p61117-193850Marrakech, 17 novembre – Sembra una tela di ragno. Una fitta rete che intrappola le politiche climatiche di Trump. Anche la Marrakech Action Proclamation sembra avere lo stesso scopo. Il documento firmato da tutti gli attori di COP22 e letto alle sette di sera nella plenaria dall’ambasciatore marocchino negli USA Aziz Mekoua, è una dichiarazione di unità, un rinnovamento dell’impegno globale preso a Parigi, un rilancio delle ambizioni, e un grido d’allarme: i cambiamenti climatici sono un’urgenza sempre più pressante.
schermata-2016-11-17-alle-20-57-12E’ un momento solenne, carico di attesa. Quella che in un primo momento sembrava chiamarsi Marrakech Call era attesa da giorni. Concepita in terra d’Africa con l’intento di dare un segnale forte all’America di Donald Trump, è una proclamazione congiunta del segmento di alto livello di COP22, CMP12 e CMA1 supportata da tutte le parti che partecipano a questa conferenza, come dice il presidente di COP22 Salaheddine Mezouar. “Noi, Capi di Stato, Governi e Delegazioni riunite a Marrakech, in suolo africano, su invito di Sua Maestà il Re del Marocco Mohammed VI, rilasciamo questa proclamazione per dare un segnale del cambiamento verso una nuova era di implementazione e di azione sul clima e sullo sviluppo sostenibile. Il nostro clima ci manda un allarme senza precedenti e noi abbiamo l’obbligo di dare immediate risposte”.
E’ un nuovo impegno globale che ribadisce quello che i 196 paesi hanno preso nel dicembre scorso a Parigi.
Il Marrakech Action Proclamation rafforza la volontà globale di andare avanti e sottolinea, anche ad uso del neo eletto presidente Trump, la necessaria transizione e i suoi vantaggi per le società e le economie.E’ un “momentum irreversibile” prosegue la dichiarazione usando le stesse parole di John Kerry.
La velocità del cambiamento reale dell’economia e l’urgenza dell’azione sono i messaggi principali del documento, che riprende anche un’altra frase detta da Kerry proprio ieri a Marrakech: “è nell’interesse nazionale di ogni paese accelerare la transizione verso energie rinnovabili e costruire la resilienza agli impatti climatici”.
Potrebbero sembrare solo parole, ma non accade tutti i giorni che così tanti paesi si trovino d’accordo all’unanimità in una dichiarazione pubblica politica. La determinazione a proseguire il cammino, quindi, è un’altro punto fermo della COP22. I leader mondiali fanno capire che l’elezione di un presidente americano negazionista, il convitato di pietra di questa conferenza sul clima, non farà cambiare la rotta al resto del mondo.
Un altro successo di Obama, che a Marrakech non si è visto ma ha mandato un team di campioni a rappresentarlo.
Gli USA che si vedono Marrakech sono quelli che si muovono allacciando relazioni con il resto del mondo, con governi come con grandi compagnie, quasi volessero intrappolare le politiche climatiche del futuro presidente dentro una tessitura a maglie fitte dalla quale potrebbe essere difficile sfilarsi.
Dopo aver depositato, primi insieme alla Germania (zero carbone al 2050), un piano di decarbonizzazione profonda dell’economia degli Stati Uniti che prevede un taglio dell’80% delle emissioni al 2050 rispetto ai livelli del 2005”, ossia 111 pagine di programma che Kerry ha definito “realizzabile, coerente con gli obiettivi a lungo termine dell’accordo di Parigi”, i delegati americani si muovono di sala in sala, di meeting in meeting, promuovendo o inserendosi in coalizioni, alleanze, piattaforme per rendere più facile la lotta al cambiamento climatico.

img_5476John Pershing, inviato speciale USA per il Climate Change, solo oggi ha partecipato, oltre alle trattative, anche all’evento sul miglioramento della Climate Action, poi ad un briefing con la delegazione araba, poi ancora, come promotore, al lancio della “2050 pathways platform”, nata “nello spirito di Parigi”. Intanto nell’area americana a COP22 si lanciava l’iniziativa USA-India Clean Energy Finance Facility e si faceva il punto sulla presenza degli USA nel Forefront of Climate Action.
Anche la “2050 pathways platform”, piattaforma dei sentieri, lanciata oggi a Marrakech dalle Campionesse del Clima Laurence Tubiana (Francia) e Hakima El Haite (Morocco), è una rete. E appunto, vede gli USA tra i promotori insieme a Germania, Canada e Messico, ossia quei paesi che hanno presentato il loro piano di decarbonizzazione. Ha come obiettivo quello di aiutare i paesi a sviluppare strategie di lungo termine per la decarbonizzazione, cosa non facile con governi che per ragioni fisiologiche agiscono sul breve termine. Questo per arrivare a emissioni di gas serra zero nel 2050, anno cruciale dell’Accordo di Parigi. La piattaforma conta già parecchi paesi in collegamento, dalla Colombia, alla Costa Rica, l’Italia, il Perù, il Regno Unito (che ieri ha dato notizia della ratifica dell’accordo di Parigi), la Svezia, le Isole Marshall, la Commissione Europea, il Cile, la Norvegia, la Nuova Zelanda, il Giappone, l’Etiopia, la Svizzera e la Francia a cui si aggiungono 15 città, 17 stati e regioni, 196 imprese. A proposito di imprese, la tessitura vede anche 360 grandi aziende tra cui Mars, Kellog e Schneider Electric, che a COP22 annunciano il sostegno per l’attuazione dell’accordo di Parigi e chiedono un’economia a basse emissioni di carbonio negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Non lo fanno per ragioni etiche, ma di fatto pure loro, stringono Trump nella tela.

Share this article

giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

Facebook Comments

Post a comment

sedici − 11 =