Deforestazione in Costa d’Avorio dal 1990 al 2015

Gustosi cioccolatini – delle marche più pregiate – ci lasciano l’amaro in bocca. Un velo di tristezza pervade il nostro volto dopo l’inchiesta del The Guardian che mostra l’insostenibilità della filiera del cacao. E ieri l’olio di palma che, salute a parte, ha mostrato come le nostre merendine siano difficili da mordere. Ogni morso è come azionare una motosega o dare un colpo d’accetta alle foreste tropicali asiatiche, con buona pace degli oranghi.

Ma oggi è l’industria del cioccolato a essere sotto accusa: non tanto nettare degli dei ma cacao “sporco”. Con una domanda di mercato alle stelle, nella lavorazione del cacao oltre ai semi coltivati in maniera sostenibile, ci finiscono anche semi di provenienza dubbia, frutto di deforestazione.

 

L’Africa occidentale brucia per colpa di troppi biscotti, troppe barrette e troppi cioccolatini. Dalla Sierra Leone al Camerun, la cintura del cioccolato è formata da 2 milioni di contadini, produttori del 70% del cacao mondiale. Ed è la Costa d’Avorio il paese re del cioccolato, esportatore del 40% (1.700.000 t), seguito dal Ghana (900.000 t). Il mosaico intricato e lussureggiante delle foreste pluviali ivoriane che negli anni ’60 copriva il 25% del territorio, adesso vede un residuo 4% di manto originario. Una perdita dell’80% in mezzo secolo. Si moltiplicano gli incendi e sotto assedio ci sono i confini dei parchi nazionali. Il paesaggio cambia e il caleidoscopio della vegetazione lascia il passo a spoglie monocolture.

Di nero fondente qui non c’è tanto il cioccolato quanto un dramma mondiale. Non solo un delitto ambientale ma anche sociale: i contadini sono al di sotto della soglia di povertà. “La paga giornaliera oscilla dai 54 agli 84 centesimi di dollaro” denuncia nel suo report Chocolate’s dark secret , l’associazione Mighty Earth – se si continua a questo ritmo nel 2030 non ci saranno più foreste pluviali, e la povertà aumenterà perché disboscare non vuol dire dare più sole alle piantagioni di cacao ma rendere il suolo arido, infertile e pericoloso per il futuro, le foreste mantengono l’umidita e l’acqua per un’agricoltura sostenibile”.

Lavoro minorile, pesticidi, dissesto idrogeologico: questo è il debito occidentale nei confronti della West Africa. Un popolo che permette il mercato del lusso dei dolciumi, ma talmente povero da non potersi acquistare manco una barretta. “Sono i bianchi che mangiano il cioccolato, non noi” spiega un contadino al giornalista inviato.

Da cosa dipende il prezzo di una barretta? Quasi la metà è vendita al dettaglio

 

Nel mirino ci sono le aziende Cargill, Olam e Barry Callebaut, fornitrici di cacao alle multinazionali come Mars, Nestlé, Ferrero e Mondelez (super marchio che raccoglie Milka, Toblerone, Mikado, Oreo, etc.). Indagando lungo la filiera, il The Guardian mostra che un anello debole sono proprio gli ufficiali preposti alla vigilanza, che chiudono occhi ma aprono mani. È allarme tangenti.  I contadini – che scappano non appena arrivano giornalisti – sono invece molto tranquilli quando sconfinano nei parchi nazionali, come quello di  Mount Tia e Mount Sassandra, trovando la complicità  di chi dovrebbe fermarli, come  Sodefor (Société de développement des forêts) e  OIPR (Office Ivorien des Parcs et Réserves).

Interrogate, Mars, Mondelez e Nestlé non negano. Ammettono che il taglio illegale stia inquinando la filiera ma dichiarano di star facendo il possibile per la sostenibilità dei loro prodotti.  Comincia il ballo dei numeri. “Zero deforestazione nel 2020” dichiara Nestlé. “Noi raggiungeremo l’obiettivo nel 2025”, ribatte Barry Callebaut. “Entro il 2018 faremo certificare da terzi il 70% del cacao” promette Cargill. E intanto è stato interpellato anche il Conseil Café Cacao che ha risposto di  star portando avanti il programma “Cocoa, Friend of the Forest”.

La calendarizzazione degli impegni e delle scadenze non manca. Ma sul campo, gli inviati non hanno visto molti frutti. In America centrale avanza la narcodeforestazione (per riciclare i soldi derivanti dalla droga), in Africa occidentale la cioccodeforestazione: gli impegni di Cop21 sono disattesi. E qui in Costa d’avorio non sembra così lontano il 2004, quando il giornalista canadese Guy-André Kieffer che indagava sulla corruzione del cacao è sparito, probabilmente ucciso.

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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