Per chi legge i titoli della maggior parte dei giornali italiani sui risultati della COP24 in Polonia, la sintesi è un “quasi-fallimento”. Ma che vuol dire in termini pratici, un quasi-fallimento? E’ fallita oppure no? In che senso quasi e in che senso fallimento? Cosa è successo in questa conferenza mondiale sui cambiamenti climatici?

Chi sa che ero in Polonia, mi fa domande per capire meglio, su facebook, via whatsapp, tramite email, persino al telefono (e pensare che ormai non lo usa quasi più nessuno per parlare).

Andiamo in ordine.

Prima di tutto, il rulebook. Meglio leggerlo di persona. Lo so, non è per niente facile. La lingua della diplomazia climatica internazionale è orribile, piena di sigle, di parole astruse, e oltretutto in inglese, ché per noi italiani spesso non è una passeggiata. Ma avere a portata di mano il testo, può tornare utile, https://unfccc.int/decisions_katowice, quanto meno per verificare le cose che si scrivono e i commenti che si leggono in qua e in là.

Cosa si è deciso. Oltre al nostro articolo – con interviste a caldo – sulla decisione, consiglio, per un primo approfondimento più specifico, di vedere il post di climalteranti.it, e poi di continuare a seguirci, perché vogliamo anche noi andare a fondo con l’aiuto di altri esperti.

Secondo. Parliamo di fallimento. L’onda lunga della parola “fallimento” è arrivata prima ancora dei fatti, del rulebook stesso.  E’ partita già nei primi giorni (le tv italiane c’erano per la sfilata iniziale), con il premier polacco che ha messo subito in chiaro: “Non possiamo rinunciare al carbone“.

Quelli che ci hanno letto e visto (non tantissimi – non siamo un giornale main stream, eh! – ma siamo stati l’unica testata italiana a seguire giorno per giorno, ora per ora, e, dal 10 dicembre, direttamente da Katowice; gli unici, insieme ai colleghi di tutto il mondo, a sentire l’emozione e il sollievo alle 22 di sabato sera), hanno saputo passo passo del puntare i piedi di alcuni stati del mondo, dello stallo dei negoziati, del primo intervento drammatico del segretario generale dell’ONU (“E’ una questione di vita o di morte“) e del secondo (“Il fallimento è un suicidio, gli occhi del mondo sono puntati su COP24“), dei commenti sulla bozza del 14 mattina (pessimo testo, in quella bozza).

Tra lunedi 10 e venerdi 14, facce cupe e mobilitazioni, critiche, eventi per raccontare la “sostenibilità” dei fossilidichiarazioni sarcastiche da oltre oceano, conferenze e comunicati stampa usati per far pressioni, delusione, flashmob, proteste, chiamate all’azione e l’Ipcc, ossia il tavolo scientifico intergovernativo che supporta le decisioni sui cambiamenti climatici e che rischiava di esser fatto fuori dal regolamento, a rilanciare l’allarme. 

Si. Il rischio del vero fallimento era chiaro a tutti. Potevamo ritrovarci ad una situazione pre-accordo di Parigi in poche ore. Gli interessi di alcuni paesi potevano bloccare i negoziati, far saltare il tavolo mondiale, perché il meccanismo prevede che il documento finale sia approvato all’unanimità.

Ma non è successo. Il libro delle regole c’è. Ed è decisamente meglio della sua bozza: le 36 ore di rush finale hanno portato gli Stati ad una ragionevolezza sufficiente a sciogliere la maggior parte dei nodi e dare modo di applicare l’Accordo di Parigi.

Terzo, parliamo del “quasi“. Il rulebook, ossia il regolamento attuativo dell’Accordo di Parigi, approvato alle dieci di sabato sera dopo notti insonni a Katowice, è frutto di compromessi. Ovvio. Non può, non poteva in ogni caso essere altrimenti. Quasi 200 nazioni, 14 mila delegati, 30 mila persone a COP24, ciascuno a tirare un pezzettino della coperta climatica dalla sua parte. E l’unanimità da raggiungere.

Molti giornali italiani hanno fornito ai propri lettori un’interpretazione del documento sulla base dei comunicati stampa e delle dichiarazioni di commento successive. Quelle degli ambientalisti, innanzitutto. Le associazioni ambientaliste fanno giustamente il loro lavoro. Il loro ruolo è quello di pretendere sempre di più (e meno male che lo fanno, in una situazione come quella dipinta da IPCC). Sottolineano quindi ovviamente e correttamente le parti deboli del regolamento. Come ad esempio Greenpeace: “Se è vero che la Cop24 ha approvato un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi, a dispetto delle attese non è stato raggiunto alcun impegno collettivo chiaro per migliorare gli obiettivi di azione sul clima, i cosiddetti Nationally Determined Contributions (Ndc)”. E ancora: “Questa Cop ha confermato l’irresponsabile distanza tra i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici e coloro che continuano a bloccare un’azione decisa per il clima o che vergognosamente stanno agendo con lentezza”. Però… “questo summit ha portato all’adozione di una serie di regole che se supportato da ambizioni adeguate può contribuire alla difesa del clima”. Il ruolo di questa COP era appunto questo.

Slow Food. Avrebbe potuto “considerare positivamente i risultati di questa COP”, ma è preoccupata  “sapendo quanto i Governi tendano a stare al di sotto di quanto previsto da questo tipo di accordi”: è per questo che non possono dirsi “né soddisfatti né ottimisti”. Però sul libro delle regole, c’è l’ok. “Il ‘Rulebook’, ovvero il regolamento che è stato firmato, rende operativo l’accordo di Parigi e mette tutti i paesi in condizioni di parità nel rendere conto sull’azione in campo per contenere il global warming”.

Il Wwf dal canto suo accoglie “con favore i progressi verso l’adozione di un ‘Libro delle regole’ per rendere operativo l’accordo di Parigi, e anche i segnali di volontà di aumentare le ambizioni venuto dalla Conferenza Onu, ma ancora non siamo al livello di accelerazione dell’azione necessario per affrontare l’emergenza climatica”. L’associazione lamenta “poca chiarezza su come si debba contabilizzare il finanziamento sul clima fornito dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo, su come si raggiungerà l’obiettivo dei 100 miliardi entro il 2020 o su come sarà concordato l’obiettivo finanziario globale dopo il 2025”.

Per Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, la COp24 si è conclusa “senza una chiara e forte risposta dei governi all’urgenza della crisi climatica, evidenziata dal recente rapporto dell’Ipcc”, e questo perché “non è riuscita a concordare un chiaro impegno di tutti i paesi a rafforzare entro il 2020 gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni in linea con la soglia critica di 1,5 gradi, ad adottare un efficace quadro normativo, in grado di dare piena attuazione all’Accordo di Parigi e a garantire un adeguato sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo che devono far fronte a devastanti impatti climatici”. Per Ciafani quindi è un “risultato debole” ma “i prossimi due anni devono servire a costruire partnership capaci di raggiungere il livello di ambizione che la scienza ritiene indispensabile per superare la crisi climatica”.

“C’è ancora molta strada da fare, soprattutto da parte della politica che stenta a dare all’azione per il clima quella priorità necessaria per preparare la società ad affrontare la sfida in modo adeguato prima che sia troppo tardi”, dice all’Ansa, e di conseguenza compare su tantissime testate, Luca Bergamaschi, ricercatore associato del Programma Energia, clima e risorse dell’Istituto Affari internazionali (Iai). “Per l’Italia significa innanzitutto mettere in campo misure concrete per l’uscita dal carbone entro il 2025, data confermata dal ministro Costa nel suo intervento a Katowice, e iniziare a pianificare l’uscita dal gas e dal petrolio per raggiungere zero emissioni nette entro le prossime tre decadi”. E ancora, “i paesi sono arrivati alla Cop24 dopo un anno di forti tensioni geopolitiche, dal commercio alla gestione delle migrazioni, che hanno messo in questione la tenuta dell’ordine multilaterale globale”, ma a Katowice, alla fine si è trovato un accordo in cui “l’Europa ha giocato un ruolo chiave nello sbloccare i negoziati attraverso una cooperazione stretta con i paesi più vulnerabili e altri paesi sviluppati come Canada, Norvegia e Nuova Zelanda. La Cina e l’India hanno tenuto un profilo più basso ma il passo importante da parte loro è il riconoscimento dell’universalità delle regole”.

L’accordo sul clima di Katowice è persino “un sollievo” per Johan Rockström, direttore designato del Potsdam Institute for Climate Impact Research: “i paesi riconoscono la necessità di una collaborazione globale per affrontare la crisi climatica globale” e l’Accordo di Parigi “è vivo e vegeto, nonostante l’aumento del populismo e del nazionalismo”.

“Il più grande inquinatore della storia e il più grande produttore di petrolio oggi dicono ai Paesi in via di sviluppo che le responsabilità sono le stesse e bloccano i progressi sui trasferimenti di tecnologia e sul supporto finanziario”, è la denuncia di Meena Raman della ong Third World Network. Però, “la Cina ha cambiato marcia e ha mostrato flessibilità”,  come ha spiegato il ministro canadese dell’Ambiente Catherine McKenna.

Per come l’ho vissuta io, ha ragione il ministro spagnolo dell’Ambiente Teresa Ribera: “Le nuove regole sono abbastanza chiare per rendere operativo l’accordo di Parigi e questa è una buona notizia”…  “nelle circostanze attuali, continuare a costruire il nostro edificio è già un successo”.

Leggo su facebook i veloci commenti ai titoli (tendenzialmente, lo sappiamo, è solo questo ciò che si legge). “Che schifo.. che delusione… se ne fregano del futuro dei nostri figli…. pensano solo ai loro interessi…” E soprattutto “… bah, io ci ho rinunciato”.

Ecco, questa è una frase che non voglio sentire mai più. Loro, negoziatori e, sì, pure i politici, a Katowice non ci hanno rinunciato, hanno lottato, chi per un interesse, chi per un altro, è vero, ma tutti per arrivare comunque ad un accordo unanime. Lo immaginate? Provate a scrivere un testo di impegni che tutti vogliano sottoscrivere, mandatelo per approvazione ad una ventina di persone in situazioni anche di poco diverse, chiedendo eventuali emendamenti, e vedete che succede e quanto tempo vi ci vuole per trovare la versione che vada bene a tutti. A Katowice, come a Parigi, il testo che disegna la rivoluzione in tutto il pianeta andava scritto ed approvato dagli stati di tutto il mondo. Ed è successo.

Quel che non deve mai accadere è che rinunciamo noi cittadini alla lotta per una politica, un’economia, una società “ambiziosa”, per dirla nei termini delle conferenze sul clima. Perché se noi “rinunciamo”, se noi non lottiamo, non ci informiamo correttamente, non alziamo la voce, per chi è al governo pochi anni e deve rispondere alle nostre “necessità urgenti” di lavoro e disoccupazione, crisi, pensioni, immigrazione, criminalità, finanziarie, promesse elettorali, sussidi ed altre varie ed eventuali, non c’è forte motivazione ad occuparsi seriamente e investire i soldi nostri in politiche climatiche e strategie a breve, medio e lungo periodo, sia in casa che in aiuti a coloro che abbiamo messo già ora in seri guai. Chi “ci rinuncia” su facebook dando la colpa dei “quasi-fallimenti” ai governi, sarebbe disposto, tanto per dire, a cacciare un po’ di soldi di tasca sua in termini di tasse per fornire ai paesi vulnerabili gli aiuti per adattarsi o anche fuggire, e a quelli in via di sviluppo i mezzi per ridurre le emissioni? Lo chiedo non a caso, ma perché questo è proprio uno dei nodi della COP. Al di là dei commenti disfattisti, quindi, chi ha voglia di fare qualcosa per davvero cominci a darsi da fare subito. Tocca a ciascuno di noi. Chiedere. Gridare. Agire. Solo così le cose funzioneranno.

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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