Al centro dei negoziati di COP24 in Polonia c’era il “rulebook“, che è stato commissionato nel 2015 e doveva essere scritto entro la fine della COP24. Si tratta del “manuale operativo” dettagliato necessario per l’attuazione dell’Accordo di Parigi nel 2020

In questo articolo proviamo ad entrare nel dettaglio dei suoi contenuti, in quel regolamento, che prende il nome di Katowice Climate Package, e che la notte tra il 15 e il 16 dicembre scorso, dopo un anno di discussioni mentre ovunque si virava al populismo e in certi casi al negazionismo, dopo intoppi, notti insonni, trattative estenuanti e rischi di fallimento, il mondo ha approvato. Cosa c’è scritto?

Innanzi tutto, è il caso di dire che si tratta di 133 pagine scritte in diplomatese climatico inglese, non facili da digerire. Quindi, abbiate pazienza se ci è scappato qualcosa. Per decifrarlo, abbiamo fatto ricorso anche ai testi di Italian Climate Network, a Climalteranti.it e – in buona parte – a Carbon Brief.

A COP24 la bozza del rulebook è arrivata reduce da mesi di negoziati e contava 236 pagine (a settembre era di 307); pagine piene zeppe di parentesi quadre (3000), ossia di nodi, di parti su cui non vi era accordo. A Katowice, i tecnici diplomatici che avevano il compito di venirne a capo, e non erano affatto sicuri di farcela in due settimane. Anzi, non erano affatto sicuri di farcela punto.

La pressione era alta, le notti di discussione si succedevano l’una all’altra, il ritardo si accumulava, le parentesi restavano in alto numero. Dopo la prima settimana si era ancora in alto mare. La seconda settimana, quella con i colloqui politici tra i ministri, si è aperta nella piena incertezza.

Il primo intoppo è stato metodologico e come tale trasversalmente importante per tutti i temi del rulebook: concordare un unico insieme di regole valide per tutti i paesi – con flessibilità per coloro che ne hanno bisogno – o mantenere l’attuale divisione tra le regole per i industrializzati e i paesi in via di sviluppo, compresi quelli che lo sviluppo lo stanno facendo a passi da gigante? La decisione finale ha visto l’abbandono della tradizionale differenziazione degli obblighi (detta anche “biforcazione”) tra paesi industrializzati ed in via di sviluppo, a favore invece di regole comuni, con la previsione di flessibilità per quei Paesi in via sviluppo che ne necessitano in base alle proprie capacità. Un flessibilità però decrescente, man mano che avviene lo sviluppo.

Il secondo nodo è stato quello riguardante i finanziamenti per il clima per aiutare le nazioni in via di sviluppo ad adattarsi agli impatti del riscaldamento globale, a mitigare le loro emissioni e a partecipare pienamente al processo previsto dall’Accordo di Parigi.

Carbon Brief, che ha rintracciato le varie versioni dei testi di negoziato e li ha organizzati in un foglio di calcolo, ha preso nota del numero di pagine di testo in ogni iterazione, così come del numero di parentesi quadre  e il numero di diverse “opzioni” ancora sul tavolo. 

Nella seconda settimana i colloqui hanno raggiunto l’apice della crisi, con il presidente della COP, il polacco Michał Kurtyka, che ha dichiarato ai delegati: “L’attuale approccio ai negoziati è esaurito. Molti testi sono bloccati. D’ora in poi passeremo sotto l’autorità della presidenza polacca”In pratica, questo cambio di marcia ha fatto sì che la presidenza assumesse il comando sui testi – un difficile equilibrio tra fare progressi e far arrabbiare quei paesi o blocchi di paesi la cui voce veniva persa insieme alle parentesi. Solo nelle ultime ore di negoziato, e persino oltrepassando di 24 ore la dead line della COP, se ne veniva a capo. E con un testo decisamente migliore delle bozze.

 

I temi caldi del rulebook e relative parentesi quadre e numeri di pagine giorno per giorno prima e durante il vertice sul clima COP24 delle Nazioni Unite a Katowice. Ciascuna colonna è suddivisa in blocchi per il testo che coprono gli articoli separati dell’Accordo di Parigi, tra cui le linee guida dell’articolo 4 sugli impegni climatici e le norme di segnalazione dell’articolo 13 per le emissioni di gas a effetto serra e i progressi nell’affrontarle. Fonte: Carbon Breif analisi dei successivi testi di negoziazione. Grafico di Carbon Brief

Il grafico sopra, elaborato da Carbon Brief, mostra i temi caldi del rulebook. Ad esempio, le disposizioni relative ai meccanismi di mercato volontari di cui all’articolo 6, le norme per la comunicazione del finanziamento climatico ai sensi dell’articolo 9 e le norme sulla trasparenza di cui all’articolo 13, che riguardano la comunicazione delle emissioni di gas a effetto serra e i progressi nell’affrontarle.

Giovedì 13 la presidenza polacca ha rimesso mano ai testi. Le bozze successive hanno ridotto drasticamente il numero di parentesi quadre da più di 600 fino a circa 180. La bozza “semifinale”, però, è stata presa malissimo. A COP24 si sono viste manifestazioni di protesta, conferenze stampa per fare pressioni, dichiarazioni, flash mob, mobilitazioni di ogni genere.  La situazione era seria. L’operazione di “pulizia” polacca faceva fuori molte istanze e metteva in pericolo gli obiettivi dell’accordo di Parigi.

I paesi più ambiziosi, guidati dall’Europa, e il gruppo guidato dalla Cina nelle ultime 36 ore hanno portato, in una plenaria infinta che si è conclusa a tarda notte, sabato 15 dicembre, alla firma di un regolamento con zero parentesi, approvato all’unanimità, decisamente migliore delle ultime bozze.

Il Rulebook è composto di singole serie di regole per tutti i paesi, e lascia libertà a coloro che non hanno la capacità di soddisfarle. Il testo del regolamento usa un linguaggio legalmente vincolante (shall“) in 260 passaggi, contro i soli 110 usi del più libero “dovrebbe” (“should”).

PUNTO PER PUNTO

NDCs, ossia gli impegni climatici dei paesi.

Gli impegni climatici dei singoli paesi (“contributi determinati a livello nazionale”, NDCs) sono trattati dall’articolo 4 dell’Accordo di Parigi. A COP24 bisognava stabilire le regole su come conteggiarli così da semplificare il confronto degli impegni e avere il quadro globale.  Nel rulebook si dice che tutti i paesi “devono” utilizzare le più recenti linee guida sulla valutazione delle emissioni dell’IPCC (attualmente le ufficiali, aggiornate nel 2006, ma che sono ora in fase di aggiornamento ed usciranno l’anno prossimo).

Con frequenza almeno biennale i Paesi dovranno presentare i propri livelli delle emissioni attraverso un inventario. Gli inventari però non potranno essere utilizzati per effettuare il monitoraggio dell’implementazione dell’NDC, ma solo per verificarne il raggiungimento.  Gli inventari sono solidi, la criticità riguarda piuttosto gli indicatori di monitoraggio dell’implementazione dell’NDC. Ogni paese può scegliere gli indicatori in maniera indipendente, mentre per verificare il raggiungimento del target, l’ultimo anno si dovrà usare l’inventario per il confronto. 

Il registro. A Katowice si è scritto che gli impegni dei paesi (NDCs) saranno registrati in un registro pubblico, sulla base del portale provvisorio già esistente. E in questo registro ci continuerà a essere una funzione di ricerca, nonostante i tentativi di rimuoverla, così da dare a tutti facilmente la possibilità di un confronto e innescare una competizione virtuosa. È stato quindi istituto il “Forum sull’impatto delle misure di risposta al cambiamento climatico”. L’obiettivo di questo forum è di permettere alle Parti di condividere, in modo interattivo, informazioni, esperienze, casi di studio, migliori pratiche, punti di vista per facilitare la valutazione e l’analisi dell’impatto dell’attuazione delle misure di risposta al cambiamento climatico.

C’è stato anche accordo sul fatto che gli impegni futuri dovranno, dal 2031, coprire lo stesso numero di anni, da concordare in seguito, perché ad oggi gli impegni sono disomogenei, alcuni coprono cinque anni mentre altri ne coprono 10. Gli impegni di quei paesi, come USA, Brasile. che al momento arrivano fino al 2025 dovranno essere estesi al 2030. 

IPCC, benvenuto o accolto?

l rapporto speciale sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5° C, pubblicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) in ottobre, è diventato fonte di tensione a COP24.

Alla fine della prima settimana, quattro paesi – Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait – hanno ritardato la conclusione di una plenaria tecnica rifiutandosi di “accogliere” la relazione. Volevano solo “prendere in considerazione” il report, e non “accoglierlo”, il che ha portato i paesi vulnerabili al climate change a protestare. Il rapporto dell’1.5 C era stato formalmente richiesto dai paesi durante COP21 a Parigi, e la disputa sull’opportunità di accoglierlo è saltata fuori nonostante la maggioranza dei paesi si era già pronunciata a favore dell’accoglimento della relazione. Secondo la versione dell’Arabia Saudita, la loro opposizione era dovuta al fatto che il report avrebbe “lacune scientifiche”.

La formulazione che è stata inserita nel documento primario del rulebook è quella di accogliere con favore il completamento tempestivo del report dell’IPCC, con l’invito ai paesi a utilizzare il rapporto nelle discussioni successive dell’UNFCCC.

Le linee guida IPCC 2006, il cui aggiornamento verrà pubblicato nel 2019 e dovrà essere adottato da CMA (sempre che ci sia accordo), saranno la base di tutti gli inventari dei contributi nazionali delle emissioni di gas serra.

Un altro rapporto ha anche contribuito a dare un senso di urgenza ai colloqui, durante la prima settimana, è stato quello del Global Carbon Project (GCP), con le ultime stime annuali delle emissioni globali: la produzione di emissioni da combustibili fossili e dall’industria crescerà probabilmente di circa il 2,7% nel 2018, l’aumento più rapido in sette anni.

Meccanismi di mercato – Articolo 6

L’area più tecnica del testo riguardava le regole dei meccanismi di mercato volontari di cui all’articolo 6 (carbon market), quelle che alla fine sono state rimandate alla COP25 in Cile.

Le discussioni hanno faticato ad andare avanti, insieme al numero di sezioni in parentesi. Con il passare dei giorni, sempre più dettagli delle regole dell’articolo 6 sono stati aggiunti all’elenco delle cose da fare nel 2019. Il punto più controverso riguardava le regole contabili di base per evitare il “doppio conteggio” delle riduzioni delle emissioni da parte dell’acquirente e del venditore di compensazioni. La bozza del testo stabiliva in che modo ciascuna parte dovrebbe apportare un “adeguamento corrispondente” ai propri inventari delle emissioni in commercio.

Il Brasile ha puntato i piedi e non ha ceduto: non aveva intenzione di accogliere quelle regole per bloccare il “doppio conteggio”

Più in dettaglio. L’articolo 6.2 dell’Accordo di Parigi prevede che i paesi possano negoziare il superamento degli impegni climatici, mentre l’articolo 6.4 dice che singoli progetti possono generare crediti di carbonio da vendere. Oltre al problema generale del doppio conteggio, la discussione si è incagliata sul tema del superamento del cosiddetto “Clean Development Mechanism” (CDM. meccanismo di sviluppo pulito), presente nel protocollo di Kyoto ma da superare secondo l’Accordo di Parigi.  Come o se portare avanti le compensazioni, i programmi e le metodologie elaborate nell’ambito del CDM e se porre dei limiti al loro utilizzo per rispettare gli impegni assunti ai sensi dell’accordo di Parigi? Tutta roba rimandata all’anno prossimo.

Il fallimento del negoziato su questo particolare aspetto potrebbe creare grattacapi – secondo Carbon Brief – per lo schema commerciale che si sta preparando per le emissioni del trasposto aereo (CORSIA). L’organizzazione dell’aviazione dell’ONU, l’ICAO, dovrebbe iniziare a concordare le norme CORSIA la prossima primavera e si prevede, quindi, che debba, quantomeno inizialmente, rimuovere ogni riferimento al carbon market come da articolo 6 dell’Accordo di Parigi.

Un’ultima questione in discussione all’interno dell’articolo 6 era la “mitigazione complessiva delle emissioni globali” (OMGE). Questa dicitura è stata introdotta dall’Accordo di Parigi per spiegare l’idea che il commercio di carbonio dovrebbe generare un beneficio netto per il clima, piuttosto che essere un gioco a somma zero.

Le bozze iniziali includevano opzioni che avrebbero automaticamente annullato fino al 30% di tutte le compensazioni generate. Gli analisti, i paesi vulnerabili al clima e molte ONG hanno detto chiaramente che la cancellazione automatica era necessaria per garantire la OMGE. Le versioni successive della bozza di testo però rendevano la cancellazione volontaria: meglio quindi rimandare questo punto, piuttosto che cedere all’inaccettabile posizione del Brasile.

FINANZA e report sui finanziamenti (regole sull’articolo 9 dell’Accordo di Parigi)

Progressi rapidi – in termini di parentesi tolte – su questo fronte, che pure all’inizio sembrava parecchio difficile. Le regole che ne escono sono relativamente permissive, dando flessibilità alle nazioni ricche sulle modalità di relazione dei loro contributi.

Nel rulebook si fa riferimento all’articolo 9.5 dell’Accordo di Parigi (relazioni sulla disponibilità prevista di finanziamenti per il clima in futuro) e all’articolo 9.7 (rapporti sul denaro che è già passato di mano) e si dice che i paesi sviluppati “devono” (shall) e quelli sviluppati “dovrebbero” (should) riferire su qualsiasi finanziamento climatico. Eliminata la “differenziazione”, a favore di una flessibilità.

I paesi sono autorizzati a riportare l’intero valore dei prestiti come finanziamenti per il clima, piuttosto che la parte “equivalente a sovvenzioni” del totale. I paesi possono riferire volontariamente valori equivalenti alle sovvenzioni. Questa elasticità rende “insignificante” l’obiettivo collettivo di fornire 100 miliardi di dollari di finanziamenti entro il 2020, secondo Brandon Wu, direttore della politica e delle campagne di ActionAid USA. Joe Thwaites, un associato del World Resources Institute (WRI), ha raccontato che alcuni paesi sono diffidenti nei confronti di una relazione di sovvenzione equivalente in quanto la metodologia per determinare l’equivalenza di sovvenzione non è chiara. Bisognerà quindi che il controllo sia accurato. “La cosa fondamentale, dal momento che alcune di queste disposizioni sono volontarie, è che tutti – altri paesi, osservatori, ricercatori, gruppi della società civile –  spingano e analizzino i  rapporti, per assicurarsi che sia equi e solidi”.

Ai paesi sviluppati viene richiesto di riferire le informazioni relative alle previsioni di finanziamenti futuri “disponibili” entro il 2020. Il segretariato del Clima delle Nazioni Unite è invitato a compilare queste informazioni dal 2021 per informare sullo status quo globale.

In particolare, i paesi dovrebbero dare “un’indicazione di quali nuove e aggiuntive risorse finanziarie sono state fornite, e di come è stato determinato che tali risorse siano (davvero) nuove e aggiuntive”, così da tracciare e monitorare i flussi di finanziamento. Queste regole di segnalazione saranno riesaminate nel 2023.

I paesi sviluppati, insomma, sono invitati a dire come stanno aumentando i loro sforzi e come sono progrediti nel tempo. Questo rende anche più difficile per i paesi contare i combustibili fossili come finanziamenti per il clima, perché sarà molto più facile per gli analisti e per gli altri paesi guardare i rapporti e valutarli.

Dal 2020 i dialoghi ministeriali ad alto livello sulla finanza climatica si ripeteranno ogni due anni.

Trasparenza – Articolo 13

Una sezione chiave del regolamento riguarda la trasparenza ai sensi dell’articolo 13 dell’Accordo di Parigi. Si descrive cosa, con quale frequenza e con quali dettagli i paesi dovrebbero riferire sui loro sforzi in materia di clima. Comprende sette tipi di informazioni, tra cui la comunicazione delle emissioni, i progressi verso il rispetto degli impegni sul clima, l’adattamento, gli impatti climatici e i finanziamenti climatici dati o ricevuti.

Questa parte del rulebook, com’è facile immaginare, è stata difficilissima da sciogliere. Fronte contro fronte, paesi ricchi e poveri. Il regolamento finale applica un unico insieme di regole a tutti i paesi. Su questo tema, Stati Uniti e Unione Europea erano dalla stessa parte: volevano ottenere gli stessi standard di riferimento con la Cina. Questa serie di regole deve comunque essere applicata con flessibilità per “quelle parti di paesi in via di sviluppo che ne hanno bisogno alla luce delle loro capacità”.

Uno dei principali dibattiti era stato come decidere quali paesi in via di sviluppo avessero bisogno di questa flessibilità, ovviamente. Il regolamento finale consente ai paesi di “auto-determinare” se hanno bisogno di flessibilità o meno, usando un approccio di compromesso proposto all’inizio del 2018 dal veterano ex negoziatore americano Sue Biniaz. Il compromesso con la Cina è stato il punto di svolta dei negoziati nelle ultime ore di COP24.

Coloro che fanno uso di questa flessibilità devono dire perché hanno bisogno di questa flessibilità e per quanto tempo si aspettano di continuare ad averne bisogno. Gli Stati Uniti e alcuni altri paesi avevano sperato di porre un limite di tempo a questa flessibilità, ma alla fine è prevalsa la linea di quel compromesso che ha consentito il varo del rulebook.  Le regole aggiungono che i paesi che utilizzano questa flessibilità dovrebbero dire come miglioreranno nel tempo. Insomma, non è una flessibilità infinita, perché anche questi paesi “dovrebbero … per quanto possibile identificare, aggiornare regolarmente e includere” informazioni sul miglioramento.

Le emissioni devono essere segnalate con non più di due anni di ritardo (tre per i paesi in via di sviluppo che ricorrono alla flessibilità). Ad esempio, le relazioni nel 2018 copriranno gli anni almeno fino al 2016. I paesi dovranno riferire utilizzando “tabelle comuni di comunicazione” e un “formato tabulare comune” che sarà sviluppato dall’organismo tecnico SBSTA.

Le nuove regole di segnalazione sono valide per tutti i paesi dal 2024, un anno dopo il primo global stocktake (2023 come previsto dall’Accordo di Parigi). Ciò significa che il primo global stocktake, ossia l’appuntamento in cui si fanno insieme i conti e si verifica il percorso verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, sarà probabilmente basato su informazioni meno complete e comparabili. Ciononostante, le nuove regole comportano una “massiccia intensificazione” dei requisiti di rendicontazione semestrali, secondo Yamide Dagnet, direttrice del progetto sull’azione climatica internazionale presso il World Resources Institute. In precedenza, le relazioni semestrali sono state richieste solo alle 44 nazioni sviluppate elencate negli allegati I e II della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Nelle regole c’è anche un altro dettaglio importante che impegna i paesi a segnalare le emissioni in “equivalenti CO2”, utilizzando i potenziali di riscaldamento globale in 100 anni. Michelle Cain dell’Environmental Change Institute dell’Università di Oxford dice a Carbon Brief che questo è “un passo indietro”. I gas serra a vita lunga e di breve durata influenzano il clima in modi “fondamentalmente diversi”. Riportandoli insieme e usando la singola metrica dell’equivalente di CO2 “travisano gravemente” gli impatti climatici del metano. “Se metti tutto insieme non puoi dire quale sarà il riscaldamento causato da quelle emissioni”. Cain aggiunge che ciò potrebbe essere fatto senza nuove metriche purché la rendicontazione separi gli inquinanti a breve e lunga vita.

Global stocktake – Articolo 14

Una parte fondamentale dell’Accordo di Parigi è il suo ciclo pledge-and-review (revisione degli impegni) quinquennale, un processo descritto dall’ex capo del clima delle Nazioni Unite Christiana Figueres come il suo “cuore pulsante”, il global stocktakeL’idea è che ogni cinque anni i paesi si incontrino e facciano il punto sui progressi verso l’obiettivo a lungo termine di Parigi al fine di evitare un pericoloso riscaldamento globale. Quindi, con questo global stocktake in mano, i paesi tornino a casa e ripropongano impegni climatici rafforzati per colmare le lacune nell’ambizioneIl regolamento finale dice che il global stocktake “è cruciale per rafforzare l’ambizione collettiva di azione e sostegno al raggiungimento dello scopo e degli obiettivi a lungo termine dell’Accordo di Parigi”.

Questi obiettivi, enunciati nell’articolo 2 dell’accordo di Parigi, includono il mantenere il riscaldamento ben al di sotto del 2 ° C e idealmente 1,5 ° C, aumentando la capacità di adattamento e “rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso verso basse emissioni di gas serra e sviluppo resiliente ai cambiamenti climatici”.  Durante i global stocktake si affronteranno anche le questioni – lumino di coda da anni dei negoziati – dei danni e delle perdite da effetti di cambiamenti climatici già avvenuti, il cosidetto capitolo “loss and damage”. 

Le regole stabiliscono anche la struttura per il processo di global stocktake, che deve essere diviso in tre fasi: raccolta di informazioni, valutazione tecnica e considerazione dei risultati.

Si è deciso inoltre di attivare un “dialogo tecnico” che informerà il global stocktake, che è molto simile al “dialogo per esperti strutturati” condotto dal 2013-2015 (sull’obiettivo dell’1,5° C) e che è stato determinante nel sollevare l’ambizione dell’Accordo di Parigi.

Perdita e danni (Loss and damage)

Le perdite e i danni causati dagli inevitabili impatti dei cambiamenti climatici sono stati da sempre un grande scoglio per i paesi vulnerabili, come i piccoli stati insulari in via di sviluppo. Alla fine, il regolamento menziona la questione in diversi punti, anche se con meno peso di quanto molti sperassero. Le regole dei global stocktake ad esempio aggiungono l’argomento “loss and damage” a quelli da affrontare: durante le revisioni, si “possono prendere in considerazione, se del caso … gli sforzi per evitare, ridurre al minimo e affrontare la perdita e il danno associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici”.

Anche le regole sulla trasparenza parlano di loss and damage: i paesi “possono, se del caso” riportare “perdite e danni”. Sembra molto poco, e certamente lo è. Ma la discussione è da anni allo stallo e il rischio era che neppure la dicitura comparisse nel regolamento. “Sapevamo che  loss and damage sono una questione molto delicata per i paesi sviluppati … È stata una grande battaglia per tre anni. Ed è bello vedere che … perdite e danni sono inseriti nella revisione degli  stocktake globali. È anche … incluso nel rapporto sulla trasparenza che deve essere fornito ogni due anni. Anche quello non è stato facile”, commenta Yamide Dagnet di WRI a Carbon Brief.

Altre questioni

Le regole sono state completate in una serie di altre parti, ed hanno tratto anche il modo in cui il rispetto dell’accordo di Parigi deve essere monitorato. La COP24 ha accettato di istituire un comitato di conformità esperto che sia “di natura facilitativa … non conflittuale e non punitivo“. Non imporrà sanzioni, ma sarà in grado di indagare sui paesi che non presentano impegni sul clima. Per quanto riguarda le relazioni sulla trasparenza riguardante i finanziamenti per il clima o le emissioni e i progressi nel loro taglio, il comitato “può, con il consenso della parte interessata, prendere in considerazione le questioni in caso di incongruenze significative e persistenti delle informazioni“.

La COP24 ha inoltre concordato come i paesi dovrebbero segnalare i loro sforzi per adattarsi ai cambiamenti climatici. E ha deciso che il “fondo di adattamento“, un meccanismo finanziario istituito dal Protocollo di Kyoto, deve continuare nell’ambito dell’accordo di Parigi.

Come ridurre le emissioni – dialogo di talanoa

Al di fuori del rulebook, molte discussioni si sono incentrate su come i paesi dovrebbero aumentare l’ambizione dei loro impegni sul clima per raggiungere collettivamente gli obiettivi di temperatura dell’accordo di Parigi. I paesi si dicono pronti a ripresentare o aggiornare i loro impegni sul clima (“contributi determinati a livello nazionale” o NDCs) entro il 2020. L’accordo di Parigi dice che i successivi impegni dovrebbero “rappresentare una progressione” rispetto al precedente – il cosiddetto “ratchet mechanism“, al rialzo – in modo da rispecchiare la loro più alta ambizione possibile”, pur riconoscendo le diverse circostanze nazionali. 

L’accordo di Parigi diventa “operativo” solo nel 2020, ma i paesi hanno concordato nel 2015 di “fare il punto” dei progressi finora compiuti in materia di azione per il clima prima di quella data, così da aiutare ad aumentare l’ambizione collettiva nel prossimo ciclo di NDC nel 2020. Questo processo, un “dialogo facilitativo”,  è stato battezzato “dialogo di talanoa” durante la presidenza del COP delle Fiji dello scorso anno, in onore della tradizione pacifica del problem solving collettivo fijiano.

Il dialogo di talanoa è iniziato nel gennaio 2018, poco dopo la COP23 di Boon dello scorso anno, e si è concluso in una fase politica durante la seconda settimana a Katowice. Consisteva in 21 tavole rotonde simultanee di alto livello e una plenaria di chiusura di alto livello. Ha portato a un invito all’azione da parte dei presidenti della COP23 e della COP24, un’esortazione per “tutti” a “portare avanti un segnale chiaro” dal dialogo, “agire con urgenza” e “riconoscere che siamo in una corsa contro il tempo” .

Alla plenaria di chiusura, il primo ministro delle Fiji Frank Bainimarama ha chiesto ai paesi di aumentare i loro impegni sul clima “cinque volte: cinque volte più ambizione, cinque volte più azione” nel tentativo di raggiungere l’obiettivo di 1,5 ° C entro il 2100 – facendo riferimento al recente divario delle emissioni emerso dal report dell’UNEP.

In una dichiarazione rilasciata all’inizio della conferenza, cinque ex presidenti della COP hanno chiesto che l’esito di Katowice fosse anche quello di inviare nel testo un “messaggio inequivocabile” per una maggiore ambizione entro il 2020. Alla fine, il testo finale “invita i paesi a “considerare” i risultati del dialogo di talanoa nella preparazione dei loro NDCs e negli sforzi per migliorare l’ambizione pre-2020. C’è anche un’altra sezione del testo, che non si occupa strettamente dei NDC, che “sottolinea l’urgenza di una maggiore ambizione al fine di garantire il massimo impegno possibile di mitigazione e adattamento da parte di tutte le parti”.

La ragione per cui il paragrafo non è stato rafforzato su questo fronte è “semplice”, spiega Naoyuki Yamagishi di WWF Giappone: non c’erano abbastanza parti che l’appoggiassero. Mentre i paesi meno sviluppati e alcuni paesi europei l’hanno sostenuto, paesi come Stati Uniti, Giappone, Cina, India, non l’hanno fatto.

C’è da dire, però, che durante COP24 diversi paesi hanno manifestato la volontà di presentare maggiori impegni sul clima nel 2020, tra cui India, Canada, Ucraina e Giamaica. “Un momento chiave è arrivato quando diverse dozzine di paesi della “High Ambition Coalition” – tra cui l’UE, il Regno Unito, la Germania, la Francia, l’Argentina, il Messico e il Canada – si sono impegnati a “intensificare” le loro ambizioni entro il 2020”, continua Yamagishi. Segnali di progresso anche dalla Powering Past Coal Alliance, lanciata alla COP dello scorso anno dal Regno Unito e dal Canada, che ha annunciato l’adesione di nuovi membri, tra cui Scozia, Israele, Senegal, Sydney e Melbourne, portando il totale a circa 80 paesi.

Pre-2020

I cosiddetti impegni “pre-2020”, che sono stati concordati per la prima volta dai paesi sviluppati nel 2010 a Cancún, sono rimasti fonte di tensione a Katowice, anche se in misura minore rispetto allo scorso anno. Questa parte del testo finale spinge i paesi sviluppati che non l’hanno ancora fatto a ratificare l’emendamento di Doha in modo che possa entrare in vigore. Ciò estenderebbe il protocollo di Kyoto sulle emissioni dei paesi sviluppati fino al 2020.

Il testo della decisione “esorta vivamente” i paesi sviluppati ad aumentare il loro sostegno finanziario in linea con la promessa di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti per il clima ai paesi più poveri entro il 2020. Riconosce che “la fornitura di finanziamenti urgenti e adeguati” aiuterà paesi in via di sviluppo al fine di rafforzare la propria azione pre-2020. Il testo inoltre “accoglie con favore” l’inventario del 2018 sull’implementazione e l’ambizione pre-2020 e ribadisce la sua decisione di convocare un’altra riunione l’anno prossimo. Queste riunioni fanno parte del compromesso raggiunto lo scorso anno per riconoscere le frustrazioni dei paesi in via di sviluppo su ciò che vedono come una mancanza di azione dei paesi sviluppati prima del 2020.

Alcuni paesi in via di sviluppo hanno spinto i colloqui affinché nello stocktake globale del 2023 si affronti l’attuazione degli impegni pre-parigini presi per il 2020, se non verranno raggiunti entro tale data. Questo però non è stato incluso nel regolamento finale.

Soldi.

Un punto dolente sempre maggiore per i paesi in via di sviluppo è l’impostazione di un nuovo obiettivo di finanziamento per il clima. L’accordo di Parigi dice che dovrebbe essere fissato entro il 2025 e che debba superare il “piano” di 100 miliardi di dollari all’anno promesso ai paesi in via di sviluppo entro il 2020. Alla fine, le parti hanno concordato di iniziare a discutere questo nuovo obiettivo alla COP26 nel novembre 2020. Nel frattempo, i contributi dei paesi ricchi rimangono in qualche modo inferiori all’obiettivo di 100 miliardi di dollari per il 2020. Diversi annunci alla COP hanno mostrato almeno uno sforzo  progressivo delle finanze. La Germania ha dichiarato di aver versato un contributo di 70 milioni di euro, mentre gli impegni di Francia, Svezia, Italia e UE hanno portato il totale a 129 milioni di dollari – una raccolta fondi annuale record per il fondo. La Germania è anche il primo paese ad annunciare un importo concreto per il round di rifornimento del Green Climate Fund (GCF): offre 1,5 miliardi di euro, il doppio del suo precedente contributo nel 2014.

Anche la Norvegia ha promesso 516 milioni di dollari al GCF, mentre il Giappone ha detto che prenderà in considerazione più finanziamenti una volta che il processo di rifornimento inizierà ufficialmente nel 2019. Ha anche presentato il diplomatico Kenichi Suganuma come candidato prossimo capo del GCF, che verrà selezionato a febbraio.

Il Green Climate Fund (GCF) ha finora ricevuto solo 7 miliardi di dollari sui 10 previsti, a causa sia degli Stati Uniti che non vogliono versare la loro parte (3 miliardi di dollari) sia delle variazioni dei tassi di cambio dalla valuta.

La Banca Mondiale, nel frattempo, ha annunciato 200 miliardi di dollari per il suo programma di investimenti sul clima 2021-2025, che raddoppia i 100 miliardi dati al suo piano di investimento quinquennale precedente fino al 2020. La metà del totale verrà direttamente dalla banca, ha detto, con parti uguali che andranno a mitigazione e adattamento. I restanti 100 miliardi arriveranno da altre parti del gruppo della Banca Mondiale e “mobilizzeranno” il capitale privato.  La Banca Mondiale era anche una delle nove banche multilaterali di sviluppo che hanno fatto una dichiarazione al COP per “allineare … le loro attività” agli obiettivi dell’accordo di Parigi.

Altri buoni annunci da altre cinque banche – ING, BBVA, BNP Paribas, Société Générale e Standard Chartered – con un prestito combinato di 2,4 mila miliardi di dollari – che si impegnano a misurare l’allineamento climatico dei loro portafogli di prestiti con l’obiettivo di indirizzarli verso l’obiettivo  “ben al di sotto di 2C”.

Pure il Regno Unito ha fatto diversi annunci alla COP. In primo luogo, un aumento di 100 milioni di sterline per i progetti di energia rinnovabile nell’Africa subsahariana. In secondo luogo, 170 milioni di sterline di finanziamento per sostenere la creazione di un “gruppo zero netto” nell’industria pesante del Regno Unito entro il 2040. I consiglieri del governo sulle questioni climatiche hanno accolto favorevolmente questo annuncio, ma ritengono che il 2030, rispetto al 2040, sarebbe più compatibile con l’obiettivo climatico al 2050 del Regno Unito.

Infine, tra le molte dichiarazioni commerciali fatte durante i colloqui, si sono distinti diversi annunci interessanti. Maersk, la più grande compagnia di navigazione del mondo, ha dichiarato di voler ridurre a zero le proprie emissioni nette di carbonio entro il 2050, mentre Shell ha detto che inizierà a collegare gli obiettivi di riduzione del carbonio a breve termine con i pagamenti dei dirigenti a partire dal 2020.

Migrazioni climatiche.

A livello internazionale c’è un crescente riconoscimento su come i cambiamenti climatici possano influenzare il numero di persone che migrano, sia all’interno del proprio paese sia verso paesi diversi. Non a caso, proprio mentre si svolgeva COP24, a Marrakech si firmava un Patto storico per una gestione condivisa, giusta, sicura della migrazione a livello globale in 23 obiettivi. 

Il Centro di monitoraggio dello sfollamento interno (IDMC – Internal Displacement Monitoring Centre) dice che, nel 2017, 18 milioni di persone sono state sfollate a causa di disastri legati alle condizioni meteorologiche, mentre la Banca Mondiale ha affermato che fino a 143 milioni di persone nell’Africa subsahariana, nell’Asia meridionale e in America Latina potrebbero essere costrette a migrare internamente entro il 2050 a causa dei cambiamenti climatici.

Durante la COP21 di Parigi nel 2015, i paesi hanno concordato di istituire una task force per fornire raccomandazioni su come evitare, ridurre al minimo e affrontare le migrazioni legate al clima.

Le raccomandazioni di questa task force sono state presentate e discusse a settembre durante una riunione del meccanismo internazionale di Varsavia (WIM), il meccanismo formale dell’UNFCCC per affrontare la perdita e il danno causati dai cambiamenti climatici. Sono stati poi approvate alla COP24 come allegati al testo finale del WIM, che “invita” i paesi a prendere in considerazione le raccomandazioni. Raccomandazioni che riguardano molte questioni relative alla migrazione interna e transfrontaliera.  

Diritti umani e parità di genere

“Nel testo finale non ci sono menzioni dirette ai diritti umani, e i riferimenti ai giovani e il principio di equità intergenerazionale sono stati eliminati. Si registra un buon risultato invece per la parità di genere, menzionata ben 14 volte con un linguaggio stringente in termini di applicabilità, e sono inoltre “sopravvissute” la giusta transizione e, relativamente al principio di trasparenza, la partecipazione pubblica. Molto meno degli obiettivi sperati sicuramente, ma comunque un risultato che dice molto dell’impatto che questo processo di mobilitazione ha avuto al di fuori della COP”, scrive Chiara Soletti di Italian Climate Network.

“Nelle Nazioni Unite si dibatte da diverso tempo per un approccio di lavoro trasversale, che permetta una sempre maggiore collaborazione tra organismi dalle diverse funzioni, ma dalle tematiche legate tra di loro dalla loro complessità. Non è un caso che quest’anno, per la prima volta nella storia delle COP, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (UN OHCHR), Michelle Bachelet, sia intervenuta durante i negoziati per partecipare all’evento di alto livello “Promoting right-based climate action for people and the planet” organizzato da Patricia Espinosa, Segretario Esecutivo dell’UNFCCC e instancabile sostenitrice dell’integrazione tra diritti umani e clima. Quello che si può dedurre da questi negoziati e dal testo di Katowice è che esiste un distacco tra le la “base” e i suoi rappresentanti; una COP a due velocità, in cui i negoziatori sembrano non essere riusciti a far prevalere, tra gli altri temi, l’urgenza fondamentale dell’integrazione dei diritti umani in ambito climatico. La buona notizia è che, nonostante la delusione, la società civile non si fermerà (già fremono i preparativi per nuove strategie di advocacy) e che ha degli alleati in ambito internazionale”, conclude Soletti.

Mediaticamente

Secondo Carbon Brief, “gran parte della copertura di notizie del risultato COP24 si concentra sulla “mancanza di urgenza” in ciò che è stato concordato. C’è delusione nel non aver allineato gli impegni climatici con gli obiettivi dell’accordo di Parigi, anche se questo non era un risultato atteso del processo”.

Un editoriale del Guardian afferma che l’accordo raggiunto dai delegati al COP24 “offre speranza”. “La prima cosa da dire sul compromesso raggiunto durante i colloqui sul clima in Polonia nel fine settimana è che è stato un sollievo. Dall’annuncio del presidente Trump nel 2017 che gli Stati Uniti si ritirerebbero dall’accordo di Parigi, la questione è stata se il processo delle Nazioni Unite potesse continuare a funzionare … Le menti passeranno ora alla prossima scadenza: 2020, quando i paesi dovranno dimostrare di aver raggiunto i vecchi obiettivi e dovranno impostare i nuovi, molto più difficili”.

Più o meno come la pensiamo noi. 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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