usa accordoParigi 13 dicembre – Pur di far valere ovunque l’Accordo di Parigi sul clima, gli Stati di tutto il mondo hanno concordato una formula giuridica che consente anche di saltare la ratifica del Senato USA, dove si sarebbe verosimilmente impantanato. Quello approvato a COP21, infatti, non è un trattato. Lo spiega bene il Dipartimento di Stato americano: “In terms of congressional approval, this agreement does not require submission to the Senate because of the way it is structured. The targets are not binding; the elements that are binding are consistent with already approved previous agreements”.  Ossia, l’accordo non necessita della ratifica proprio per come è strutturato: non è un trattato, appunto, ma un passaggio esecutivo di qualcosa che il Congresso ha già approvato da tempo. Ed è per questo che gli obiettivi non sono vincolanti: gli unici elementi vincolanti sono quelli coerenti con un accordo che è già ratificato. L’Accordo di Parigi quindi salta l’esame del Senato, quello stesso Senato in cui, mentre Obama a Parigi spingeva per la riduzione delle emissioni globali (e americane), stavano passando alcuni emendamenti contro le regole dell’EPA sulle centrali a carbone.

Riguardando le prime bozze dell’accordo e confrontandole con l’ultima e con la stesura del testo definitivo, ci si accorge delle differenza strutturale: l’accordo tra gli Stati, evidentemente è stato anche quello di optare definitivamente per una formula legale “ibrida”, in cui solo una parte di elementi risultino vincolanti. Anche se, di fatto, la formulazione strutturale è cambiata a Le Bourget, il Dipartimento di Stato ci tiene a spiegare che l’ibrido non è un’idea parigina, ma un’idea più antica (“quattro anni fa, dopo Durban“), una idea proposta dalla Nuova Zelanda per fare in modo che l’accordo potesse contare su un consenso molto più allargato. “Abbiamo pensato che aveva un senso ampliare la partecipazione a questo accordo. Certamente per favorire gli Stati Uniti, ma non solo per gli Stati Uniti. La verità è che ci sarebbero stati molti paesi in via di sviluppo che avrebbero esitato a trovarsi davanti un testo con obiettivi giuridicamente vincolanti. Non avevamo intenzione di tornare in una struttura come Kyoto, con obiettivi di impegno vincolanti per i paesi sviluppati, ma non per quelli in via di sviluppo”. L’accordo di Parigi doveva essere impostato come una strategia condivisa dal mondo intero, “una struttura di tipo bottom-up che ha permesso a tanti paesi di venire e sentirsi a proprio agio, proprio per il fatto che non stavano andando a compromettere i loro imperativi fondamentali di sviluppo, di eliminazione della povertà e così via“.

Ibrido, si diceva, perché, spiegano dal Dipartimento di Stato USA, qualcosa di vincolante c’è, come “il sistema di responsabilità, il requisito di stabilire obiettivi o regolarli”, di riproporli in rialzo, “farne il report, rivederli, aggiornarli, essere valutati su questi; poi, vincolanti sono anche varie regole per conteggiare le emissioni e per  fare in modo di tenerne conto nelle revisioni”. 

Si, ammettono, “c’è stato un significativo coinvolgimento degli Stati Uniti nella formazione, concettualizzazione e conduzione di questa architettura, ma questo è un accordo equo per tutti, altrimenti non sarebbe stato approvato“, continuano dal Dipartimento di Stato. Equo, molto probabilmente si. Ma anche ambizioso? “I 186 INDCs (le proposte di riduzione dei vari paesi che le hanno presentate ndr) erano un inizio tremendo – dicono alla Casa Bianca Se si guarda a ciò che dicono gli analisti, le previsioni di un anno fa ci davano su un percorso che ci avrebbe portato a 3,6 gradi di aumento di temperatura globale. Già ad ottobre, le previsioni erano per 2,7 gradi, che è ancora molto lontano da dove dovremo essere alla fine, ma è già un enorme miglioramento, e solo sulla base di questa prima serie di INDCs…“. Ora aspettiamo intanto i mancanti. Poi, questi, si rivedranno anche alla luce del rapporto IPCC richiesto per 2017/2018.

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, componente dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa.

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