Mi sa che bisogna chiarirsi un attimo le idee. Uno sciopero è una protesta e una richiesta. Ed è una decisione dei singoli: aderisco o no, credo o no in quell’istanza, voglio chiedere, alzare la voce, protestare? Ed è rivolto a qualcosa o qualcuno, giusto? Nel caso del #climatestrike, ogni studente sceglie se aderire o no, se scioperare o no, se protestare o no, se chiedere o no ai governi di agire urgentemente e efficacemente per limitare i danni da cambiamento climatico. Questo è il senso dei fridays for future, dei venerdi per il futuro che ha inaugurato Greta Thunberg mesi fa. E’ vero, gli studenti delle scuole sono in gran parte minorenni (come lo eravamo anche noi quando facevamo sega a scuola per andare alle manifestazioni, o ricordo male?). E’ ovvio che il ministro dell’Istruzione Bussetti – ossia un rappresentante del nostro governo, a cui è rivolto appunto lo sciopero – dica che “si andrà a scuola regolarmente”. E’ il suo ruolo, non poteva dire diversamente. Quindi non capisco il titolo del Corriere della Sera di oggi: dov’è la notizia?

E’ ovvio anche che le scuole prevedano di fare scuola regolarmente. Come sempre quando c’è sciopero, “potrebbero crearsi dei disagi”, e in questo caso il disagio potrebbe essere quello – auspicabile per quanto mi riguarda – che le lezioni non si tengano a nessuno perché non c’è nessuno a seguirle. Tutto normale, nulla di speciale, insomma. Ne abbiamo visti e fatti tanti.

E no. In questo caso invece pare che sia tutto diverso. Innanzitutto perché si tratta di uno “sciopero” degli studenti, non delle sigle sindacali, non dei lavoratori, non dei comitati, non degli adulti insomma. Uno sciopero trasversale, globale, giovane, ma soprattutto fondamentale. Uno sciopero che … voglio vedere chi ha il coraggio di dire che non è giusto. Uno sciopero che dobbiamo condividere, appoggiare, sostenere anche noi adulti. E infatti così è successo, al punto tale che la frittata si è ribaltata. Nel nostro paese non so quanti siano davvero gli studenti ad organizzare iniziative. Ho l’impressione che siano perlopiù adulti, organizzazioni, associazioni, ambientalisti e pure genitori, a mettere in piedi manifestazioni e cortei. Ed è qui che nasce la confusione. Per questo i ragazzi (e i genitori) non capiscono cosa devono fare; per questo i presidi e i docenti non sanno cosa dire ai ragazzi: è assenza? va giustificata? Perché non a scuola mi hanno detto nulla? Perché la mia scuola non fa nulla? Perché si chiama “iniziativa di sensibilizzazione”? Perché se ne parla solo in classe? Perché i compagni mi prendono in giro quando parlo di clima? Perché, se mi dite che c’è la manifestazione, poi me la contate come assenza?

Facciamocene una ragione: chiamiamolo pure come vogliamo, sciopero, manifestazione, corteo, evento, giornata di sensibilizzazione… ma smettiamola di prendercela con il preside, con la dichiarazione del ministro, con la scuola, con gli insegnanti: la confusione l’abbiamo creata noi non educando i nostri figli a protestare quando occorre.

E regaliamo una sacrosanta “giustifica” per il futuro di questi ragazzi.  Diamogli una mano. Quelli che protestano, quelli che alzano la voce hanno ragione. Hanno tutte le ragioni ad avercela con noi adulti.

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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