Sono io che non capisco. Certamente è così. Ma non sono sola. Anche Edoardo Zanchini di Legambiente, tanto per dirne uno, Sergio Ferraris, direttore di QualEnergia, e l’esperto Giovanni Battista Zorzoli, tanto per dirne altri due, devono avere il mio stesso problema.

Non capisco cosa vuole fare il nostro governo in tema di lotta ai cambiamenti climatici. Da una parte c’è il ministro dell’Ambiente che ci rassicura: l’Italia vuol portare in alto le proprie ambizioni e far alzare quelle europee (in effetti, ad esempio l’8 ottobre – dice lo stesso Sergio Costa – ha spinto per far ridurre del 40% entro il 2030 le emissioni delle auto). Dall’altra c’è il sottosegretario allo Sviluppo Economico Davide Crippa che ci fa sapere di una recente riunione in cui si è deciso di abbassare quelle italiane sulle rinnovabili: “Ci stiamo orientando – spiega – su una scelta che punta al target del 30% di consumo finale di energia da fonti rinnovabili al 2030 perché il target del 32%  rappresenta una scelta problematica che richiederebbe un investimento elevato e il rischio di gap”.

Con quali contraddizioni partiamo per Katowice? Ma al nostro governo non hanno  letto che gli Stati devono triplicare se non meglio quintuplicare gli sforzi? Non hanno dato un’occhiatina seria al rapporto dell’Ipcc?

Giovedì 22 novembre, sempre il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, in una intervista al nostro giornale, parla di un’Italia ambiziosa in fatto di lotta ai cambiamenti climatici. Martedì 27 novembre, ancora Costa incontra la Coalizione Clima e ribadisce che a COP24 porterà “sul tavolo le posizioni ambiziose già avute negli scorsi mesi in Europa“.

Il giorno dopo, il 28 novembre, al Forum di QualEnergia, il sottosegretario Davide Crippa cerca di spiegare, con regioni legate alla competitività italiana in Europa, la scelta di un due per cento in meno in ambizione rinnovabile: “Siamo orientati al 30% – dice – perché abbiamo già contribuito a far alzare gli obiettivi di riduzione europea e perché alzando fin da subito gli obiettivi al 32% rischieremmo di avere un gap di investimenti con una perdita di competitività rispetto ad altri paesi con obiettivi diversi. Siamo convinti che la tecnologia tra qualche anno ci consentirà di rivedere il piano e i suoi obiettivi. Oggi un’ambizione più alta del 30% con le tecnologie disponibili prevedrebbe una transizione alle rinnovabili preoccupante in termini di spazio, perché non basterebbe ad esempio coprire di impianti tutti i capannoni ma servirebbero altri spazi e dovremmo discutere con le popolazioni interessate”.

Per Giovanni Battista Zorzoli questa scelta è un mistero. L’Italia, che in fatto di rinnovabili ha già perso un treno, invece di cogliere l’occasione per diventare campione, si tira indietro e tarpa le ali a chi lavora sulle innovazioni (si veda l’intervista video di Sergio Ferraris a 3h40′ circa).

Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente, salta sulla sedia: “L’impegno a livello internazionale è di arrivare alla decarbonizzazione al 2050 e l’Italia si è impegnata, all’interno dell’Ue, a stare in questa traiettoria. Per rimanere entro 1,5 gradi abbiamo addirittura bisogno di anticipare l’obiettivo al 2040, è quindi evidente che al 2030 dobbiamo avere obiettivi ambiziosi. Per cui, l’obiettivo del 30% di energia rinnovabile al 2030 annunciato da Crippa per il Piano Energia e Clima è inadeguato ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici e non dà un buon segnale al mondo delle imprese. E’ un messaggio che dice che l’Italia non sarà leader del cambiamento”.

Clima di contraddizioni: il 20 novembre, il ministro Sergio Costa firma per l’Italia la richiesta di 10 Stati membri alla Commissione europea, affinché la sua strategia climatica al 2050 stabilisca una chiara direzione verso l’azzeramento delle emissioni di gas-serra nei prossimi decenni, impegnandosi a raggiungere il prima possibile un equilibrio tra le emissioni antropogeniche di CO2 e la loro rimozione dall’atmosfera.

Nella lettera inviata al commissario per l’energia e il clima, Miguel Arias Cañete, i ministri dell’ambiente di Danimarca, Finlandia, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia, chiedono a Bruxelles di stabilire una chiara direzione verso l’azzeramento delle emissioni di gas-serra nei prossimi decenni: “… towards net zero GHG emissions in the EU by 2050” si legge nel testo, ben sottolineato da un neretto.

Si tratta, per l’appunto, di ottenere un bilancio netto finale pari a zero in termini di CO2: l’anidride carbonica rilasciata nell’ambiente dall’uomo  dovrà essere compensata da uno stesso ammontare di anidride carbonica assorbita o rimossa.

I ministri hanno chiesto a Bruxelles, quindi, che nella sua strategia al 2050, fosse presentato almeno uno scenario che consenta di azzerare le emissioni nette di CO2 entro il 2050 così da poter sperare di rispettare l’obiettivo di limitare l’aumento medio delle temperature terrestri a 1,5 gradi entro il 2100.

E dopo il 2050 si dovrà pensare alle emissioni negative, ossia a rimuovere più CO2 rispetto a quella ancora prodotta dall’uomo.

La Commissione europea qualche giorno dopo ha presentato la strategia 2050 che vorrebbe sviluppare un’economia europea “a impatto climatico zero”. Ma l’azzeramento totale delle emissioni pare davvero un’utopia, considerando che l’Europa verosimilmente non riuscirà neppure a centrare gli obiettivi su rinnovabili, emissioni ed efficienza energetica al 2030 (almeno così dicono chiaramente le ultime proiezioni dell’agenzia europea per l’ambiente).

E in tutto questo, l’Italia, che fino a qualche anno fa era in prima fila e che poi ha rallentato, anzi ha fermato la corsa, adesso cosa fa? Parla di ambizioni e riduce gli obiettivi?

Clima di contraddizioni, mi pare. Una chiave di lettura – tra le righe – ce la fornisce forse lo stesso Costa, quando, alla Coalizione Clima, ricorda che “molti dei provvedimenti richiesti per rendere efficace la battaglia climatica, sono di competenza di altri ministeri. Come per quanto riguarda la materia energetica, dove è il Ministero dello Sviluppo Economico a possedere la delega”.  Zanchini si stupisce della scelta di ridurre di due punti percentuali la quota di energia rinnovabile al 2030, “anche perché in questi anni, il M5S su queste sfide è sempre stato al fianco degli ambientalisti per cambiare modello energetico”. Ecco, appunto, Di Maio che vuole fare veramente? Non è che anche lui è tra quegli italiani che non hanno ancora capito come la nuova economia sostenibile possa invece essere un’opportunità?

 

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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