Che fosse una COP di transizione lo si sapeva. Tornata negoziale votata più alla definizione di target, regole e articoli presenti nell’Accordo di Parigi, che all’azione climatica in senso stretto. Che i negoziati viaggino a rilento rispetto alla velocità del clima che cambia, pure è innegabile. Come innegabile è, però,  che COP 23 qualche risultato l’abbia ottenuto. A differenza di molte COP viste nel passato, sopratutto nel pre Parigi.
Durante le due settimane di Bonn sono stati registrati passi avanti su finanza climatica, loss and damage, diritti umani e valutazioni pre 2020. Vediamo, punto per punto, cosa si è deciso e quali sono le questioni ancora in ballo da mettere a punto prima della prossima COP 24 di Katowice, in Polonia, appuntamento segnato in rosso dai tempi dell’approvazione del Paris Agreement.
Perché in Polonia, secondo il calendario dell’Accordo di Parigi, deve iniziare quello che viene definito “dialogo facilitativo” per promuovere nuovi impegni di riduzione delle emissioni. Inoltre, pochi giorni prima dell’inizio di COP 24, l’IPCC presenterà il suo speciale report: per la prima volta verranno valutati gli impatti dei cambiamenti climatici al target di 1,5 gradi. Valutazione che potrebbe influenzare, e non poco, le negoziazioni polacche.

COP 23: negoziati e iniziative tra Stati

A Bonn è stato impostato un testo negoziale che andrà perfezionato nei prossimi mesi, attraverso tappe decise dal dialogo di Talanoa (metodologia introdotta dalla Presidenza Fiji), in modo da approvare alla COP 24 di Katowice le linee guida dell’Accordo di Parigi.

Valutazioni pre 2020. È un risultato che di sicuro i negoziati di Bonn si portano a casa. Riguarda la road map per rivedere gli impegni di revisione prima del 2020 e non dopo, come inizialmente previsto durante i negoziati di Parigi. Una prima verifica su quanto stanno facendo i Governi in materia di politiche climatiche sarà fatta proprio a Katowice, con un’ulteriore “stocktake” che si avrà, poi, nel 2019 in Brasile (pagina 3, articoli 17 e 18 del documentale ufficiale UNFCCC).
Specificato nell’articolo 14 dell’Accordo di Parigi, viene definito “global stocktake” quel processo che sancisce che le Parti debbano periodicamente fornire informazioni circa lo stato degli impegni presentati al fine di valutare il raggiungimento degli obiettivi. A Parigi era previsto che la Conferenza delle Parti procedesse al primo stocktake nel 2023, e poi ogni 5 anni, ma l’entrata in vigore dell’Accordo anticipata rispetto alle previsioni (nel novembre del 2016 piuttosto che nel 2020 come ci si aspettava a Parigi) e le negoziazioni di Marrakech e Bonn, hanno di fatto anticipato i tempi.
La verifica poi riguarderà pure gli impegni di tipo finanziario, e non solo di contenimento delle emissioni e terrà conto delle indicazioni anche di altri soggetti, oltre all’Ipcc.

Finanza Climatica e adattamento. Punto spinoso delle negoziazioni riguarda proprio la questione finanziaria. Si tratta della famosa cifra dei 100 miliardi di $, da raggiungere entro il 2020, che i Paesi ricchi devono destinare ogni anno (non dovrebbe variare la cifra fino al 2025) ai Paesi vulnerabili. Finanziamenti che devono andare per azioni di mitigazione ed adattamento al cambiamento climatico, dove non c’è ancora certezza su quantità, trasparenza e criteri. L’Accordo di Parigi non specifica quanto debba confluire in mitigazione e quanto in adattamento ma fa solamente riferimento a un “giusto bilanciamento”. E proprio qui i Paesi poveri chiedono maggiore certezza, cosa significa quel “giusto”?Perché hanno maggiormente bisogno di adattamento rispetto a quanto di fatto viene stanziato, mentre i Paesi industrializzati hanno trasferito fino ad ora soprattutto soldi per mitigazione (OXFAM parla di 20% adattamento e 80% mitigazione). In questo si sono protratte le discussioni, per la definizione in modo trasparente e non interpretabile del fondo e dei finanziamenti climatici in generale. Finanziamenti da definire, passo dopo passo, in maniera concreta, negli appuntamenti che porteranno alla COP 24.

Loss and Damage. Distinto dal capitolo finanza climatica, c’è un altro tema caldo, centro della tornata negoziale prima di Parigi, poi di Marrakech e ora di Bonn. Parliamo del “loss and damage“, danni e perdite generate dal cambiamento climatico, questione antica e anche abbondantemente discussa a Bonn grazie pure alla spinta della Presidenza Fiji. Con l’accelerazione del cambiamento climatico e l’intensificazione degli eventi estremi, la faccenda dei danni subiti e di una loro quantificazione in termini monetari unita ad un successivo fondo da istituire, si fa sempre più seria. Il punto è che ancora siamo in fase di discussione su basi di analisi acerbe, cominciata negli anni passati ma senza dati certi, le quali hannp portato ad una stima relativa a danni e perdite che oscilla tra 50 e 200 miliardi di $ l’anno. Un range ampio, che testimonia la difficoltà della valutazione e la distanza che al momento divide gli Stati dal trovare un punto di intesa. Di sicuro però i danni reali nel mondo ammontano a ben più di 200 miliardi l’anno (molto di più).
Quello che è stato ottenuto a Bonn è che il fondo deve essere distinto da quello per mitigazione e adattamento. Se ne è parlato e si prova a strutturarlo: vanno definite le regole e va capito come calcolare la reale entità dei danni imputabili alla questione climatica.

Diritti Umani. I passi avanti sotto questo aspetto rispondono principalmente al nome di Indigenous People Platform Gender Action Plan. Il primo è un accordo negoziale basato sul principio dell’inclusione per gli indigeni nei negoziati e sulla condivisione delle informazioni, fondamentali quando si parla di politiche di lotta al climate change. Un accordo sul quale i nativi stessi si sono detti contenti del risultato. Il secondo, il GAP, è un programma per promuovere una maggiore partecipazione delle donne e dei gruppi di genere, all’interno delle politiche climatiche. Si va da un più facile accesso ai fondi stanziati nella finanza climatica ad un riconoscimento delle diverse difficoltà che il cambiamento climatico genera in base a luogo e genere (come spiega in questo pezzo Chiara Soletti di Italian Climate Network).

Cibo e agricoltura. Si è rotto lo stallo che c’era sull’agricoltura. Il risultato raggiunto in fase negoziale dovrebbe ora portare a politiche governative più oculate in aiuto degli agricoltori. L’agricoltura, la silvicoltura e i cambiamenti di uso del suolo producono insieme il 21% delle emissioni globali, rendendo il settore il secondo più grande emettitore dopo quello energetico. Con i progressi fatti dalle Nazioni Unite a Bonn, si può iniziare, attraverso la costituzione di un ente dedicato, a parlare di soluzioni in grado di rendere l’agricoltura meno inquinante e meglio adattabile ai cambiamenti climatici. Il problema preesistente riguardava da un lato la scarsa volontà dei paesi in via di sviluppo nel concordare obblighi di riduzione delle emissioni agricole, e dall’altro la scarsa intenzione dei Paesi industrializzati di sovvenzionare il settore primario nei luoghi più colpiti dagli eventi meteorologici estremi.

Ocean Pathway Partnership. Iniziativa lanciata sotto l’impulso della presidenza Fiji per riflettere sul ruolo dell’oceano, capace di influenzare il futuro climatico. Incrementare la resilienza e prevenire i danni per le popolazioni che vivono nel Pacifico diverrà parte integrante dei negoziati entro l’anno 2020. Accordo accolto in modo positivo dai rappresentanti delle popolazioni indigene presenti a Bonn.

Partnership di Marrakech. Si tratta della raccolta di azioni climatiche di imprese, investitori, città, regioni e società civile che dimostra quanto le parti interessate non siano solo le “Parti” istituzionali delle COP, e quanto in realtà queste stiano progredendo con costanza per raggiungere l’obiettivo centrale dell’Accordo di Parigi, quello di limitare l’aumento delle temperature medie globali ben al di sotto dei 2 gradi e il più vicino possibile a 1,5 gradi.

Addio al carbone. Powering Past Coal Alliance, si chiama così l’alleanza lanciata durante COP23 dalle ministre dell’ambiente canadese Catherine McKenna e la sua omologa del Regno Unito Claire Perry. Un’alleanza che tiene insieme governi, regioni, stati, mondo del business, organizzazioni, allo scopo di “mettere in atto azioni che accelerino uno sviluppo pulito e la protezione del clima attraverso una rapida fuoriuscita dal tradizionale carbone”. Una dismissione che, secondo la dichiarazione, deve essere sostenibile, economicamente inclusiva e socialmente responsabile, anche nel senso di dare un “appropriato supporto ai lavoratori e alle comunità”. L’Italia è tra i primi firmatari – che nella SEN ha annunciato il phase out entro il 2025 – e l’obiettivo è ambizioso: raggiungere 70 Paesi entro il prossimo anno.

L’Italia a COP 23

L’Italia è arrivata a Bonn sventolando la sua Strategia Energetica Nazionale (SEN) presentata giusto qualche giorno prima dell’inizio dei negoziati, dove viene indicata la chiusura di tutte le centrali a carbone del Paese entro l’anno 2025.
Iniziativa importante di cui parlare, nonostante l’esborso economico “simbolico” (2,5 milioni di euro), è il lancio di un programma di borse di studio per la formazione di competenze in ambito climatico per gli Stati insulari e i Paesi meno sviluppati. Programma che ha ricevuto i complimenti di Patricia Espinosa, Segretario Esecutivo dell’UNFCCC: “Desidero estendere il mio profondo apprezzamento al governo italiano per aver fornito supporto per il lancio di questo importante programma di borse di studio. Rappresenta un importante passo avanti nel nostro sforzo per garantire il più ampio sostegno possibile ai paesi meno ricchi per combattere il cambiamento climatico e aiutarli a costruire capacità istituzionali per realizzare vera resilienza agli impatti climatici”. Il fondo Capacity viene intitolato all’Italia.
Come detto precedentemente, l’Italia a Bonn ha anche sottoscritto il Powering Past Coal Alliance e, novità, si è candidata ad ospitare la COP 26, quella del 2020. Da voci di corridoio, si apprende, che l’Italia potrebbe spuntarla. Sicura, invece, la notizia sull’IPCC: saremo noi, a fine gennaio 2018 e a Bologna, ad ospitare i festeggiamenti dei 20 anni di vita di questo fondamentale istituto della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici (unisce studi di migliaia di scienziati di tutto il mondo, si occupa di fornire assistenza ai decisori politici su situazione climatica e strategie da mettere in campo per la lotta al climate change).

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