MessaggingCinguettiamo, postiamo, chattiamo: ma quanto inquiniamo per farlo? Twitter, facebook, whatsapp: le app che usiamo tutti i giorni consumano molta energia per tenere in piedi i loro data centre. Serve tanta elettricità per archiviare chat, foto o per trasmettere video in streaming.

Il settore IT nel 2016 ha avuto un’impronta ecologica mica da ridere consumando il 7% dell’elettricità globale. Nel 2017 la percentuale si prevede che cresca a 12, così come aumenterà lo streaming di video che nel 2015 ha pesato per il 63% sul traffico totale internet ma che nel 2020 dovrebbe raggiungere l’80% secondo Cisco Network Traffic.

Per questo Greenpeace dal 2009 non lascia tregua alle più grandi società della rete e annualmente mette a disposizione un complesso report – quello del 2017 è lungo 108 pagine – per fornire agli internauti indicazioni sulla sostenibilità delle aziende: in pratica è una sorta di pagella, si danno i voti dalla A alla F. I parametri presi in considerazione sono: quantità di energia derivata da fonti pulite, quantità derivata da fonti fossili (carbone, nucleare, gas), trasparenza aziendale, impegni green futuri, efficienza energetica e advocacy (azioni di pressione sui fornitori di elettricità e sui decisori politici).

È grazie agli occhi puntati di Greenpeace che oggi Facebook, Apple e Google si sono impegnate a perseguire l’obiettivo di approvvigionamento al 100% da energia rinnovabile. Facebook pochi giorni fa ha annunciato la costruzione di un nuovo data center a Odense, in Danimarca: “Lo finiremo nel 2020 e sarà tutto alimentato da energie pulite” ha scritto Mark Zuckerberg sui social. Per l’azienda si tratta del suo ottavo centro di elaborazione dati ed il terzo presente in Europa, dopo quelli di Svezia ed Irlanda nei quali l’approvvigionamento è dato in larga misura dall’eolico. Altra notizia fresca viene da Google che ha commissionato proprio in Italia, all’Università di Udine, uno studio per la riduzione del consumo energetico dei propri centri di elaborazione: “Lo studio, finanziato per 100 mila dollari e della durata di un anno e mezzo, punta a ridurre il consumo energetico al 6%, con un conseguente risparmio che potrebbe aggirarsi intorno 3 milioni di dollari l’anno per ogni data center di Google” commenta Stefano Saggini, docente di elettronica dell’ateneo friulano.

Per scaricare il report in questione “Clicking Clean: Who is Winning the Race to Build a Green Internet?” e per conoscere quanto inquina la nostra app preferita basta accedere al portale web #clickclean.

Analizzando il documento, si scopre che per quanto riguarda la sezione Video, ad essere promossi a pieni voti – con una A – ci sono Facebook, Google play, Itunes e Youtube, seguiti con voto C da Amazon prime e con una bella D da Vimeo, HBO e Netflix.

È proprio Netflix – l’azienda che ci incolla ore al piccolo schermo drogandoci di elettrizzanti serie tv – ad essere nel mirino di Greenpeace: “Con un’impronta energetica che interessa un terzo del traffico internet in Nord America e che contribuisce in maniera significativa alla domanda di dati per lo streaming video, nel 2015 aveva annunciato l’intenzione di controbilanciare completamente le proprie emissioni di CO2 – spiega Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia – ma un’analisi più attenta ha rivelato che sta solamente comprando crediti di compensazione delle emissioni, senza aumentare gli investimenti in energie rinnovabili, l’unico modo per ottenere un futuro pulito”. Così sulla piattaforma #clickclean si può firmare una petizione online per chiederle di abbandonare l’energia fossile e fornire maggiore trasparenza.

Anche Amazon – uno dei siti più cliccati per lo shopping online – preoccupa molto Greenpeace: “In teoria l’azienda non manca di fare annunci in fatto di rinnovabili, ma nella pratica continua a mantenere i suoi clienti all’oscuro sulle proprie decisioni energetiche – afferma Iacoboni – inoltre sta allargando le proprie attività in aree geografiche in cui si utilizzano energie sporche”.

Dando un’occhiata alla sezione Messaging tra i primi della classe troviamo Facebook messenger, Instagram e Whatsapp. Non va molto bene per Skype (voto B) e per Kakao Talk (voto C) e va decisamente male per l’importante social network Twitter e WeChat (voto F). Se ci si sposta alla sezione Musica soltanto iTunes, Apple music e Google play prendono una A. Una brutta C si meritano Amazon Music, MelOn e Naver e va ancora peggio a Spotify (voto D) e a Genie e SoundCloud, entrambe con F.

Facendo una panoramica guardando solo al criterio dell’uso di fonti rinnovabili da parte delle aziende, troviamo in testa alla classifica: Apple (iTunes, iMessage, apple music) che utilizza energia green all’86%, Yahoo (74%), Facebook, Instagram e Whatsapp (67%) e il mondo Google (Google Play, Youtube, Hangout) (56%). Nelle posizioni più basse ci sono, invece: Hp (50%), eBay (38%), Skype e Microsoft (32%), Adobe (23%) Netflix e Amazon (17%), Samsung (11%), Acer e Asus (6%), WordPress (13%) Twitter (10%), Kakao Talk e LG (2%).

musica

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mohito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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