gNeLab ad Expo per homepageRoma, 1 maggio 2015 – Di che parla Expo? Anzi no: di che parlano quelli che parlano di Expo?

Vado sul sito di Expo, sezione eventi. Cerco maggio 2015, ché gli altri mesi ancora non sono selezionabili. Non cerco la tipologia di evento, perché voglio solo sapere cosa accade in generale su un certo tema, quindi seleziono il tema. Clima non c’è. Ma energia si. Report: nessun evento trovato. Riprovo con lo stesso tema, ma senza indicare il mese, magari hanno organizzato e messo online qualcosa prima di maggio. No, niente, c’è solo che il 13 febbraio Expo ha aderito a M’illumino di meno. Prima cosa che mi viene in mente, troppo facile: grazie, ma Expo era ancora chiuso il 13 febbraio.

Un titolo per un pezzo ci sarebbe: a Expo (… energia per la vita) non si parla di energia. Eppoi, non si parla neppure di clima, perché non è previsto dai temi selezionabili, come se il cibo non dipendesse dal clima, come se i cambiamenti climatici non fossero causa di mutamenti, come se “nutrire il pianeta” si possa fare senza preoccuparsene… bah, forse ci penseranno gli chef blasonati.

Un’occhiata ai giornali online, ricerca su google: niente energia, niente clima. Anzi, c’è una conferma del mio pensiero: molto indicizzata è la petizione per chiedere una sessione centrale e permanente, sotto l’egida dell’Unesco e della Fao, e all’insegna degli obiettivi del Millennio, aperta al confronto tra gli esperti e le esperienze e le proposte che cittadini e portatori di interessi vorranno mettere a confronto sui  quattro “elementi”: energia, acqua, terra, biosfera e il link con i cambiamenti. Tra i firmatari tanti amici esperti ed autorevoli. Firmo anch’io, ovviamente. Magari lo facessero.

Davvero a Expo non si parla di Energia? Non si parla di clima? Non si parla dello “sconvolgimento climatico sta già avendo e sempre più avrà drammatiche conseguenze proprio sull’agricoltura e sull’alimentazione per tutti gli abitanti del pianeta, non solo per il miliardo di persone oggi al di sotto del livello di sopravvivenza”, come dice Alfredo Vanotti, coordinatore dei dietologi svizzeri, nella petizione lanciata da Massimo Scalia e Mario Agostinelli al Presidente della Repubblica?

Proseguo la ricerca digitale, ecco… “Expo, a Acquae Venezia oltre 100 eventi dedicati al clima. Non è proprio Expo, in effetti, ma sono patrocinati da Expo.

“Il cammino verso un cibo sostenibile, – dice Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club – richiederà che i profondi mutamenti di tecnologie, comportamenti e politiche avvengano nel contesto e in armonia con la trasformazione del sistema energetico, cioè verso produzioni decentrate e con fonti direttamente reperibili sul territorio”. Giustissimo. Se ne parla? Non si sa.

Eppure, se non l’organizzazione di Expo, almeno le aziende che si occupano di cibo si devono occupare di cambiamenti climatici, scarsità di risorse, conversione energetica. Per forza. Cosa vendono se vengono a mancare le materie prime?

Andrea Illy, ad esempio, proprio sul magazine online d Expo dice che “il caffè è una tra le coltivazioni più influenzate dai cambiamenti climatici”. Non è un pezzo di approfondimento scientifico, non si spiegano bene le soluzioni, si citano epidemie come quella della ruggine bruna,  e siccità e iperpiovosità. Andrea Illy accenna alla ricerca dell’Università del caffè e a “soluzioni”, ma nell’articolo non vengono spiegate. L’autore linka ad un altro articolo in cui si parla del Cluster del Caffè ad Expo, ispirato alle “immense piantagioni di caffè distese all’ombra delle foreste tropicali”. Sarà anche bello, non discuto, ma se i cambiamenti climatici sono così determinanti, perché non approfittare di Expo per convocare esperti mondiali e spingere verso soluzioni più radicali, in quel bel cluster? Ci sarà, sarà previsto?

La siccità mette in ginocchio i birrifici californiani, Obama offre incentici agli agricoltori per ridurre le emissioni, i danni economici all’agricoltura per i cambiamenti climatici sono già oggi immensi.

Alberto Frausin, AD di Carlsberg Italia, lo sa bene: senza luppolo, senza orzo, niente birra. I laboratori di ricerca Carlsberg Group stanno studiando e sviluppando, “attraverso l’antica modalità degli innesti, varietà di orzo (non OGM) capaci di fronteggiare le moderne condizioni climatiche a livello globale. Ciò ha permesso agli agricoltori di ottenere produzioni migliori, sicure e correlate all’impegno agricolo da loro apportato, e di dare sostenibilità di materie prime per il futuro all’organizzazione”. Nasce per questo, nel 2011, anche il brevetto dell’orzo Null-Lox. Anche la CO2 in atmosfera è un tema di Carlsberg Italia (soprattutto), che ha misurato l’LCA (Life cycle assessment, impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, dalla materia prima allo smaltimento) della birra con e senza l’introduzione della sua innovazione tecnologia, il fusto DraughtMaster in Pet. Incredibile ma vero: la “plastica” in questo caso riduce drasticamente impatti di ogni genere sull’ambiente rispetto alle bottiglie in vetro e alle lattine. Ma c’è voluta la caparbietà di Frausin che ha investito in analisi (con la Bocconi, con l’Istituto Sant’Anna) per arrivare ai numeri della sostenibilità che vanta oggi soprattutto la parte italiana del gruppo. Ad Expo se ne parlerà. E si parlerà anche, insieme a Carlsberg Italia e Birrificio Angelo Poretti (birra ufficiale di Padiglione Italia) che ha fatto da apripista, di un calcolo specifico per verificare se e quanto la sostenibilità conviene anche economicamente.

Siccità, epidemie, insetti… Da un lancio ANSA (ambiente & energia, canale tematico coordinato  dall’ottima Stefania De Francesco) scopriamo che ad Expo arriva uno strumento, nato da un’alleanza fra ricercatori italiani e statunitensi, “per preservare la biodiversità nel settore agricolo, sempre più minacciata dai cambiamenti climatici, dall’utilizzo intensivo di prodotti chimici e dalla diffusione di specie esotiche invasive, come la cicalina, o di un temibile batterio, come la Xylella fastidiosa, che mettono in pericolo vite ed olivo. Si tratta di una tecnologia messa a punto nell’ambito del progetto GlobalChangeBiology, coordinato dall’Enea e sviluppato in collaborazione con l’Università californiana di Berkeley e il consorzio scientifico no profit Casas Globalal presentata al convegno “Un mondo(bio)diverso: l’agrobiodiversità in un mondo che cambia”, che si è svolto presso l’Auditorium di Cascina Triulza” in uno dei primi giorni di Expo.

Coldiretti ad Expo, dice AdnKronos, si occuperà di “raccontare la terra che cambia e come l’uomo cerca di adattarsi a cambiamenti climatici” che hanno portato, tanto per dirne una, gli oliveti sulle Alpi. C’è l’Enea che presenta appunto alcune proposte per far fronte all’allarme: “con il surriscaldamento del clima e la globalizzazione, le specie invasive sono destinate ad aumentare: lo testimonia la crescente presenza di insetti tropicali e di vegetali dannosi nel Bacino del Mediterraneo, dalla zanzara tigre, all’alga killer che ha causato danni ingenti nelle praterie di Posidonia, fino alla Xylella che non era mai stata segnalata prima nella regione euro-mediterranea”.

Spot leggero su Samantha Cristoforetti dalla ISS. Sul sito di Expo si legge che sta facendo sperimentazioni per trovare soluzioni su “come nutrire il pianeta dallo spazio”. Articoletto breve che cita il capitano: “La nostra ricerca si sta focalizzando sulle piante per capire meglio la funzionalità a livello molecolare e cellulare. Sono tutte conoscenze applicabili anche all’agricoltura che aiutano nella missione di nutrire il pianeta. L’obiettivo è di ottimizzare la comprensione della crescita delle piante dal punto di vista cellulare per poter migliorare le tecnologie agricole utilizzate sulla Terra”.

C’è la Carta di Milano, eredità-manifesto di Expo per il diritto al cibo, al quale hanno lavorato per tavoli tematici, che è sottoscrivibile ad Expo, è indiscutibilmente condivisibile, ma necessità di qualche riga in più che metta meglio in relazione cibo con cambiamenti climatici ed energia, appunto. Ecco, però, che la Carta di Milano, sul web, diventa presto “una contraddizione”: si parla di diritto al cibo, lotta all’obesità e “fa strano vedere tra gli sponsor di Expo marchi come Coca-Cola e McDonald’s” (Lettera43). Era meglio non scriverla? O era meglio non avere Coca-Cola ad Expo? Forse qualcuno avrebbe preferito che Expo la pagassero gli italiani…no, sennò di nuovo corruzione. Ma se invece con Coca-Cola si parlasse? Farinetti lo fa? Beh, anche lui finisce tra i colpevoli di contraddizione.

Il 2 maggio, a parlare di clima, suolo, risorse ad Expo, c’era Vandana Shiva con il documento “Terra Viva”,  “analisi e denuncia, ma soprattutto proposta su come superare il paradigma dell’economia lineare estrattiva in favore di quella circolare rigenerativa, per guidare non solo la gestione dell’ambiente e dell’agricoltura, ma tutte le scelte economiche e sociali”. Il manifesto Terra Viva è frutto del lavoro e dell’elaborazione – guidata dall’ambientalista Vandana Shiva – di un panel di ricercatori ed esperti provenienti da tutto il mondo. Qualcuno non l’ha presa bene, sia da una parte che dall’altra, a partire dal New Yorker, che l’ha attaccata sin da agosto scorso. Shiva è troppo “pregiudizialmente anti Ogm” (Il Foglio), “Oscurantista, antiprogresso” (Facebook ItaliaXlascienza), chi l’ha voluta ad Expo, l’ha fatto “per abbellire la sua vetrina” (Alessandra Nucci, Italia Oggi). Ma anche: “Shiva testimonial di Expo, che idea balzana! Senza le multinazionali che lei aborre dove avrebbe trovato Expo i soldi per retribuirla?” (Il Sole 24 Ore). Ricapitolando: l’ambientalista che parla di clima, di risorse, di equilibrio è auspicabile a Expo, giusto? Ma se ci va, è incoerente, oppure addirittura “sputa nel piatto dove mangia”. Cosa avrebbe dovuto fare, rimangiarsi tutto ciò che ha detto e fatto durante la sua vita? Proviamo invece, rimanendo in tema di cibo, a rivoltare la frittata: McDonald’s paga (come sponsor) Expo che paga Vandana Shiva per dire “non lasciamo Expo alle multinazionali”. Come dire Mc Donald’s paga Shiva per farsi dire che non è il suo padrone e che non può spadroneggiare sul pianeta. Beh, chiamatela scema. Sarò strana io, ma a me pare che si voglia trovare sempre e comunque uno spunto di polemica, perché, si sa, i giornali con le polemiche vendono meglio.

Sul web non ho trovato ancora un appuntamento scientifico, non ho trovato approfondimenti su energia, clima, risorse, soluzioni, ad Expo. Non riesco a trovare un filo logico sul sito di Expo, non riesco a capire cosa accada realmente lassù, in quel mondo in un chilometro.

Ho trovato in compenso tante polemiche in entrambi i sensi di marcia (dal caso Shiva, che provoca intoppi in tutti e due i sensi, al caso CocaCola/McDonald’s), moltissime critiche, anche moltissime bufale, e altrettante pillole entusiastiche (purtroppo sempre troppo poco approfondite). Non posso essere sicura che non ci siano discussioni serie su temi seri durante i sei mesi di Expo. Non posso finché le notizie le prendo solo da fuori Expo. Forse perché fuori, escono solo le polemiche, più gustose per i lettori di quanto lo siano le questioni climatiche, energetiche, e ahi ahi lo dico, catalogate, anche in buona fede, nelle redazioni, come “catastrofiste”.

Auguro ai miei giovanissimi inviati, la prima dei quali è Rachele Bevacqua, 22 anni, romana e agguerritissima, di riuscire nella loro missione #gNeLab: la caccia alle declinazioni di sostenibilità e innovazione per il cibo del futuro e la sperimentazione di un giornalismo fresco e libero da pregiudizi, che possa raccontarmi l’Expo che mi aspetto. 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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