Bonn, COP23 – È forse la questione cardine, quella di cui si parla nei corridoi tedeschi di Bonn, quella che tiene banco anche qui a COP23. Rafforzata dalla presidenza di turno delle Isole Fiji. È la questione dei finanziamenti, poco trasparenti e difficile da quantificare. Banalmente: è quella dei soldi che i Paesi industrializzati devono indirizzare verso i Paesi poveri che, caso vuole, siano pure i più colpiti dagli eventi catastrofici legati al cambiamento climatico.

Finanza Climatica: diverse le complicazioni in fase di negoziato
È di sicuro un punto ostico da capire e difficile da spiegare. Anche perché, va detto, i negoziati ancora non hanno partorito parametri, criteri e target chiari in questo campo. Nelle stanze del dialogo tra Stati, la finanza climatica è il complicato conteggio dei soldi che i Paesi industrializzati, responsabili nel corso degli anni della maggiore produzione di emissioni gas serra, dovrebbero dare per mitigare gli effetti del cambiamento climato, consentire uno sviluppo sostenibile a quelli che sono “cresciuti” meno e nello stesso tempo fornire loro aiuto per potersi adattare ai cambiamenti già in atto.
Ben prima di Parigi è stata stabilita una cifra: ogni anno decine di miliardi fino al tetto dei 100 previsto al 2020 – in base agli accordi di Copenaghen – e poi continuare.
Soldi da destinare a due tipi di attività, come si diceva: mitigazione ed adattamento. Dove per mitigazione s’intende investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio, in energie rinnovabili, in efficienza energetica e così via. E dove per adattamento si parla di tutta una serie di azioni in grado di mettere in salvo i Paesi che subiscono i colpi del climate change: infrastrutture per difendersi dall’innalzamento dei mari, gestione sostenibile dei terreni per prevenire alluvioni e periodi di siccità, ecc.
Tra mitigazione e adattamento, però, come vengono ripartiti i finanziamenti?
In quale percentuale alla prima e in quale al secondo? La richiesta dei destinatari è chiara: si investe tanto in mitigazione e poco in adattamento, quindi c’è bisogno di rimettere la linea di spartizione in equilibrio. Ed è urgente, perché già ora non riescono a fronteggiare la crescente violenza del clima che cambia. Ma, dal canto loro, nei Paesi industrializzati si trovano maggiori interessi nel trasferire tecnologie di mitigazione, conviene soprattutto da un punto di vista economico.
Nessun documento ufficiale, nessun conteggio alla luce del sole.
Allo stato attuale non si sa con esattezza quanto e come i soldi siano stati dati. Oxfam, ad esempio, dall’analisi dei flussi ritiene che al momento l’80% dei fondi vada alla mitigazione e solo il 20% all’adattamento. Di fatto, però, non si hanno certezze. Così come non se ne hanno sulla quantità reale dei finanziamenti per il clima. A quanto siamo, già a 100 miliardi? I paesi riceventi dicono di aver avuto poco più di un decimo, i paesi OCSE, invece, nel 2015 hanno risposto che ne sarebbero stati stanziati più di 100, circa 113 miliardi. Insomma una cifra, anche questa a volte ballerina che raggiunge e anzi addirittura supera quella prevista al 2020.
Per capire come stanno realmente le cose, l’unica scelta è quella che porta ad una trasparenza nel modo di fare i conteggi. Perché ad oggi, non è chiaro su come vengano contati i miliardi per il clima. Tanto per capirsi: se per arrivare a 100, vengono inseriti pure i finanziamenti per la cooperazione internazionale , allora il totale arriva facile.
Risorse per la cooperazione internazionale, continuando il nostro esempio, che sono un qualcosa che c’è sempre stato, prima ancora s’iniziasse a parlare di climate change. Risorse che se adesso si spostano sul clima, allora non sono fondi in più: hanno solamente cambiato nome. Estremizzando, è un po’ come dire: li sposti dalla costruzione di un ospedale e li metti per frenare l’erosione della costa, ma i soldi sempre quelli sono.
E ancora. Oltre alla quantità, come vengono dati questi soldi? All’interno del finanziamento pare si conteggino pure prestiti, magari maggiorati nel tempo da interessi. Così però non sono più risorse gratuite, come dovrebbe essere e come precedentemente stabilito per i 100 miliardi.

Loss and damage, una questione a parte
Distinto dal capitolo finanza climatica, c’è un altro tema caldo, forse ancor più spinoso e al centro di questa della tornata negoziale prima di Parigi, poi di Marrakech e ora di Bonn. Parliamo del “loss and damage“, danni e perdite generate dal cambiamento climatico, questione abbondantemente discussa grazie anche alla spinta della Presidenza Fiji. Come conferma ai nostri microfoni Mauro Albrizio, presente a Bonn come osservatore inviato di Legambiente (video).

Con l’accelerazione del cambiamento climatico e l’intensificazione degli eventi estremi, la faccenda dei danni subiti e di una loro quantificazione in termini monetari unita ad un successivo fondo da istituire, si fa sempre più seria. Il punto è che ancora siamo in fase di discussione prematura unita ad una analisi acerba, cominciata negli anni scorsi, la quale ha portato ad una stima relativa a danni e perdite che oscilla tra 50 e 200 miliardi di dollari l’anno. Un range ampio, che testimonia la difficoltà della valutazione e la distanza che al momento divide gli Stati dal trovare un punto di intesa. Non ci resta, quindi, che continuare a seguire con attenzione la faccenda.

Intanto arriva la notizia di una nuova iniziativa internazionale dal nome “InsuResilience Global Partnership for climate Disaster Risk Finance and Insurance Solution“. La cifra stabilita è di 400 milioni di euro, al 2020, da destinare al gruppo V20. Gruppo composto dai 49 Paesi maggiormente vulnerabili, che comprende le Isole Fiji. Su questo il Presidente di COP23, Frank Bainimarama, dichiara: “La partnership globale nasce per chi subisce perdite per via del cambiamento climatico e sono proprio orgoglioso sia nata sotto la nostra presidenza. Questo vuol dire potenziare le strategie di resilienza di chi sarà costretto ad adattarsi al climate change”.

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Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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