge ai futuri lettori, ma si muove agevolmente attraverso diverse linee temporali.

Gli effetti delle radiazioni nel tempo sono narrati attraverso le esperienze degli abitanti delle zone colpite. Si va dai risvolti sanitari e psicologici delle generazioni successive al disastro, fino agli ottantenni che ritornano a vivere, clandestinamente, nelle zone di esclusione per ritrovare i propri luoghi di vita dai quali per più di tre decenni sono stati forzatamente esclusi. 

E colpisce la descrizione dell’enorme sarcofago che si sta costruendo sulla centrale, per opera della stessa ditta italiana che sta coprendo i parchi minerari dell’Ilva a Taranto e che dovrebbe durare un secolo. Anche questo è un viaggio nel tempo, dominato dall’incertezza temporale, perché nessuno sa cosa succederà nel 2125 quando anche questo sarcofago inizierà a dare segni di cedimento, perché l’unica certezza è che, a meno di soluzioni tecnologiche che per ora non s’intravedono nemmeno lontanamente, il carico di pericolo insito nel cuore radioattivo della centrale sarà inalterato.

«Dopo l’incidente di Chernobyl ci fu una forte spinta in direzione di una maggiore protezione dell’ambiente e il movimento ambientalista si sviluppò non poco. – prosegue a commentare la Divertito – Ma non si tratta mai di conquiste assodate. Non bisogna scordarsi che solo una ventina di anni dopo Chernobyl, l’Italia stava rientrando nel nucleare e la corsa si è fermata dopo il triplo incidente di Fukushima che ha riportato alla ribalta la pericolosità intrinseca di questa fonte d’energia». 

Il volume si conclude con un altro viaggio nel tempo. Quello del deposito provvisorio delle scorie radioattive italiane. Un percorso che è solo agli inizi, che durerà un secolo e la cui meta nel tempo è incerta. Perché nessuno al mondo ha trovato una soluzione sicura e definitiva al problema delle scorie nucleari. 

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