Bonn, COP 23 – Da spettatori a protagonisti. Quello chiedevano le popolazioni indigene ai Paesi industrializzati che, se da una parte pianificano progetti di sviluppo per le comunità, dall’altra si dimenticano di coinvolgere in modo attivo gli abitanti del luogo. Per questo, tra le novità di COP23, emerge l’approvazione dell’Indigenous People Platform, accordo negoziale basato sul principio dell’inclusione per gli indigeni e sulla condivisione delle informazioni, fondamentali quando si parla di politiche di lotta al climate change. Un accordo sul quale i nativi si dicono contenti del risultato.

Altra novità di Bonn, è che il gruppo delle comunità indigene prende forma, lo testimonia il loro padiglione, per la prima volta presente in una COP.
Temi non secondari, quelli trattati dai nativi. Come la questione di genere, accentuata all’interno delle comunità dagli eventi climatici. Tra le varie iniziative viste a COP23 per sensibilizzare società civile e Governi, vale senz’altro raccontare quella dei Guardians of the Forest, gruppo impegnato in azioni pacifiche che, attraverso l’esposizione di cartelli e in esibizioni in stile flash mob, prova a dare voce a chi l’ha precocemente persa per combattere la propria battaglia. Leader ambientali uccisi per difendere i diritti e la terra. Una lotta per le foreste che, spesso dimentichiamo, possiedono un valore culturale, di appartenenza. Non sono solo un semplice strumento utile allo stoccaggio di CO2.
Così, per fornire un personale contributo, pure il Presidente francese Macron, in visita a Bonn, ha reso omaggio al padiglione indigeno. Dove si è impegnato ad approfondire il tema in una Conferenza che anticipi la prossima COP24, in casa della Polonia.

Ma se da una parte il risultato raggiunto con l’Indigenous People Platform soddisfa i nativi, dall’altro si cercano confronti sul tema delle foreste. La Rete ambientale indigena (Indigenous environmental Network e l’Alleanza per la giustizia climatica (Climate Justice Alliance), infatti, hanno preso una posizione audace con la presentazione del report “Carbon Pricing Report: A Critical Perspective for Community Resistance” (vedi video), volto a criticare le soluzioni basate su un prezzo del carbonio.
Lo studio prova a confutare “i sistemi di mercato del carbonio” con la tesi che questi “non mitighino i cambiamenti climatici, non portino avanti strategie di adattamento, non servano alle comunità vulnerabili agli impatti e, di fatto, siano solo un escamotage per proteggere l’industria dei combustibili fossili e le corporazioni dall’assumere un’azione reale sul clima”.

È l’uomo bianco che perde
I leader indigeni dell’Amazzonia tengono una conferenza stampa insieme a IPAM (Amazon Environmental Research Institute). La loro regione stocca 30 miliardi di tonnellate di carbone, ma svariate attività, come estrazioni e piani infrastrutturali ma anche le crisi politiche del Brasile, possono minare il loro ruolo nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Il Capo Raoni (Kayapò) e Isaac Piyako (Ashaninka), tradotti in portoghese e in inglese, non usano mezzi termini: “Sono decenni che cerchiamo di far capire le conseguenze di certe scelte sulla natura. Quel che diciamo viene preso solo come istanza di un popolo indigeno che chiede tutela per la propria cultura e la propria terra. Certo che tutto questo lo vogliamo. Ma se avessero capito cosa stavamo dicendo, ossia che quel che sta accadendo non riguarda solo noi ma tutta l’umanità, forse non saremmo arrivati a questo punto. Speriamo che ci ascoltino. Se non lo fanno, cosa credete che accadrà? A chi andrà peggio, all’uomo bianco o a noi che conosciamo la natura?” (video).

 

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Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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