Una ricerca condotta nel contesto del progetto europeo INNOPATHS dalla Dott.ssa Cristina Peñasco dell’Università di Cambridge, dalla Prof.ssa Laura Diaz Anadon, Direttrice del Cambridge’s Centre for Environment, Energy and Natural Resource Governance (C-EENRG) , e dalla Prof.ssa Elena Verdolini di RFF-CMCC European institute on Economics and the Environments (EIEE), Fondazione CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e Università degli Studi di Brescia, e pubblicata sulla rivista scientifica Nature Climate Change, dimostra chiaramente quanto la gamma di politiche  economiche che i governi hanno intenzione di mettere in atto per la decarbonizzazione del mercato energetico, pesino di fatto sulle spalle delle medio/piccole imprese e in generale sulle classi sociali meno abbienti.

I dieci “strumenti” politici discussi nello studio includono forme di investimento (ad esempio finanziamenti mirati alla ricerca e allo sviluppo), incentivi finanziari (sussidi, tasse e gli appalti pubblici verdi – Green Public Procurement), interventi di mercato (permessi di emissione e certificati negoziabili per energia pulita o risparmiata) e standard di efficienza (come quelli per gli edifici).

Dei queste 10 politiche economiche prese in oggetto di studio, confrontate con più di 7000 articoli di riviste scientifiche riguardo i possibili futuri energetici, sono usciti all’incirca 700 risultati, tutti pubblicati e motivati proprio sul sito del progetto di ricerca INNOPATHS, così da rendere inconfutabile agli occhi di tutti l’evidente mancanza di un’equità di distribuzione degli oneri tra classi sociali, all’interno di una progettualità politica per un prossimo cambio energetico.

Tra i numerosi risultati della ricerca emerge infatti che per la maggior parte degli strumenti analizzati, le “conseguenze distributive”(ovvero l’equità della distribuzione dei costi e benefici associati all’intervento di politica climatica) sono molto più spesso negative che positive o nulle. Questo è particolarmente vero per le piccole imprese e i consumatori meno abbienti. 

 Ciò ovviamente comporta una serie di intoppi per i vari obbiettivi anche minimi, che ognuna di questi dieci dieci politiche si era prefissata, dato un condiviso ostruzionismo della classe media all’abbandono dell’energia fossile. Classe media che è indispensabile per una fruibilità di mercato, di idee, e di innovazione soprattutto. 

L’enorme mole di dati raccolti dalle studiose rivela anche però che queste politiche possono essere progettate in modo da ridurre i possibili impatti negativi su imprese e consumatori. E la ricerca dimostra proprio che quando questo avviene, le politiche climatiche permettono di limitare le emissioni di gas a effetto serra senza gravare su competitività ed equità, ma anzi promuovendo l’innovazione e aprendo la strada a una transizione più equa e più rapida verso la neutralità carbonica. È attraverso un mercato competitivo che si creano nuove e diversificate opportunità, ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per un futuro energetico pulito. 

Il commento della professoressa Elena Verdolini chiarisce perfettamente quale sia il sentiero da percorrere per un’Europa unita e libera dai combustibili fossili: “Non esiste una soluzione univoca, valida per tutti i settori e in tutti i contesti geografici. Al contrario, la letteratura mostra che lo stesso strumento può dare vita a impatti negativi in alcuni contesti, e positivi in altri. Spesso, la differenza sta non nella scelta dello strumento, ma nella sua calibrazione, che deve tenere conto della realtà locale (e non solo nazionale), e del contesto socio-economico. Solo prestando molta attenzione al design di ogni singolo strumento sarà possibile raggiungere l’obiettivo europeo della neutralità carbonica (Net Zero) e di una ripresa verde, assicurandosi che ‘nessuno venga lasciato indietro’ ”.

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