Ecomondo 2017 – Gli scarti del cuoio, le bucce di arancia, l’avanzo della tostatura del caffé,  i vinaccioli, le vinacce: non si butta nulla. Sono materie utilissime, basta essere creativi, innovativi, green (e anche chimici esperti) e ne escono fuori cose impensabili, come la carta da imballo per Veuve Cliquot ma anche il Listerine che tutti noi conosciamo.

E’ durante la maratona di due giorni organizzata da Enea ed Edizioni Ambiente a Ecomondo su “Approvvigionamento e consumo di materie prime in ottica di Economia Circolare” che scopriamo due storie, tra le tante significative, innovative e sostenibili raccontate, che hanno in comune la vinaccia, ossia lo scarto della lavorazione delle uve per vino. Le raccontano due aziende che apparentemente non hanno molto in comune, la cartiera Favini e il gruppo Caviro, azienda leader nel produzione di vino – quelli del Tavernello, per intenderci. Sono storie fatte di intelligenza, capacità di business, innovazione e strategia sostenibile, storie dalle quali imparare che tutto ciò che consideriamo scarto o rifiuto, ma proprio tutto, ha del potenziale per diventare materia prima. I vantaggi, oltre alla mera riduzione dei rifiuti e a quelli economici delle aziende che necessitano di materie prime con bassi costi e poco impatto ambientale, riguardano l’uso delle risorse di un pianeta che deve dare cibo ad un numero crescente in modo esponenziale di uomini che chiedono di alimentarsi anche in termini di benessere, energia, salute.

 

Cosa ne fa la cartiera Favini della vinaccia, ma anche degli scarti di lavorazione del cuoio, delle bucce d’arancia e di tanto altro (adesso sta forse ad esempio meditando sul possibile uso delle bucce di patata scartate dai maiali)? Risposta esatta: ne fa carta, carta speciale, bella a vedersi e a toccarsi, una diversa dall’altra, totalmente ecologica, senza metalli, compostabile. Remake è una delle sue creazioni d’eccellenza, primo premio all’European Paper Recycling Awards 2017 

Achille Monegato, chimico, responsabile del settore Ricerca e Sviluppo della cartiera, la racconta così. Si tratta di una carta fatta con i residui di lavorazone del cuoio trattato con concia senza impiego di metalli pesanti. Scelta ecologica, certo, ma non solo: l’industria della carta non ha a che fare con cromo o altri metalli, “perché complicarsi la vita? Sarebbe un controsenso”. La sfida è stata quella di unire due fibre che non erano mai state unite prima. Il risultato è una carta nuova, un nuovo prodotto, che dà una sensazione tattile particolare. “Facciamo upcycling di un sottoprodotto di scarso valore ed interesse”, spiega Monegato. In questo offrono, rispetto al cuoio e al cuoio rigenerato (quello con cui si fa, ad esempio, i manici delle borse) un “nuovo prodotto con caratteristiche di versatilità, stampabilità, economicità , trasformabilità”.

Monegato spiega il percorso sin dall’inizio: “La concia è il trattamento che permette la stabilizzazione della pelle per evitare che si deteriori. La pelle, una volta conciata, diventa cuoio. Il cuoio poi viene lavorato dalle concerie per ottenere le caratteristiche fisiche, meccaniche, estetiche richieste dagli impieghi successivi. I principali residui della concia sono: il rasato (asportazione dell’eccedenza per ottenere uno spessore costante) e gli sfridi di lavorazione. I residui generalmente vengono riutilizzati per fare cuoio rigenerato,  il quale non è riciclabile e non è compostabile. Una parte va a fare concimi per agricoltura. Un’altro viene inviata in discarica.  Dalla sovrapproduzione di residui destinatati a utilizzi secondari ci sono opportunità per Favini”, spiega il chimico, aggiungendo che la cartiera ha preferito solo residui di cuoio di origine italiana: “per la sua elevata qualità e le performance, si tratta di cuoio con caratteristiche adatte alla carta per la sua morbidezza e purezza”. Radiografie, microscopi:”la nuova fibra, che entra nella composizione dell’impasto cartaceo, deve pretendere un particolare equilibrio nella miscelazione di fibre albero/cuoio, sin dal primo impasto che dev’essere omogeneo. La carta Remake riusa fino al 25% di scarti di pelletteria, il cui alto contenuto di azoto organico, consente una più elevata conducibilità rispetto alla carta standard, un possibile impiego come conduttore e non come isolante, è completamente compostabile e utilizzabile in agricoltura, ad esempio per la pacciamatura e la concimazione”.


Non solo cuoio, come si diceva. Fa carta con bucce d’arancia, con avanzi di tostatura del caffé, con le vinacce e tanto altro. Il tutto secondo criteri ben precisi e inderogabili. Innanzi tutto i materiali devono avere un impatto ambientale inferiore o pari a quello alla cellulosa, altrimenti non viene utilizzato. Poi non deve poter essere utile come materia prima alimentare, deve rispettare le leggi, non devono creare o trasferire problemi ambientali da un settore industriale all’altro (ad esempio, niente metalli pesanti nelle fibre per Favini), devono soddisfare un bisogno esistente, devono essere individuati alla fine del loro percorso produttivo (insomma, devono essere considerati scarti) e, ovviamente, devono creare valore economico, oltre che conoscenza. Altro esempio, gli scarti di tostatura del caffé, il cosiddeto silverskin, ossia la buccia che si separa durante la fase di tostatura del caffé, che di fatto è circa l’1,5% del caffé stesso. La produzione di caffé verde nel mondo è di 9,8 milioni di tonnellate l’anno. In Italia se ne importano 0,53 milioni (dati 2015), quindi lo scarto di tostatura è di 150 ila tonnellate l’anno nel mondo e 7,500 tonnellate in Italia. E’ una materia prima molto simile al legno, quindi alla cellullosa, e normalmente lo scarto viene bruciato per produrre energia, ma con precise limitazioni, oppureviene utilizzato in impianti di biogas, oppure se ne possono estrarre principi attivi (acido clorogenico, antiossidanti, cere), ma, dice Monegato, “non mi risultano applicazioni industriali in questo settore, oppure integratori alimentari per ruminati (“ma anche qui al momento si tratta solo di studi e non applicazioni industriali”) e infine carta, ma a quanto pare solo Favini lo fa, per ora.

Favini non si lascia sfuggire nulla, neppure la vinaccia esausta, quella che resta anche dopo averci fatto grappe. La nota cantina francese Veuve Cliquot, ad esempio, ha commissionato a Favini la sua carta da imballo, realizzata dalla cartiera con i residui delle vinacce dello champagne.  Spiega Monegato: “Usiamo solo vinacce esauste, ho una tecnologia sviluppata e non mi voglio complicare la vita con tralci e graspi. E poi non mi voglio trovare con materiali che contengono rame o altre cose”. 

A proposito di vinacce, non si spreca nulla neppure da Caviro. Rosa Prati, chimico anche lei e responsabile QA ed R&S delle Caviro Distillerie, racconta la storia di come una grande azienda (cooperativa agricola costituita nel 1966,  la più grande filiera vitivinicola, 32 cantine sociali in Italia, in 7 regioni italiane, 13mila viticoltori, 7 milioni di quintali di uva prodotta, l’11% dell’uva prodotta in Italia, con 194 milioni di litri venduti all’anno e un giro di 304 milioni di euro nel 2016) può chiudere il cerchio, utilizzando quasi fino all’ultimo ogni ex scarto.

Le distillerie, spiega Prato, fino agli anni 2000 si reggevano sostanzialmente sugli aiuti statali. Oggi, grazie all’economia circolare, è autosufficiente: “Il vino produce il 73% dei ricavi – dice – la distilleria il 22%, 87 milioni, e il 5% è energia”, ossia autosufficienza anche energetica. La missione di Caviro Distillerie è appunto quella di “valorizzare i sotto prodotti delle filiere agroindustriali con le migliori tecnologie. Caviro Distillerie è oggi fornitore di riferimento per i comparti farmaceutico, alimentare (con 11 linee produttive, 5 impianti di distillazione, due concentratori e 1 impianto di desolforazione)  e beverage in tutto il mondo Leader di mercato in Italia nell’alcool co una quota del 25% ed è co-leader mondiale nell’acido tartarico naturale. Le produzioni di mosti, enocianina e l’erogazione di servizi industriali completano la gamma”.

La vinaccia è una fonte preziosa: Caviro ritira qualcosa come 80 mila tonnellate l’anno di vinaccia e 30 mila tonnellate di feccia. Cosa ne fa? Enocianina, un colorante rosso naturale; Vitaccioli freschi, per uso farmaceutico e per estrazione di polifenoli; Alcoli e Acido Tartarico, per industrie alimentari e farmaceutiche; Alcoli denaturati (quelli rosa, ma anche la componente principale del Listerine, ad esempio), per l’industria, per biocarburanti, e il settore farmaceutico; e olio di vinacciolo, per uso alimentare. Quel poco che resta, lo utilizza per la propria produzione di energia. I prodotti della bioraffineria sono biomasse (zuccheri, amidi, grassi e oli vegetali, bioetanolo, glicerola, cellulosa e derivati (lignina), prodotti per trasformazione (materie prime per tensioattivi, composti idrosolubili per industria alimentare), bioplastiche (polimeri termoplastici, termoindurenti, biocompositi, miscele polimeriche) e prodotti finiti come adesivi e inchiostri biodegradabili per gli imballaggi flessibili biodegradabili e compostabili. Insomma si usa quasi tutto, come per il maiale. Resta tra l’1 e l’1,7% di materiale che finisce in discarica. “Ma ci stiamo lavorando”.

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba e referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali). In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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