COP23, checché se ne dica, tre risultati li porta a casa. Risultati sofferti, anche frutto di lacerazioni e ricomposizioni, e pure di compromesso. Sono quasi duecento nazioni a discutere, ciascuna con le proprie esigenze, ciascuna pronta a correggere virgole, se queste possono in qualche modo portare loro svantaggi. Si discuteva di road maps, di regole (rules book), di percorsi procedurali, giuridici, temporali con implicazioni sociali, economiche e climatiche legate all’Accordo di Parigi. L’Accordo della COP21, infatti, ha lasciato alle successive il compito di scrivere regole e meccanismi per funzionare. 

COP23, come quella dello scorso anno a Marrakech, in questo è servita. Ha fatto il suo lavoro. Anzi, lo ha fatto forse meglio di quanto previsto. Se tutto va bene, quelle regole, agende e decisioni potrebbero consentire un guadagno netto in termini di tempo sulle procedure, anticipando di fatto le date in cui si fa il punto sugli sforzi dei vari stati e si dà il via a monitoraggi e rialzi.

Questo è frutto del lavoro della presidenza delle Fiji, della pressione dei paesi vulnerabili e in via di sviluppo che le Fiji hanno in qualche modo rappresentato, ed è frutto anche dell’azione forte della società civile, ad esempio quella che, come interlocutore del mondo che agisce sul clima, ha sostituito l’amministrazione Trump negazionista con l’America del padiglione “We’re still in”. Una delegazione non ufficiale che però, nelle parole pronunciate da Macron e Merkel a Bonn, è stata individuata come quella con la quale dialogare per portare avanti il discorso iniziato con Obama. Un segnale politico forte, che isola ancora di più Trump, delegittimando i delegati “pro carbone” inviati in Germania.

C’è qualche risultato anche sul fronte insidiosissimo della finanza climatica, la questione che più ha tenuto banco durante le fasi negoziali, che ha costretto delegati, negoziatori, osservatori e stampa a stare col fiato sospeso fino all’alba. Lo stallo riguarda l’articolo 9.5 dell’Accordo di Parigi, quello relativo al long term finance. I Paesi poveri chiedono quantità chiare di risorse, ogni anno, da qui al 2020. La richiesta è stata accolta ma l’accordo raggiunto rimanda ai prossimi mesi la creazione di criteri di reporting da discutere ed approvare durante COP24. All’ultimo, fino dopo le quattro del mattino, l’impasse risollevata dall’Egitto, ha tenuto inchiodati tutti nell’immensa sala New York.

Quanto al fondo per l’adattamento e il capitolo “loss and damage”, anche questi temi spinosi da tempo, hanno trovato un loro compromesso.
Molti dei paesi vulnerabili non hanno mollato per tutta la COP la richiesta di un adaptation fund trasparente, strutturato e non interpretabile a seconda delle stagioni. Chiedono sicurezza sulle risorse, vogliono essere certi di ricevere l’assistenza di cui hanno bisogno, e vogliono che questa non possa essere messa in discussione. 
Quanto al loss and damage (danni e perdite per via del climate change), viene infine chiarito che è questione a parte rispetto a al resto dei fondi da destinare ai paesi in via di sviluppo. Tra regole da fissare e una quantificazione dei flussi fatta in modo oggettivo e trasparente, anche qui la presidenza Fiji è riuscita nel suo intento. Se ne ridiscuterà attraverso la costituzione di un gruppo dedicato.

Pre-2020 e accelerazione.

Altro risultato che senz’altro può essere visto come un reale passo avanti, riguarda il “pre 2020”. Il documento finale chiarisce l’urgenza di agire sin da subito, e non solo dopo il 2020. Si chiede quindi alle parti di tirar fuori cosa hanno fatto per migliorare le loro azioni sul clima così da poterne fare monitoraggio e valutazione da prima di quella data. Un punto importante, significativo, sul quale hanno insistito una buona parte dei paesi in via di sviluppo.

Contrari alle valutazioni pre-2020 i paesi sviluppati. Favorevoli i piccoli stati insulari, paesi arabi e africani, India, Brasile e Cina. Per superare lo stallo, la presidenza delle Fiji a Bonn ha investito il Marocco, paese che ha ospitato la precedente COP, del compito di intavolare consultazioni informali per trovare la via  d’uscita.  Durante queste consultazioni, paesi come gli Stati Uniti (quelli di Trump, per intenderci) si sono lamentati del programma, “molto, molto impegnativo”: meglio “stralciare” anche questo capitolo dal resto, consigliavano. Gli Stati in via di sviluppo come la Malesia hanno detto no: la discussione è “altrove” già da troppo tempo – è stata la risposta. E’ necessario andare fino in fondo (come riferisce Climate Tracker). Ci sono stati veri momenti di tensione. Quel che ne è uscito fuori non è poco, anche perché ricorda a tutti i paesi che non possono semplicemente cancellare o dimenticare i loro impegni nei confronti delle poche decisioni giuridicamente vincolanti sul cambiamento climatico, come il Protocollo di Kyoto del 1997 e l’emendamento di Doha del 2012.

Secondo il Protocollo di Kyoto, di cui quest’anno si festeggiano i 20 anni, infatti, i paesi sviluppati dovevano impegnarsi a finanziare e sostenere i paesi in via di sviluppo prima del 2020, oltre a mettere in atto significative riduzioni di carbonio. Si prevedeva inoltre che i paesi sviluppati raccogliessero 100 miliardi di dollari entro il 2020 per consentire ai paesi in via di sviluppo di raggiungere i loro obiettivi di emissione. Il testo approvato oggi fa riferimento proprio al Protocollo di Kyoto e all’emendamento di Doha: si chiede alla presidenza della COP e al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres di scrivere a tutte le parti per mostrare quali progressi hanno fatto verso la ratifica del secondo periodo del Protocollo di Kyoto, oltre a sollecitare Guterres a promuovere la ratifica del Protocollo di Kyoto e l’Emendamento di Doha a cui finora hanno aderito solo 84 paesi (ne mancherebbero 60).

Il testo inoltre prevede che i progressi sulle azioni pre-2020 debbano essere riportati nel “dialogo di talanoa” della COP24 polacca così da portare ad una revisione più rapida delle azioni di mitigazione intraprese e relativi sostegni finanziari. Stessa cosa, poi, per la COP25 del 2019, cosi da garantire alle azioni e alla loro revisione un posto fisso nell’agenda delle negoziazioni.

Nel testo, il dialogo di Talanoa assume, come previsto, una parte importante. Proposto a Bonn in modo congiunto dai Presidenti di COP22 e COP23, è la metodologia (di cui si allegano anche le dettagliate istruzioni) per condurre le negoziazioni quantomeno fino a COP24, così da portare alla conferenza sul clima, in una Polonia del carbone (che in plenaria, però, si dichiara amante dell’ambiente), qualcosa di incardinato e difficilmente smontabile. Il suo lancio ufficiale è fissato a gennaio 2018. La plenaria, inoltre, “si compiace della relazione del Presidente della Conferenza delle parti abbia rilevato che il dialogo facilitativo del 2018 (il dialogo di Talanoa) considererà, come elementi del dialogo, gli sforzi delle parti in relazione all’azione e al sostegno, a seconda dei casi, nel periodo pre-2020”.

Nel documento  c’è anche la presa d’atto sulle implementazioni pre-2020, come si diceva:  “Tutte le parti condividono la visione che le implementazioni e le ambizioni del pre-2020 sono molto importanti, sottolineando che le stesse le ambizioni potenziate prima del 2020 possono costituire una solida base per il potenziamento dell’ambizione post-2020”

I 100 miliardi: “si riconosce inoltre  l’impegno assunto dalle parti dei paesi sviluppati in merito all’obiettivo di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per soddisfare le esigenze di paesi in via di sviluppo nel contesto di azioni di mitigazione significative e trasparenza
implementazione”.

Nel frattempo “si terranno dialoghi ministeriali biennali di alto livello sulla finanza climatica
nel 2018 e nel 2020” e “la commissione permanente per le finanze preparerà valutazioni e panoramiche biennali dei flussi di finanziamento del clima nel 2018 e 2020″.

Si chiede inoltre, come previsto, “alla segreteria di consultare il Segretario generale delle Nazioni Unite sui modi promuovere la ratifica dell’emendamento di Doha al protocollo di Kyoto e si invita le parti a presentare tramite il portale di invio2 entro il 1 ° maggio 2018” aggiungendo anche la necessità di  “informazioni sui progressi compiuti nell’attuazione della decisione e sulle azioni rafforzate durante il periodo pre-2020”, anche tramite “relazioni di sintesi delle comunicazioni relative al rafforzamento delle stesse in vista della COP24 e della COP25”.

La plenaria decide infine di convocare una riunione a COP24 e a COP25 sull’implementazione e l’ambizione pre-2020, durante le quali si inseriranno, oltre agli sforzi di mitigazione delle parti nel periodo pre-2020, anche, tra l’altro, anche i suggerimenti provenienti dal lavoro della Partnership di Marrakech (quindi anche del mondo delle organizzazioni, e di quello del business, ad esempio) tra cui i riassunti per i responsabili politici dei processi di esame tecnico e degli annuari sull’azione per il clima preparata dai campioni di alto livello.

 (seguono aggiornamenti e approfondimenti)