Come sempre accade, chi era alla COP23 sul clima dà, sui media almeno, una lettura più positiva dei risultati. Chi resta a casa e può solo interpretare i documenti ufficiali (sempre che poi davvero lo faccia, e sono in pochi), preferisce, anche per non sbagliare, lanciarsi in post di scoramento, di pessimismo, di accuse di girare in tondo. Succede molto spesso. E’ successo anche dopo Parigi e l’Accordo storico sul clima.

Il fatto è che i documenti ufficiali sono difficilissimi per chi non ha dimestichezza con il linguaggio tecnico dei negoziatori. Lo sono pure per chi ne ha. E per di più sono in inglese (vengono poi tradotti anche in francese, arabo, spagnolo… non italiano, ovviamente, tanto è inutile). Io per esempio, che non ne ho molta, di dimestichezza, ho dovuto leggere e rileggere un sacco di volte, poi leggere anche il bollettino dei negoziati – in inglese con tecnicismi pure quello – per cercare di capire il percorso che ha portato alle decisioni, poi ho parlato ore ed ore con Midulla del WWF Italia, con Albrizio di Legambiente, con altri tra coloro che vanno alle COP da più tempo di me. Poi ho riletto da capo. Il testo dell’Accordo di Parigi, i commenti e le interpretazioni varie pubblicate sul testo, i documenti usciti da Marrakech nel 2016 e gli ultimi di Bonn della mattina del 18 novembre. Ho riletto anche i miei pezzi, frutto del medesimo tipo di lavoro: chi sa di non sapere, deve lavorare sodo per cercare di non sbagliare.

Sono arrivata a conclusioni che non sono molto in sintonia con i commenti di tanti che erano a casa. Sbaglio io, probabilmente, ma siccome poi le voci non sono precise e concordi, siccome poi non sono neppure sicura che gli esperti siano così tanto esperti da non sbagliare, preferisco portare avanti la mia, di lettura.

Per me, ad esempio, a COP23 si possono contare passi avanti concreti. 1. Un’alleanza tra stati per dismettere il carbone a breve (sono 2 tra cui l’Italia e vogliono diventare 70 l’anno prossimo). 2. Un libro dell’anno, frutto della Partnership di Marrakech, che raccoglie le azioni sul clima di imprese, investitori, industrie, nazioni e che viene adottato tra i testi da consultare per precedere verso gli obiettivi di contenimento del surriscaldamento globale (ora mi metto a studiarlo). 3. Una partnership sugli oceani (non c’era). 4. Il concreto ascolto della voce dei popoli indigeni, che da tempo vanno dicendo di tutelare la natura, loro lo sanno: sono soddisfatti di aver ottenuto di entrare nelle discussioni. 5. L’approvazione del Gender Action Plan per far entrare le donne nelle decisioni sul clima, ad ogni livello. 6. La decisione di inserire nella discussione anche l’argomento agricoltura, che insieme a silvicoltura e cambiamenti di uso del suolo producono il 21% delle emissioni globali tramite un organismo dedicato. 7. La decisione di sganciare lo spinoso argomento “loss and damage” (danni da climate change soprattutto ai paesi in via di sviluppo e vulnerabili) dal resto dei temi di finanza climatica (il ché consente di avere un fondo autonomo le cui regole saranno stabilite dal 2018 e non farne un tutt’uno con i fondi per la mitigazione e l’adattamento, cosa che probabilmente avrebbe portato la discussione avanti all’infinito). 8. Un agenda serrata (si preannuncia l’opportunità di una sessione aggiuntiva pre COP24) per stabilire regole di trasparenza e di bilanciamento sui fondi per la mitigazione e l’adattamento (i primi attirano molti più soldi dei secondi di cui per hanno bisogno i paesi più a rischio). 9. La presa d’atto che le Parti non sono solo quelle ufficiali (le 197 della Convenzione) ma entrano in ballo anche parti come il mondo del business, gli investitori, le società civili, che pure fanno la loro parte, forse in proporzione pure meglio dei governi.

Si tenga sempre presente che a parlare è il mondo intero, dall’Africa alla Svezia, dalla Cina al Brasile.

E poi, anche se sono tra i pochi a vederla così, c’è da registrare anche un’accelerazione di ciò che prevede l’Accordo di Parigi. 

Mi spiego. Il punto è che quando a Parigi si negoziava sul testo dell’Accordo, la previsione era che questo entrasse in vigore non prima del 2020. Nel testo definitivo però non è stata messa una data, forse proprio perché si sperava in quello che di fatto è accaduto: l’Accordo di Parigi è entrato in vigore il 4 novembre del 2016, meno di un anno dopo la firma alla COP21. Secondo il testo di Parigi, alla prima COP successiva all’entrata in vigore, si sarebbe dovuto cominciare l’iter di scrittura delle regole e dei meccanismi pratici e di controllo per applicare l’accordo stesso. A Marrakech, con l’entrata in vigore due giorni prima dell’avvio dei negoziati, si sono trovati un po’ spiazzati. Eccoci dunque alla prima vera COP utile, quella di Bonn, dalla quale non poteva uscire di certo la notizia che tutto si è risolto, visto che l’Accordo di Parigi è fondamentalmente solo uno scheletro di principi e non regole e meccanismi. Ma siamo nel 2017 e quei “dialoghi facilitativi” che erano previsti, dopo la COP22 di Marrakech, per la COP24 del 2018 e sarebbero stati propedeutici a fare un primo punto della situazione, di fatto iniziano subito, con il dialogo di talanoha.

Nell’Accordo di Parigi c’è una sola data segnata nero su bianco, quella del 2023, nell’articolo 14 punto 2 che recita così: “The Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to this Agreement shall undertake its first global stocktake in 2023 and every five years thereafter unless otherwise decided …“. Tradotto è cosi: “La COP che funge da riunione delle Parti del presente Accordo (di Parigi) effettuerà il suo primo bilancio globale nel 2023 e successivamente ogni cinque anni salvo se diversamente deciso…”. Nel frattempo però si è dato incarico al panel di scienziati dell’IPCC di fare un rapporto intermedio speciale che tenga conto del limite di surriscaldamento a +1,5°C. Il rapporto arriverà prima di COP24. Questo perché la somma degli impegni degli Stati, impegni depositati prima dell’accordo di Parigi nel 2015, ci farebbe andare ben oltre i 2°C massimi e quindi dobbiamo per forza ricalibrare gli sforzi e aumentarli. Meglio se al più presto. Tutto fermo quindi? Non proprio. A Bonn si è deciso di anticipare il dialogo facilitativo e si è deciso anche di mettere in calendario, oltre alla sessione intermedia aggiuntiva “probabilmente necessaria”, altri due “stoketake” (punti della situazione, bilanci), uno nel 2018 e uno nel 2019, per anticipare le azioni prima del 2020, intendendo per azioni anche quelle di finanza climatica.

Di tutto questo sui grandi media italiani non ho trovato nulla. 

La sala stampa era piena. Anzi, la Bula Zone 3, quella di fatto dedicata ai media, era un brulicare di persone, gente che scriveva sui divanetti, al bar, al ristorante, anche per terra, che montava video, che andava in giro con il microfono nella cintura, con cavalletti in spalla, con aste da selfie per le interviste al volo dal cellulare. Tutti sapevano benissimo che non avrebbero avuto da COP23 il titolone facile, eppure c’erano, da tutto il mondo, da ogni angolo del globo, per rappresentare l’opinione pubblica, i cittadini che da casa potevano sentire, vedere, capire cosa stavano facendo i loro governi, seguire il processo dei negoziati sull’argomento più caldo – è il caso proprio di dirlo – che riguarda l’umanità intera: i cambiamenti climatici.

Così dovrebbe funzionare. Il governo rappresenta il popolo. Il popolo controlla cosa fa il suo rappresentante e giudica l’operato, spinge sulle azioni del suo rappresentante anche solo spostando il suo voto. Il rappresentante che sa di avere dietro di sé il cittadino, che sa che il cittadino lo segue e lo controlla, sa che deve fare i suoi interessi e si regola di conseguenza, altrimenti va a casa. Se il cittadino pensa solo all’oggi, allo stipendio, ai rifiuti sotto casa, alle bollette, alla macchina da aggiustare, mira solo ad avere degli sconti sulle tasse, a fare meno fila agli sportelli, a trovare il supermercato più economico o quello dove può trovare tutto bio; se il cittadino legge di più le storie di Belen, del funerale di Riina, quelle sulle scie chimiche, o gli “scoop” fotografici dei leoni che si strofinano sulle jeep o quelli sull’autista di limousine che vuol volare col suo razzo per dimostrare che la terra è piatta, di sicuro governi e negoziatori alle conferenze sul clima non hanno nulla di cui preoccuparsi. Possono trattare gli interessi di chi vogliono e come vogliono. Però nessuno dica poi che non ci sono politiche per far fronte ai danni inevitabili dei cambiamenti climatici. Nessuno si lamenti se le tasse aumenteranno, eccome se aumenteranno, per far fronte alle emergenze.

Indicativo è stato vedere il sincero stupore del Ministro dell’Ambiente italiano Gian Luca Galletti nel raccontare che nessuno, neppure gli industriali, ha detto nulla su una SEN che decide di dismettere il carbone al 2025: “eppure ci costerà 4 miliardi, mica poco”. Il Ministro si è stupito perché pensava di dover combattere una battaglia, di trovarsi contro coloro che avrebbero pagato maggiormente la scelta del suo governo. E invece… Ecco, se i ministri, se i governi sapessero che cittadini, imprese, industrie, organizzazioni spingono per soluzioni efficaci contro i cambiamenti climatici, forse anche le loro politiche sarebbero più incisive.

E invece pensano che non freghi nulla a nessuno. Ed è vero, hanno ragione. Non frega nulla a nessuno nel nostro paese. L’ho letto, l’ho visto, l’ho sentito un sacco di volte prima e dopo la COP, e da gente che sa cos’è una COP sul clima, perché agli altri manco frega di informarsi su cos’è una COP in generale. Sai quante volte l’ho vista scritta Coop?

Non frega niente a nessuno anche perché a nessuno frega niente di farglielo sapere. E’ rognoso e poco redditizio scrivere di queste cose. La gente non legge, la gente ha bisogno di spot veloci, la gente si informa sui social, al massimo legge qualche titolo, la gente guarda video di qualche secondo. Non leggerà mai il racconto dei negoziati e il loro significato (la gente figuriamoci se leggerà questo mio pippone). Quindi, meglio postare notizie su Riina, sul leone, sulla terra piatta. Quelli che fanno salire i click, quelli rimpinguano le casse.

Questo succede in tutto il mondo, mica solo a casa nostra. Però nel mondo ci sono anche i reportage dalle COP. Evidentemente qualcuno li legge, altrimenti mi pare difficile che le testate si prendano l’onore di mandare inviati.

La “comunità” italiana che era a Bonn per seguire i negoziati contava, forse, qualche sparuta decina di persone (Midulla di WWF, Albrizio e Zanchini di Legambiente, Italian Climate Network, Kyoto Club con Ferrante, qualche rappresentante di altre organizzazioni, enti e fondazioni tra gli osservatori, qualche studente trentino, compresi i negoziatori).  I giornalisti. Non ho incontrato nessuno di Repubblica (ho visto un solo pezzo sulla Merkel e Macron dalla corrispondente), nessuno di Sky, nessuno de La7 o Mediaset, nessuno del Corriere, che a quanto mi risulta ha pubblicato un pezzo in cronaca di Roma in cui si dice che la Conferenza permanente dell’audiovisivo mediterraneo ha messo in piedi una redazione transnazionale per seguire i lavori della COP. La Copeam, vedo sul sito ufficiale, non conta media italiani, se non Rai. E la Rai non l’ho vista, mi sarà scappata? Chi ho visto: a parte giornalistinellerba.it, c’era Emanuele Bompan, un eccellente free lance che scrive per la Stampa (la quale è uscita con un suo pezzo sull’Alleanza contro il carbone), per Bio Eco Geo e altre testate e c’era un team di LifeGate. Qualcuno mi è scappato di certo: mettete il dito qua sotto, per favore. Ma eran pochi di sicuro.

All’incontro del ministro con la società civile (il 17 alle 11 negli uffici della delegazione italiana, Bula Zone, primo piano) i giornalisti erano tre, due di gNe e Bompan. Abbiamo avuto modo di vedere un po’ oltre le porte chiuse dei negoziati e capire meglio le difficoltà delle trattative, i punti di vista, le componenti in gioco. Ancora i risultati non c’erano, la COP si è chiusa alle sette della mattina del giorno successivo dopo una lunghissima notte in plenaria e in trattative informali per sciogliere i nodi restanti.  Oso pensare che gNe abbia pubblicato per primo, il pezzo sulle decisioni, all’alba. Persino prima della BBC. Anche abbastanza completo, non ci possiamo lamentare. Frutto di ore di lavoro a partire dalla bozza del testo uscita alle 20 e rimaneggiato direttamente nell’aula della plenaria con notebook sulle ginocchia.

Tornati a casa, e ripresi in mano i fili delle conversazioni, scoramento totale. Qui da noi non se n’è parlato affatto. L’impressione di coloro che se ne occupano è quella che, appunto, non sia successo niente. Gli altri, manco sanno che c’è stata, la COP23. E niente succede se nessuno lo sa.

Posso capire al limite – ma veramente no –  i media e gli editori a caccia di visualizzazioni e click per restare in piedi, che si sono impegnati con la morte e funerali di Riina. Non posso proprio capire la Rai. La Rai è un servizio pubblico che paghiamo proprio tutti. La Rai ha il dovere di esserci: quel che c’è in ballo non è marketing, ma le sorti dell’umanità, anche italiana, anche quella che paga i suoi conti.

 

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba e referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali). In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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