Perugia, Festival internazionale di giornalismo – Terrorismo mediatico, il lato oscuro del giornalismo. Le conseguenze sono tanto grandi quanto pericolose. Si definisce terrorismo mediatico l’azione di fare informazione con un bombardamento di notizie in grado di rendere la realtà più allarmante  di quello che è.

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Pietro Bartolo, medico impegnato a Lampedusa

Questo estremismo della notizia utilizza tutti i media per diffondersi, senza fare distinzioni: dalle reti ufficiali ai social network. E uno degli argomenti maggiormente oggetto del terrorismo mediatico è l’immigrazione, per questo il festival del giornalismo di Perugia gli dedica il panel “Migranti: storie di chi fa la differenza”.

“Questo fenomeno definito oggi un’invasione epocale non è così spaventoso come ci fanno credere – dichiara Pietro Bartolo, medico impegnato in interventi umanitari a Lampedusa – non può essere definita invasione epocale l’arrivo di 180 mila migranti in un paese di oltre 60 milioni”.

Rescued refugees and migrants wait to disembark from the Italian Navy Ship "Spica" onto a tugboat that will take them to the harbour of Pozzallo.

Operazioni di soccorso dei migranti in alto mare

Il rischio? Raccontare le migrazioni in quest’ottica rende il fenomeno un mostro che spaventa le masse. “Le migrazioni – come testimoniano Andrea Costa, Baobab experience e Carlotta Sami, portavoce UNHCR per il Sud Europa – sono più che normali, accompagnano la storia dei popoli fin dai suoi  albori”.

L’unico modo in cui è possibile superare questa situazione è un cambio della nostra mentalità. È necessario andare oltre la notizia e vedere i migranti per quello che sono: persone in fuga dalla guerra e dalla fame. Comprendere questo dovrebbe aprire gli orizzonti a una società più tollerante: migranti e abitanti possono vivere insieme in un unico paese. Se guardiamo all’Italia abbiamo tre migranti ogni mille abitanti.

Ma come possiamo raggiungere l’obiettivo? Giulio Piscitelli – fotogiornalista – suggerisce: “Per cambiare la mentalità degli altri è necessario prima cambiare il nostro approccio”. Insomma è “necessario che ciascuno si interessi alla causa e faccia nel proprio piccolo tutto il necessario per mostrare aperture al fenomeno”.

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