Clima e Brexit si intrecciano. Nasce la preoccupante campagna Climate Exit: Clexit. Un gruppo di 60 tra economisti, scienziati e imprenditori, appartenenti a 16 nazioni, chiedono il ritiro dei trattati sul clima e di Cop21.

È l’effetto Brexit? Che cosa aveva influenzato il voto leave? Molti dicono che a risultare indigesta sullo stomaco dei britannici vi fosse la gestione europea dei migranti. Ma anche le politiche comunitarie ambientali facevano storcere il naso. Come non ricordare lo scandalo Toastergate: l’opposizione alla direttiva Ecodesign sugli elettrodomestici a basso consumo.

I promotori della campagna la definiscono così: “Come la Brexit è stata la risposta all’invadente burocrazia dell’Unione Europea, così Clexit sarà la risposta a questo controllo globale basato sull’isterismo del clima”.

Eppure nel loro gruppo compare un solo climatologo Ole Humlum. “Sorprende che ci sia come rappresentante proprio lui, che è noto per le sue ricerche scadenti sull’inquinamento da fonti fossili” ha commentato ironico il The Guardian. Lo scenario della Clexit ricalca certi tratti della Brexit. Di sicuro l’autonomia e l’individualismo: non si vuole affrontare insieme quello che è un problema globale, il Global warming.

Il The Guardian rassicura che non faranno molta strada perché siamo di fronte ad una propaganda senza fondamenti che “rigetta le conclusioni del 97% degli scienziati e il 95% degli economisti del mondo”.

È solo una questione di minoranze, nessun allarme. Ma non si può nemmeno abbassare la guardia di fronte a messaggi privi di consapevolezza ambientale. Ad esempio, in Italia, riguardo ai cambiamenti climatici prevale l’immobilismo collettivo, come denunciato da Bompan e Ferraris nell’ebook “Il mondo dopo Parigi”. E si resta di sasso quando girovagando tra gli hashtag di twitter, in occasione delle Olimpiadi di Rio che aprono con una cerimonia che non manca di denunciare il Global warming, si leggono commenti del tipo “che c’è di male andremo al mare a Cortina” oppure “uffa ci mancava pure qui un pippone sui cambiamenti climatici” o ancora “hanno rubato il discorso a Di Caprio?”.

I volti del Clexit non sono certo profili disinteressati. Il presidente è il politico indipendentista britannico lord Christopher Monckton, legato da sempre al mondo delle fonti fossili. Mentre il segretario è Viv Forbes, direttore della Stanmore coal, azienda australiana che esporta carbone.

Il primo colpo basso è rivolto proprio ai paesi vittime del cambiamento climatico, che subiscono l’innalzamento degli oceani. Secondo i leader del Clexit “il livello del mare ha variazioni piccole e nella norma”. Menzionano, come falso problema, la nazione insulare di Tuvalu. Il secondo rovescio che sferzano è contro l’energia rinnovabile: “Le fonti fossili sono a basso costo e continuative quindi sono la soluzione per i paesi sottosviluppati per uscire dalla povertà. Mentre le rinnovabili sono collegate al meteo quindi instabili”.

Si tratta di teorie prontamente smentite dai fatti. A Tuvalu il mare cresce di 4,3 mm per anno (la media globale è di 3,4 mm). Per quanto riguarda il carbone, invece, avrà pure un basso costo di materia prima, ma costa tantissimo in termini di mortalità prematura (22’900 morti in Europa), spesa sanitaria (62,3 miliardi in Europa), incidenti nelle miniere e disastri climatici sotto gli occhi di tutti. Per questo paesi come la Francia per fare marcia indietro hanno messo allo studio una Carbon tax.
“La CO2 non è un inquinante ma un gas vitale per il pianeta” dicono quelli del Clexit.
Hanno ragione, la CO2 in sé è essenziale per i cicli della Terra, ma è la quantità il problema. Essendo responsabile di disastri ambientali è l’EPA stessa (Agenzia statunitense per la protezione ambientale) a definirla già nel 2007 “pericoloso inquinante per l’uomo”.
Il caso delle piccole isole è proprio la prova che il Global warming non è democratico: gli effetti di chi produce i gas serra si percuotono sui paesi lontani. Ma questi paesi vittime e incapaci economicamente di piani di resilienza, sono anche quelli che di vento e di sole ne hanno in abbondanza e potrebbero affrancarsi da una dipendenza energetica per una vera autonomia. Altro che fonti intermittenti. Proprio sul solare hanno scommesso paesi privi di materie prime energetiche. Ne è un esempio il Marocco: da importatore di corrente sta attuando una riconversione per diventare leader mondiale.

Qui se c’è una “exit” di cui bisogna discutere semmai è fossilexit, oilexit, coalexit. Insomma, ci si può divertire inventando tanti acronimi ma i tempi ormai sono maturi per una entry a gamba tesa in un’economia di rinnovabili.

(Per leggere il comunicato del Clexit; clicca qui)

Clexit (1)

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mojito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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