Perugia #if18 – 6850 imprese nel comparto alimentare, con 385 mila addetti, un fatturato totale di 132 miliardi, 40 miliardi di export. Nel nostro paese, è questo il secondo settore economico, dopo il manifatturiero. Di cibo scrivono 11 mila redattori, blogger, freelance, 5300 testate tra nazionali e locali, con 24 mila addetti alla comunicazione.

Eppure la narrazione è esclusivamente “bucolica”, come se il cibo fosse direttamente preparato e venduto dalla moglie del contadino.

Nei racconti, nelle immagini, nei video, anche istituzionali, come quello sull’anno del cibo italiano promosso dal Ministero delle Politiche Agricole, compaiono solo uve pigiate con i piedi (puliti), tagliatelle e ravioli, torte e biscotti mentre si impastano a mano (pulite), contadini con il cappello di paglia, verdure e frutta colti direttamente dall’albero all’alba, obbligatoriamente con la goccia di rugiada. Parliamo di cibo tra un pasto e l’altro, dispensiamo ricette, postiamo piatti conditi di photoshop, ma tutto deve essere rigorosamente “naturale”, come se il naturale fosse automaticamente e soprattutto esclusivamente sinonimo di buono e di sano.

A #ijf18 si fa il punto di questa narrazione, di questo diffuso sentire italiano, di questa “fakenews” snobista verso l’industria alimentare, verso il prodotto fatto in serie, prodotto che ci rende famosi nel mondo e che si compra da Eataly a New York a prezzi da Eataly a New York.

Sono le grandi aziende ad aver reso grande il “do it (and eat) better” italiano, dice Roberta Russo di Aidepi al festival del giornalismo. “Non solo perché possono distribuire ovunque, ma anche perché investono in ricerca, sviluppo e sicurezza alimentare decine di milioni di euro ogni anno ciascuna”.

“Perché non ci possiamo permettere passi falsi o fake news, ché ci tanano subito”, spiega ancora Manuela Kron di Nestlé Italia. 

“Mentre c’è sempre qualcuno che dice che un bicchiere al giorno fa bene. E non è vero, chiaro? Io ne bevo, scelgo tra rischio e beneficio, ma sul vino in Italia c’è una sorta di tabù, non si può dire che faccia male”, dice Dario Bressanini.

Nella narrazione c’è stato uno spostamento radicale, “è di moda andar contro il prodotto industriale”: mentre “prima bere da un pozzo era pericoloso (e la birra era la bevanda più sana), mentre prima gli alimenti in natura non erano considerati sani e il corpo umano doveva essere riequilibrato, ad esempio “mangiando in bianco”, adesso – anche grazie ad grandi eventi mediatici come quello costruito sulla mucca pazza – abbiamo modificato la nostra percezione del rischio cibo a favore di una visione neopagana della natura che ci vuol bene e fa le cose per noi”.

Una visione che comprende la totale sfiducia nelle istituzioni (“che non ci hanno protetto dalla mucca pazza, ad esempio”) e verso le grandi aziende, “che vogliono solo fare i propri interessi”. Aziende del comparto alimentare, ma anche le farmaceutiche, insomma tutte quelle che hanno a che fare con il nostro corpo. “E’ una narrazione inventata, basata su un passato idilliaco e felice che si contrappone alle produzioni di aziende che ci vogliono solo fregare”.

Qualche azienda, annusando la tendenza del momento, si adegua alla narrazione, ridisegnando le etichette, scrivendo “senza olio di palma”, “biscotti alcalinizzanti”, “yogurt probiotico”. Secondo Bressanini un po’ di colpa, in questa narrazione, l’hanno anche le industrie che dicono di patire questo clima di demonizzazione, ma non rispondono a tono.

“Non è semplice – spiega Kron – Non siamo capaci di reagire velocemente, dobbiamo verificare. Se mi arriva notizia che una signora si è sentita male, devo verificare per bene. Non possiamo proprio raccontare balle, ci tanano subito e sicuramente”.

Esempio di meccanismi mediatici contro le aziende, la leggenda della Nigella Sativa, cumino nero, “la pianta che guarisce tutto” secondo il web, e che secondo vari articoli e appelli online sarebbe stata  brevettata da Nestlé a discapito degli africani e del mondo intero. “Mi chiama una giornalista seria, che conosco, e mi chiede se è vero. Non ne sapevo nulla, ma mi pareva molto strano: un brevetto su una pianta? Chiamo il centro ricerche e chiedo cos’è questa storia. Viene fuori che la Nigella Sativa ha una proprietà interessante per le nostre ricerche e così abbiamo brevettato il metodo per poter estrarre la molecola così da sperimentarne le proprietà. Chiaro quindi che non era vera la notizia: non si possono brevettare le piante. La giornalista che mi ha interpellato ha scritto correttamente, ma tutti gli altri no, perché nessun altro ha chiamato per verificare la notizia”.

Altra leggerezza della narrazione, quella sul grano duro e la pasta: non è una cattiveria recente delle industrie l’importazione: “Importiamo da sempre grano duro. Semplicemente perché non ne produciamo in modo sufficiente”, spiega Russo di Aidepi (si veda anche l’articolo Pasticcio mediatico di glifosato e pasta). Lo prendevamo in Russia, ma lo potevano importare solo per farne prodotti di esportazione. La conseguenza era che la pasta italiana si faceva col grano tenero, ed era peggiore, come potete immaginare”.

“Più di un secolo fa, il 70% del grano duro era importato. Non a caso i pastifici erano vicino ai porti, a Napoli, Genova, dove arrivava il grano duro. Oggi, a seconda delle stagioni, importiamo circa il 30% della materia prima da dove è buona, non importa da dove, se dal Canada, dall’Australia, dall’Arizona, l’unica legge che ci guida è quella della Purezza, una delle due nel mondo, insieme a quella tedesca per la birra – continua Russo –  Scegliamo il grano dove c’è qualità elevata per poterlo mischiare al nostro che non ha stessa qualità. L’eccellenza italiana in questo caso è il saper fare, il saper anche selezionare le materie prime migliori”.

Le grandi aziende sono sotto i riflettori, non possono permettersi di sbagliare. I consumatori non si accontentano più, sono sempre più pronti ad attaccare. Un bene o un male? “Un bene, perché alzano di conseguenza la nostra asticella sulla qualità, ma anche male quando parlano senza sapere cosa c’è dietro al nostro lavoro in termini di competenze, verifiche, controlli, ricerche e si limitano ad una alzata di spalle: beh, che ci vuole, anch’io so fare i biscotti. I nostri prodotti sono e devono essere sempre in ogni occasione buoni, sani e facilmente disponibili ovunque”.

Sani. Nestlé, dice Kron, spende tra i 40 e i 50 milioni l’anno in ricerca. Un prodotto deve prima di tutto essere sano, non deve fare male. Ma la percezione di questo “far male” è cambiata nel tempo. “Una delle cose che mi fa imbufalire di più è quando sento dire, scrivere, titolare con allarmismo sono state trovate tracce di…”. Da ragazza ho studiato biologia, ricordo bene il significato di traccia: la faccio facile, significa che vedo che la molecola c’è, ma non riesco a pesarla. E’ talmente poca che appunto non è una quantità precisa, ma solo una traccia. Oggi una “traccia” pesa ancora meno di prima, perché la tecnologia ci permette di pesare quantità sempre più piccole. Una traccia quindi non significa proprio nulla”.

Il mondo delle foodnews e le sue narrazioni meriterebbero, e sono d’accordo tutti gli speaker del panel al festival del giornalismo (Bressanini, Kron, Russo, Eleonora Cozzella e Chiara Centamori), di restituire valore all’innovazione, alla ricerca, alla correttezza delle notizie su ciò che mangiamo, con un po’ più di camici bianchi e forse anche un po’ meno di fuorvianti prati e rugiada.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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