L’equipe del laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano ha isolato un nuovo ceppo del Covid-19 detto “italiano”. Ebbene, sembra che tale virus sia domestico e non abbia cioè alcunché da spartire con quello cinese proveniente dai pipistrelli. Un virus padano, per dirla tutta, esistente negli animali allevati nelle terre ultra concimate con fanghi industriali del  Nord!!”. Questa la dichiarazione, con tanto di punti esclamativi, data sabato 29 febbraio a Dagospia dal senatore Pdl Vincenzo D’Anna. Non uno qualunque – pur se già protagonista di non poche polemiche – ma il Presidente dell’Ordine dei Biologi.

La notizia rimbalza da una testata ad un’altra (stavolta, almeno, non tutte le grandi, ma si veda ad esempio Il Giornale, Libero, Huffington Post, oltre a tanti altri siti, compresi quelli di riferimento del mondo della scuola). Se ne discute sui social, fa il giro, insomma, in poche ore. E’ una sparata notevole, condita di un attacco preciso: “Ci troviamo innanzi ad una delle più grandi cantonate che la politica italiana ha preso, nel solco di quella approssimazione che la caratterizza tutti i giorni“, dice D’Anna, dando per certo ciò che afferma. E continua: “Ne escono male le istituzioni sanitarie statali troppi asservite al conformismo, il silenzio di migliaia di scienziati, ricercatori ed accademici”.

Chiediamo chiarimenti

Contattiamo D’Anna, gli chiediamo se davvero è un’ipotesi di lavoro del Sacco, come si evince dalla sua dichiarazione (“… ebbene, sembra che…”) o di qualche altro centro di ricerca. E il suo staff specifica che si tratta di “una supposizione”. 

Non dei ricercatori del Sacco, però, visto che ci rispondono in poche parole (sono travolti da un vero tsunami): “Non si tratta del nostro laboratorio”.

Fonte? “The Lancet, 29 Jan 2020. Il lavoro è sui campioni del 29 dicembre e 1 gennaio” risponde lo staff di D’Anna inviando lo screenshot di un estratto di un articolo su TheScientist a firma di una ricercatrice californiana, in cui però non si fa cenno alla faccenda del virus domestico e neppure a ciò che lo staff del biologo/senatore spiega subito dopo: “Il virus muta in 5 giorni.. Lo stipite presente da noi potrebbe essere indipendente da quello cinese che differisce da quello dei coronavirus dei pipistrelli per 5 nucleotidi. A. Wu et al. Cell Host & Microbe doi:10.2016/j.chom.2020.02.001,2020”.  (Attenzione alla frase, ci torniamo dopo)

Insistiamo: da cosa si deduce che sia un virus “domestico” e che abbia un nesso con gli allevamenti padani? “È’ una supposizione visto che in molti positivi non c’è alcun contatto che li faccia risalire a contatti con gente o cose provenienti dalla Cina. Inoltre quel tipo di terreno grasso ed iper concimato può aver indotto il salto di specie del virus. Nessuno lo afferma, lo affacciamo come ipotesi. Lei sa per caso chi ha dimostrato che per il Covid 19 il salto sia venuto  sicuramente dal Pipistrello, visto che il virus è ospitato da pipistrelli Non Eduli?”, rispondono, senza badare troppo alla forma. Nessuno, senatore D’Anna. Al momento non ci risulta certo il salto dal pipistrello, e neppure quello dai pangolini, figuriamoci dagli allevamenti padani. 

Ma allora perché dichiarare che al Sacco hanno scovato un virus domestico e padano? Perché annunciare una novità come fosse frutto del lavoro di ricerca? E da dove e come nasce la sua supposizione? …. Nessuna risposta.

Storia di una supposizione

Pare però che l’idea di D’Anna abbia trovato il conforto del virologo Giulio Tarro, molto noto nel mondo dei no-vax (ma talvolta citato anche da Butac e Nextquotidiano). D’Anna chiede a Tarro: “La presenza del virus mutato isolato al Sacco indica che era già presente nella popolazione europea e la quarantena dalla Cina c’entrava poco? Quanto tempo ci mette un virus a mutare?”. E Tarro risponde: “Il virus muta in 5 giorni. Lo stipite presente da noi è indipendente da quello cinese che differisce da quello dei coronavirus dei pipistrelli per 5 nucleotidi. A. Wu et al. Cell Host & Microbe doi:10.2016/j.chom.2020.02.001,2020”. 

Guarda caso, parola per parola, è esattamente la stessa risposta data dallo staff. La chiave magica che fa scattare le ipotesi di D’Anna è dunque probabilmente quell’indipendente. Che non significa domestico, che non significa fanghi industriali e allevamenti padani. Che non è una traduzione dall’inglese. Che non è niente. Abbiamo rintracciato il link al documento citato sia da Tarro che da D’Anna, ma non abbiamo trovato nulla a sostegno della “supposizione”.

Tarro, intervistato da un sito che lo segue con costanza, ieri pomeriggio ritorna sul tema: “È una ipotesi che spiegherebbe perché mai tante persone che dichiarano di non aver avuto alcun contatto, anche indiretto, con persone provenienti dalla Cina o che, addirittura, sono rimaste confinate nelle loro case, siano risultate positive ai tamponi. Una situazione questa che sta facendo scervellare gli epidemiologi“. E ancora, sul perché tanti casi al nord d’Italia: “Potrebbe dipendere da fattori ecologici come alcuni tipi di concime industriale (particolarmente costosi e, quindi, utilizzati in aree particolarmente floride economicamente) ad avere alterato l’ecosistema vegetale e, quindi, animale nel quale uno dei tanti coronavirus normalmente in circolazione può avere avuto una inaspettata evoluzione. Sarebbe, quindi, opportuno analizzare se in passato nelle aree dove oggi, in Italia, si localizza il Covid-19 si siano registrate in passato particolari forme di faringiti o sindromi influenzali”. Uno dei tanti coronavirus… Ma non si stava parlando del Covid-19?

Altra fonte? Forse alla catena Tarro-D’Anna si deve aggiungere un medico che lavora a Milano, non epidemiologo, non virologo, ma che in una chat di gruppo ipotizza con toni complottisti due virus distinti: “Non lo dicono ad alta voce, ma ci sono 2 malattie da Coronavirus, quella ARTIFICIALE, CINESE, nata dagli esperimenti tecno-aplologici cinesi, in diffusione lenta e progressiva attraverso i viaggi; e quella NATURALE, che nasce e si trasmette, via gli animali pascolanti nelle puzzolenti terre arate e manipolate da anni mediante i concimi industrialidella Lombardia”? Sarebbe interessante capire almeno cosa c’entra l’aplologia. Abbiamo provato a rintracciarlo, ma al momento in cui pubblichiamo non ci ha ancora risposto.

Non esiste un virus “domestico”

Se il salto tra il coronavirus animale e quello capace di colpire gli umani è stato individuato e risale ai giorni tra il 20 e il 25 novembre (è notizia di ieri), il salto logico tra quanto si sa e quel che suppongono D’Anna e Tarro sfugge, oltre che a noi, anche a Giovanni Rezza, dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità ed epidemiologo: “Questo virus è italiano nel senso che è frutto di trasmissione locale ma a seguito di importazione dalla Cina. Per cui è originariamente cinese”. Non ne esiste uno “domestico” originato dagli allevamenti padani, quindi, neppure come ipotesi? “No”, conclude Rezza. 

Per Pier Luigi Lopalco, epidemiologo (Università di Pisa) quella di D’Anna “è una ipotesi fantasiosa senza alcuna base scientifica. In questo momento di grande confusione mediatica sarebbe bene che chi ricopre qualsiasi carica istituzionale si astenesse dal fornire ipotesi fantasiose”.

Già. E pensare che proprio il presidente dell’Ordine dei Biologi Vincenzo D’Anna (sul cui capo pende da tempo una petizione su change.org che in queste ore sta registrando un’impennata di firme) solo una settimana fa scriveva su facebook: “…Credo che in determinati frangenti sia profondamente sbagliato strumentalizzare i fatti rendendoli peggiori di quello che essi effettivamente sono. Più che il C19 potrebbe, infatti, essere il panico a generare danni economici, pericoli, inconvenienti e disagi ancora più gravi alla popolazione”

Appunto. Strumentalizzare i fatti è sbagliato. Se poi invece di fatti si tratta addirittura di supposizioni…

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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