3 dicembre – “Quella del clima è già oggi una questione di vita o morte” per diverse le regioni e paesi del mondo, dice Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, nell’appello rivolto alle circa 60 delegazioni presenti al discorso di apertura della COP24 a Katowice. “Abbiamo veramente un grosso problema”, ha ribadito Guterres. “L’impatto dei cambiamenti climatici non è mai stato più grave. Questo ci dice che dobbiamo fare molto di più. La COP24 deve renderlo possibile”. Così il Segretario esecutivo della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici (UNFCCC) Patricia Espinosa, mentre apre i lavori. Si, molto di più, tre, anche cinque volte di più, rispetto a quanto messo sul piatto finora.

“Non ci sono più scuse, il pianeta brucia ed è ora di agire”, dichiara Greenpeace in apertura del summit.  “Abbiamo solo dodici anni per salvare il clima del nostro Pianeta. Per questo il Summit di Katowice non può che avere obiettivi ambiziosi”, continua Jennifer Morgan, direttrice esecutiva di Greenpeace International. “I leader di tutti i Paesi del mondo devono sfidarsi a guardarsi in faccia. Quelli che non lo faranno saranno condannati dalla Storia e ne dovranno render conto. Alla CoP24, i governi devono impegnarsi, entro il 2020, ad allineare i loro piani nazionali sul clima all’obiettivo di mantenere l’incremento delle temperature entro 1,5°C”. La scienza del clima “ci dà ancora speranze, ma il tempo per le chiacchiere è finito da un pezzo”, sottolinea Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Quasi 200 paesi del mondo si sono impegnati nel 2015 a fare in modo che il surriscaldamento globale resti nel 2100 “ben al di sotto” dei +2°C rispetto all’era pre industriale, meglio se non sopra 1,5°C. Ma già siamo oltre 1°C e le emissioni climalteranti continuano a crescere. Secondo gli ultimi report, che raccolgono gli studi di moltissimi scienziati in tutto il mondo, abbiamo meno tempo del previsto per metterci in riga. Entro il 2030, in solamente 12 anni – secondo l’IPCC – dovremo aver ridotto del 45% le emissioni globali.

Dichiarazioni, lettere, appelli, report: sui tavoli della COP24 ci sono già le pressioni di tanti, dai capi di Stato di 18 Paesi europei, tra cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che hanno firmato un appello per chiedere a tutti i Paesi di rivedere i loro piani nazionali sul clima, alla luce delle ultime evidenze scientifiche, ai ministri europei (compreso il nostro Sergio Costa), che sollecitano ambizioni all’Europa.  Sembra naturale, logico, scontato che si debba agire e agire in fretta. Eppure nel 2017 le emissioni sono aumentate e gli impegni degli Stati, compreso il nostro, invece pare si contraggano.

A Katowice l’impegno numero uno è quello di scrivere il rulebook, ossia le linee guida per rendere operativo l’Accordo di Parigi. 

Le due settimane di negoziati (dal 2 al 14), in quella Katowice capitale del carbone, dovrebbero portare come risultato la definizione delle linee guida, il libro delle regole, insomma, per attuare l’Accordo di Parigi. Non saranno rivisti gli impegni dei singoli stati (NDCs), perché questo è in programma per il 2020, alla COP26, quindi non c’è da aspettarsi novità nero su bianco in questo senso. Ma le regole sono fondamentali. Da queste dipende il successo o meno del percorso globale. Una buona fetta della società civile lo ha capito. Le delegazioni di molte organizzazioni sono in Polonia a seguire i negoziati, a far sentire il loro peso, a nome di tanti, dei giovani, delle donne, delle popolazioni dei luoghi più vulnerabili. Si organizzano iniziative, eventi, flash mob. All’apertura, sono arrivati, a piedi, da Roma, dopo 1500 chilometri percorsi in un mese, anche gli eco-pellegrini per il clima, coordinati da FOCSIV – Volontari nel Mondo con altri partner nazionali e internazionali. A Bruxelles, domani, a marciare erano in 20 mila.  Gli sforzi da parte delle amministrazioni locali, delle organizzazioni, delle imprese, delle università e dei privati ci sono. Meno quelli da parte degli Stati, impegnati a misurarsi l’un con l’altro, a pensare al proprio sviluppo economico, a trattare sui finanziamenti ai paesi più vulnerabili e a quelli in via di sviluppo. I nodi sono appunto le regole, ed è fondamentale definirle in modo che garantiscano la trasparenza (così che gli impegni dei singoli Stati nella lotta al cambiamento climatico siano chiari, misurabili e quindi rispettati) e una giusta nonché necessaria finanza climatica.

Gli Stati Uniti, tanto per dirne una, hanno appena ribadito, al G20 di Buenos Aires, la decisione la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, affermando invece “il proprio forte impegno per la crescita economica e l’accesso all’energia e la sicurezza, utilizzando tutte le fonti energetiche e le tecnologia proteggendo, nello stesso tempo, l’ambiente” (come, non è affatto chiaro). E’ vero che c’è a Katowice anche un’altra America, quella del movimento “We are still in“, 3.500 città, stati comunità, aziende, università, gruppi religiosi, istituzioni culturali (di cui 10 stati, 280 città e oltre 2.000 imprese tra cui le maggiori della Silicon Valley), che invece spingono con forza verso gli obiettivi di Parigi e pare godano anche di sempre maggiore salute politica, ma è vero pure che gli USA di Trump possono contare al loro fianco anche il Brasile, viste le dichiarazioni del nuovo governo sui cambiamenti climatici (“un dogma messo in atto da un gruppo di marxisti per delocalizzare la produzione e far crescere la Cina“) e la cancellazione della candidatura del Brasile ad ospitare la COP25 del 2019.

Da parte nostra, il premier Conte, sempre da Buenos Aires, ricorda “le responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri figli e nipoti”. E si spinge persino a dire che “la transizione energetica e clima-resiliente rappresenta un’opportunità economica per rafforzare l’occupazione, modernizzare le infrastrutture dei nostri Paesi e salvaguardare i cittadini di fronte all’incremento dei fenomeni climatici estremi”. Speriamo che il suo monito arrivi al tavolo di governo dove nel frattempo pare si stia pensando ad un ridimensionamento degli obiettivi sulle rinnovabili.

L’Europa (che rappresenta alle COP tutti i singoli paesi membri) si presenta con tre strategie differenti e il desiderio – almeno su carta – di diventare leader nella lotta globale al climate change. La prima prevede la riduzione delle emissioni di CO2 dell’80% entro il 2050; la seconda, una riduzione del 90% con completa decarbonizzazione entro il 2070; la terza, quella preferita dalla Commissione, propone zero emissioni nette entro il 2050 con una riduzione delle emissioni del 95% e il 5% di assorbimenti di carbonio grazie ad iniziative agro-forestali.  Combinando azioni che puntano al rinnovabile, all‘economia circolare, all’uso di idrogeno ed eco-carburanti, all’elettrificazione spinta, ai biocarburanti sostenibili, più una valorizzazione del settore agricolo-forestale, secondo la Commissione, si possono raggiungere risultati anche nel breve termine. Maros Sefcovic, commissario europeo per l’unione energetica, e il commissario al clima Miguel Arias Canete sostengono che“l’impatto climatico zero è necessario, possibile e nell’interesse dell’Europa: nessun cittadino e nessuna regione europea saranno lasciati indietro”. Il piano piace a Greenpeace, ma non a WWF ((bisogna raggiungere le emissioni zero entro il 2040, secondo l’organizzazione) né tantomeno a Legambiente (secondo cui abbiamo le potenzialità economiche e tecnologiche per ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030). Vero è che più si aspetta, peggio sarà e più costerà.

“Abbiamo due generazioni, ovvero 20 anni, per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell’uomo e dei territori“, dice dall’Italia il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi: “Fra 20 anni potrebbe già essere troppo tardi. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l’anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito”.

 

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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