(fonte Gruppo delle Cinque Terre)

altEcofemministe e femministe di tutte le specie sono state fortemente presenti alla Conferenza sulla Decrescita che si è tenuta a Venezia dal 19 al 23 settembre 2012. I settecento partecipanti erano equamente suddivisi tra donne e uomini, tantissime le giovani. Il movimento per la decrescita italiano si è impegnato in grande stile organizzando questa iniziativa internazionale, a cui ha portato i suoi esponenti più noti a livello planetario, portatori di idee ed esperienze per un mondo che – lo si voglia o no – è già entrato nella fase della decrescita.

Il picco del petrolio è stato infatti già sorpassato, come ha testimoniato il geofisico Ugo Bardi, il rendimento energetico è in diminuzione, cioè ci servono progressivamente più calorie per ottenere la stessa quantità energia che in passato. La recessione globale però non è la decrescita che i convenuti auspicano – anche se è vero, notiamo, che contribuisce alla diminuzione di gas serra e quindi allevia il cambiamento climatico. L’idea di decrescita è però cosa molto diversa dalla crisi del modo di produzione capitalistico, iniziata nel settore finanzario e arrivata all’economia reale: “Nulla di peggio di una società di crescita senza crescita”, ha ripetuto Latouche. Per uscirne si tratta sì di ridurre, riutilizzare, riciclare (sono alcune delle 8 erre del famoso slogan di Latouche), ma soprattutto di ridistribuire e di rendersi conto, con Eric Fromm, che essere è meglio di avere, che è più fruttuoso investire nelle relazioni umane che non nell’accumulo di denaro. La scelta del termine “decrescita” è stata discussa in molti momenti della conferenza, con una generale propensione a parlare piuttosto di buen vivir, cioè usando un’immagine in positivo e non in negativo. In realtà si tratta di ricostruire, dalle macerie di questa civiltà del petrolio, del profitto, della competitività in corso di crollo, un mondo in cui la solidarietà sostituisca la concorrenza, la qualità sostituisca la quantità, e si faccia pace col pianeta invece di saccheggiarlo, secondo l’espressione di Barry Commoner, l’ecologista recentemente scomparso. Nientemeno…

Uno degli interventi più belli è stato quello dell’economista femminista Antonella Picchio, che ha innanzitutto avvertito, appunto, della complessità dell’obiettivo: “Stiamo in un mondo folle, molto pericoloso, molto aggressivo. Dobbiamo fare uno sforzo di consapevolezza del nemico fortissimo che abbiamo di fronte: il potere finanziario che detta come organizzare la nostra sanità, gli asili nido, l’istruzione… Per il livello di attacco di questa crisi le nostre risposte non sono sufficienti”. Conclude però che: “Abbiamo la capacità di trovare modi nuovi di vivere la nostra vita: siamo tutti protesi a cercare una buona vita, cioè una vita sensata, una vita dove non siamo dei mezzi”. Per fare questo dobbiamo partire dalla conoscenza che hanno le donne: la conoscenza sui corpi, sulla vulnerabilità maschile – e qui il discorso di Picchio si fa molto diverso rispetto alle tiritere sulla partecipazione paritaria alle istituzioni così come esse sono, e anche rispetto alle richieste di condivisione paritaria del lavoro domestico – va molto più in profondità: “Il problema maschile è che gli uomini non si occupano della loro vulnerabilità, e scaricano sulle donne questo aspetto delle loro vite”. Vivono di miti, come ad esempio “l’utilità” nelle teorie degli economisti: “Nell’esperienza delle donne non si capisce che cosa sia l’utilità, è un mito. Sraffa ha dimostrato scientificamente (che vuol dire svelando la realtà) che la teoria economica neoclassica è una teoria incoerente logicamente. È da buttare, ma non viene buttata via perché è unita al potere economico. Salario e saggio di interesse sono processi politici, non incontri di curve di domanda e offerta”. Continua Picchio: “E c’è un altro mito condiviso da economisti neoclassici e dal pensiero di classe: che le donne sono il meccanismo di aggiustamento perché sono infinitamente sacrificabili, onnipotenti, e se non ce la fanno interiorizzano il fallimento e se ne danno la colpa”. Siccome l’obiettivo del sistema capitalistico è il sovrappiù, questo sistema è condannato a un’accelerazione insostenibile. E ribellarsi contro questo sistema non è un pranzo di gala: “L’azione politica contro le banche non è un problema di decrescita”. Per Picchio le sussistenze sono il vero capitale, perché il lavoro non pagato è un po’ più del pagato, lo dicono le statistiche nazionali, e le donne di questo pagato ne fanno 2/3, in un luogo di lavoro pericolosissimo: ogni anno solo in Italia si verificano 8000 incidenti mortali in casa. Eppure “Le associazioni qui pensano ancora alle donne come un bene comune, ma il lavoro delle donne è lavoro comandato da istituzioni, come la chiesa e il matrimonio (anche nello stesso sesso). E in questo quadro la sessualità diventa uso e consolazione”. Esorta Picchio: “Dovete mettere in discussione le vostre vite, Latouche ci deve raccontare chi lo riproduce”. I convenuti parlano di resistenza alle grandi opere come alle piccole dighe, di mense popolari biologiche dove chi ha bisogno non viene trattato come un paria come nelle mense istituzionali per i poveri (“Solo i pasti, niente economia?””Ma il cibo è la base dell’economia”), di orti popolari nelle pieghe delle città (“La terra della città è tua, coltivala!”), di moneta locale, non gravata da interesse, come la sterlina che circola a Brixton con raffigurato David Bowie nelle vesti di Ziggy Stardust, e anche della scelta, realizzata dagli studenti di design dell’università IUAV dove si svolge la conferenza, di progettare solo allestimenti riciclabili. Esaltano la biodiversità preservata dai contadini che producono per i mercati locali: “L’agricoltura di massa è più costosa, ma prende sussidi” – anche in questo ambito si fanno proposte concrete che riguardano la nostra alimentazione e più in generale le scelte di sobrietà.

Bisogna spostarsi dal globale verso l’autosussistenza, secondo l’indicazione di Veronica Bennholdt-Thomsen, che appartiene alla corrente del femminismo che ha teorizzato la prospettiva della sussistenza: “La battaglia dello sviluppo è stata combattere contro l’autosufficienza, e per un periodo storico la cultura commerciale del consumismo ha trionfato. Da allora l’economia della sussistenza si chiama sottosviluppo, dove sviluppato vuol dire appartenente alla razza superiore”. Invece, prosegue Bennholdt-Thomsen, “Sussistente è ciò che esiste da solo, di per sé”. La pars destruens è facile: la crescita del PIL, che purtroppo è propugnata come obiettivo da tutti i politici, è una strategia che serve solo a rilanciare i profitti, a discapito del buen vivir, e della stessa sopravvivenza umana sul pianeta, alla (neanche tanto) lunga. Si vuole allungare l’orario di lavoro (sei giorni lavorativi la settimana in Grecia!) invece di ridistribuire il lavoro esistente, e l’unico senso di questa manovra è ristabilire i profitti, non certo aiutare i lavoratori e i disoccupati. Per questo il conflitto sociale non può essere eluso, come pure facevano alcuni degli oratori.

L’obiettivo della decrescità comprende anche proposte concrete per uscire dalla crisi in modo da evitare l’impoverimento e la polarizzazione economica ancora più spinta verso cui tende la crisi stessa. In particolare Maurizio Pallante ha fatto un elenco di idee per la pars costruens che gli dovrebbero meritare la guida di un governo tecnico. Pallante distingue la ricchezza dal denaro, i beni dalle merci, e il lavoro dall’occupazione: non sono affatto la stessa cosa, e la politica è attenta solo al secondo termine di queste alternative. “Non è un nostro obiettivo creare occupazione, se questa per esempio avviene aumentando la produzione di armi. Inseriamo invece elementi qualitativi nei nostri obiettivi, come l’occupazione utile, con un uso più intenso del lavoro, ad esempio per mettere in sicurezza il territorio, o per individuare gli sprechi e ridurli”. Cita il suo famoso paragone della politica di conversione alle energie rinnovabili prima di aver reso efficienti le tecnologie, con l’avere in mano un secchio bucato da riempire: “Qualunque persona sensata prima ripara il secchio, e poi lo riempie con un altro contenuto!” Per Pallante “economia” non è l’analisi delle curve di domanda e offerta (una visione tutta interna alla logica del denaro), ma vedere i punti in cui l’attività umana impatta con l’ambiente e quali sono i punti di inefficienza delle tecnologie: “Abbiamo bisogno di tecnologie più avanzate, non minori. L’occupazione utile è nelle tecnologie che riducono questi sprechi e ci sono imprenditori che hanno la tecnologia per farlo. Mentre con la Tav una spesa di un milione di euro porta a 0,073 posti di lavoro, con le piccole opere la creazione di lavoro sarebbe molto più alta”. La considerazione politica è che: “Dobbiamo creare un blocco sociale contro il blocco di potere attualmente dominante, che è costituito dai partiti otto-novecenteschi con la loro logica della crescita, insieme al potere militare e alle multinazionali. Invece la piccola e media industria, i professionisti, gli artigiani e le associazioni/comitati della società civile possono allearsi per obiettivi economico-politici che vanno appunto in direzione della decrescita e non della crescita del Pil”. Pallante nota che è dal 1960 che la crescita del Pil non ha portato occupazione: “Sono sempre 22 milioni gli occupati, mentre il Pil è cresciuto di quattro volte, e anche la popolazione è aumentata. Perseguire la crescita significa aggravare la crisi – come stanno appunto facendo i banchieri al nostro governo”. Serge Latouche ritiene che nella politica economica dobbiamo liberarci di due tabù: il protezionismo, che invece ci serve contro la predazione fatta dalle imprese transnazionali, e l’inflazione – una inflazione moderata serve a diminuire il debito pubblico. Si scaglia senza indugi contro l’euro: “Bisogna uscire dall’euro, da La trappola dell’euro, che è un libro di Badiale e Tringali che vi consiglio”.

Mauro Bonaiuti nota che da trent’anni nelle economie industriali il debito cresce più del Pil, indipendentemente dai governi in carica: persino Reagan e i Bush lo hanno fatto aumentare. La società odierna dei rendimenti decrescenti fa presagire che le grandi strutture che oggi dominano la vita sociale subiranno un collasso, cioè una perdita di complessità, e uno smembramento: concretamente significherà probabilmente l’assorbimento delle grandi imprese da parre del settore pubblico. In realtà non ci sono state discussioni approfondite sull’importante tema dell’euro, piuttosto sulla moneta in generale ha parlato un’altra femminista: Mary Mellow, autrice di The future of money. From financial crisis to public resource, in cui appunto il denaro è considerato un bene comune, una risorsa indispensabile alla vita sociale che però è stata privatizzata dalle banche, che la controllano con l’obiettivo del proprio profitto: “Il denaro è controllato dalle banche, è stato privatizzato sotto forma di debito che deve produrre interesse, quindi il lavoro deve essere sempre impiegato in modo crescente per ripagare gli interessi: in nessun modo puoi decrescere con questo sistema. Bisogna democratizzare il denaro perché il sistema monetario è un bene comune. Le banche dovrebbero limitarsi a fare quel che dicono di fare, cioè trasformare i depositi in prestiti, e parte della moneta deve essere libera dal debito. Bisogna partire da un deficit, altrimenti non c’è nessuna circolazione quando le banche rivogliono il credito fatto più gli interessi, e arriva la crisi”. Il paragone è con i gettoni che servono a tenere conto delle ore di baby sitting reciproco fatte in un gruppo di famiglie: “Se una famiglia tesaurizza i gettoni, non si realizzerà più alcun baby sitting”. Mellow contrappone la ricchezza personale alla reciprocità sociale, che deve tornare ad essere il valore principale, come lo è stato in molte altre civiltà. “Sufficiency è un’altra parola che possiamo usare”, dice ancora Mellow, “con questo criterio è più facile vedere chi non ha abbastanza e chi ha troppo”.

La cultura anticonsumista, in cerca di un’autenticità delle relazioni umane piuttosto che di un accumulo di oggetti è stata ribadita da molti relatori: Helena Hodge femminista norvegese, denuncia la cultura diffusa, anche e soprattutto attraverso la pubblicità, che dice ai bambini che saranno amati solo se hanno i jeans e le scarpe della marca giusta: “Anche questo porta alla separazione e alla competizione”. Salvör Nordal, una filosofa del comitato che ha riscritto la costituzione islandese, ricostruisce così gli anni prima della crisi: “Siamo stati dei bravi consumatori”. Non sempre è presente negli oratori e nel pubblico la consapevolezza che questa transizione – che dà il titolo alla conferenza – non sarà possibile senza conflitto, senza ribaltare gli attuali rapporti di potere: non tutti gli interventi lo sottolineano, e serpeggia qua e là molto buonismo, molta visione del mondo in pericolo come salvabile “se tutti si danno una mano”. Un altro neo è il fatto che il lavoro di cura, quello realizzato in massima parte in modo gratuito dalle donne, non è sempre considerato. Antonella Picchio, da invitata critica, lo sottolinea: “Il vostro guru Latouche continua a far battute sul fatto che le donne vogliono la lavatrice. Come appunto se fosse compito loro il lavare i panni, invece che di tutti”. Un’intervento in plenaria aveva anche parlato dello sfruttamento delle donne del Nord verso quelle del Sud del mondo che lavorano come domestiche: “Il pagamento all’aiuto domestico è una questione di classe e non di genere”, dice ancora Picchio. È stata denunciata una recente campagna della rivista di lingua spagnola El ecologista che ha richiesto il ritorno donne al focolare, dichiarando anche che l’aborto è “antiecologico”. Anche l’affermazione che “È possibile venire a piedi, con l’asino, in bici”, perché così sono arrivati ad esempio i partecipanti all’Ecotopia bike tour, appare un filino esagerata: da Barcellona ci han messo due mesi – non proprio un periodo di tempo alla portata di tutti. “Ma dov’è la transizione?” dalla società dei consumi in crisi alla società della decrescita, ci si chiede. È nelle micropratiche di ricostruzione del tessuto sociale, come orti, cene collettive, nel rimettere le persone in contatto tra di loro e ricostruire una comunità. Piccole cose, che i praticanti /decrescenti sanno essere preziose per la ricostruzione di una società atomizzata del capitalismo avanzato. C’è anche la proposta di prendere ispirazione dalle religioni e pensare all’efficacia dei propri messaggi sull’arco di decine, se non di centinaia di anni. Giorgios Kallis nella plenaria conclusiva pone tre importanti domande: perché e come le civiltà passate hanno tenuto sotto controllo l’accumulazione (di capitale)? Come possiamo redistribuire il lavoro?

E infine: la definizione di decrescita non è automaticamente democratica – chi, come e perché lotterà per una transizione democratica alla decrescita? Joan Martinez Alier, l’economista ecologico, connette il movimento per la decrescita con il movimento per la giustizia ambientale globale (vedi il sito cui collabora www.ejolt.org), che si batte in particolare contro i progetti di realizzazione di grandi infrastrutture. E conclude: “Non è affatto sufficiente che un’economia industriale non cresca, abbiamo bisogno di decrescita”.

* Tutti i materiali della Conferenza Internazionale sulla Decrescita, clicca qui

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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