“ Il bene si fa, ma non si dice. Certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca…”

Il 27 gennaio non si può non tornare con la mente e con il cuore al ricordo di Gino Bartali. Il grande campione non fu solo eroe sportivo ( ha vinto, oltre a molte altre grandi  corse, tre giri d’Italia e due tour de France di cui quello del 48 che ebbe il merito di mitigare il clima tesissimo scatenato dall’attentato a Togliatti), ma fu anche campione di vita e di umanità.
Tra il 1943 e il 44 aiutò molti ebrei in Toscana a salvarsi da sicura deportazione percorrendo centinaia di chilometri al giorno con i loro documenti nella canna della bicicletta fingendo di allenarsi, mentre invece raggiungeva tipografie che, in accordo con il Cardinale Elia della Costa e l’appoggio di una rete cattolica di aiuto, cambiavano “compromettenti” nomi e date che avrebbero segnato la differenza tra la vita e la morte.
Uomo dalla grande forza di volontà, “Ginettaccio”, di grande rigore morale che mai scese a compromessi con nessuno, neppure con il Duce.

Un museo da recuperare
Nonostante avesse contribuito a scrivere importanti pagine della nostra storia rischia, però, di essere dimenticato proprio oggi. Quando, più che mai, ci sarebbe bisogno di recuperare molti dei valori per i quali il grande campione si è battuto correndo con la sua bici sulle difficili strade della vita.
Mi spiego. Il 27 gennaio dello scorso anno mi sono recata in visita al museo del ciclismo di Ponte a Ema (Firenze) con le mie classi quarte della scuola primaria Giuliotti di Greve in Chianti e molte erano le cose che non andavano, la sopravvivenza dello stesso museo era a rischio.
A distanza di nove mesi sono tornata a vedere cosa fosse cambiato visto anche che il clamore suscitato dalla partenza dell’ultimo giro d’Italia, il 5 maggio 2017, faceva ben sperare.
In realtà a parte cinque cartelli stradali (il primo dei quali all’uscita dell’autostrada) e la fermata dell’autobus numero 32 intitolata al museo, messi in occasione del giro, tutto sembra di nuovo caduto nell’oblio.
Tutto come nove mesi prima. I giorni di apertura al pubblico sono sempre solo tre: tre ore al venerdì e al sabato (dalle 10 alle 13) e la domenica con un orario, 10/16, molto ridotto e scomodo soprattutto in estate con il caldo.
Orario oltretutto impossibile anche per le scuole dal momento che la maggior parte di esse il sabato è chiusa. Del resto non sembrano neppure invitate perché le direzioni delle scuole limitrofe, compreso l’Istituto Comprensivo di Greve, non hanno ricevuto anche per questo inizio anno scolastico (2017-2018), tra le tante proposte didattiche, quella del museo Bartali.
Le biciclette esposte appaiono sempre trascurate e con le ruote sgonfie, mentre le maglie dei vecchi campioni sono rovinate dalle tarme: il ministro Vanni ha stanziato in realtà 15 mila euro per le teche da esposizione, ma le suddette maglie giacciono ancora negli scatoloni e dire che ci sarebbe tanto materiale in deposito da poter rinnovare spesso l’esposizione. Purtroppo non c’è personale che possa farsi carico della gestione del materiale.
Insomma, il museo con tutta la sua importante storia e il suo grande esempio di lealtà, impegno sportivo e soprattutto umano, del grande campione, continua a restare un capitolo a parte.

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