IMG_6148Parigi, 11 dicembre (dalle nostre inviate) – Ancora 12 ore, stando all’orario riportato dal sito di UNFCC, e si avrá il testo definitivo dell’accordo, quello su cui si giocherá l’ultima partita delle negoziazioni.

Si lavora incessantemente ormai da ore, da giorni per essere precisi. Molti ancora i nodi da sbrogliare, soprattutto quelli inerenti differentiation, ambition e loss & damage, il che sta a significare che l’uscita del testo potrebbe slittare ulteriormente.

La penultima versione di bozza si presentava “sbilanciata a favore dei paesi in via di sviluppo” come ha dice Francesca Fricano, la dirigente che ha affiancato Francesco La Camera in tutte le negoziazioni.  Un paese in via di sviluppo, per definizione, non puó esserlo in eterno. Si é quindi lavorato a lungo per tentare di delineare meglio i confini di questo status: quand’é che un paese puó essere definito sviluppato e quindi assumersi in pieno le responsabilitá comuni pur se differenziate? E quanto e come differenziate? Non e’ questo un escamotage per lavarsene le mani, perché i paesi sviluppati l’impegno lo stanno sottoscrivendo. Nell’art.3 ter, si trovano ancora tra parentesi due opzioni: nella prima, la proposta prevede un meccanismo di aiuto proporzionale all’ambizione dimostrata (ossia allo sforzo di essere sostenibili); la seconde prevende un supporto di tipo “olistico” che prevede contributi anche in know how, tecnologie e capacity building. É evidente quindi che trovare la linea di demarcazione tra le due posizioni é uno dei bandoli della matassa per la differentiation.

“Per noi il concetto é molto chiaro: i paesi sviluppati devono aiutare quelli che ancora non lo sono. Molti paesi tendono a dimenticare i loro impegni economici. Ne avevamo parlato giá sei anni fa (in occasione della Climate Change Conference di Copenhagen ndr), ma poi se ne sono dimenticati, forse perché non é nei loro interessi” questa é la posizione che esprime Gao Feng, Special Representative for Climate Change Negotiations of China, in un’intervista rilasciata forse, grazie alla complicitá della stanchezza, dove tiene le parti di paesi come il Rwanda, senza mai fare riferimento al fatto che, secondo il G20 (stabilito nel 2003), la stessa Cina viene definita developing country.

L’ambition segue a cascata. Fino a che non si delinea chiaramente il momento di salto tra developed e developing: “non si riesce a venire a capo su come tenere alti gli obiettivi e rimanere coerenti con la traiettoria delineata dalla finance, cioé gli impegni finanziari che i paesi industrializzati devono riconoscere a quelli in via di sviluppo e allo stesso tempo aiutarli ad adattarsi ai cambiamenti climatici”, é la perplessitá di Mauro Albrizio, direttore europeo di Legambiente. “La presidenza francese, proprio in queste ore”, continua Albrizio, “senza emendare la bozza giá scritta, si sta incontrando in maniera bilaterale con le parti, aiutata da facilitatori, per cercare il punto di caduta e porre fine alle controversie. La situazione si sbloccherá quando i Paesi emergenti decideranno di formalizzare nell’accordo che non sono piú in via di sviluppo”.

Ma cosa accade per quei paesi che stanno giá subendo gli effetti dei cambiamenti climatici? Il capitolo loss & damage non trova risposta. O almeno non l’aveva trovata questo pomeriggio, quando, durante un’incontro con la stampa italiana, il ministro dell’ambiente Galletti ha cercato di spiegare le difficoltá per un governo a stabilire l’entitá di impegno economico su un danno che non é stimabile, perché, di fatto, non é ancora avvenuto. “É un impegno che un governo non puo’ essere pronto a sottoscrivere”.

Quanto agli sforzi, sia economici che di riduzioni, dei singoli paesi, e dell’Italia, “per noi é diverso – dice il Ministro – Noi siamo gia impegnati con l’Europa che chiede molto di piú di quanto prevedera’ l’accordo di Parigi”.

 

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