Mancano 4 giorni all’inizio di COP24, la conferenza mondiale sul clima che si tiene quest’anno in Polonia, a Katowice. A ridosso del via, esce il  Report Emissioni 2018 una strigliata forte per i governi, un’allarme rosso ulteriore sui cambiamenti climatici. Gli autori, dati alla mano, non usano mezzi termini: gli Stati devono rivedere subito e triplicare gli impegni previsti per rispettare l’Accordo di Parigi al fine di restare ben al di sotto i 2°C di surriscaldamento globale, e quintuplicarli se si vuole restare nei 1,5°C. Bravi, anche se ancora troppo pochi, invece i privati, gli investitori, le amministrazioni locali, ottime le innovazioni tecnologiche: secondo il report, potrebbero essere questi a salvarci.

Nel 2017 le emissioni di gas climalteranti, dopo una sostanziale stabilizzazione negli ultimi tre anni, sono tornate ad aumentare. Secondo il rapporto, hanno raggiunto livelli storici a 53,5 GTCO 2  senza segni di picco, ossia senza dar cenno di essere arrivate all’apice oltre il quale c’è una decrescita.

L’Emission Gap Report è una valutazione annuale richiesta dall’Onu (UNFCCC) del divario tra i livelli di emissione previsti nel 2030 considerando il trend attuale rispetto ai livelli che sarebbero coerenti invece con un surriscaldamento massimo di 2 ° C  o 1.5 ° C. La valutazione tiene conto della somma contabile degli sforzi di mitigazione nazionali e delle cosiddette ambizioni dei Paesi che hanno presentato i loro Contributi a livello nazionale (NDCs – gli impegni per fermare ed abbassare le emissioni, una parte fondamentale dell’Accordo di Parigi).

Beh, ecco, non ci siamo. Per niente. Le emissioni globali sono in aumento e gli impegni nazionali per combattere i cambiamenti climatici non sono all’altezza della situazione, mentre quelli dei privati invece per fortuna crescono. Il report dice che, si, in teoria è ancora possibile mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 ° C, mentre è “decisamente più bassa” la fattibilità tecnica di colmare il gap relativo a 1,5 ° C . Ma, dice sempre il report, se il divario di emissioni non viene azzerato entro il 2030, “è estremamente improbabile che l’obiettivo di 2 ° C possa ancora essere raggiunto”. 

E’ evidente che la somma degli impegni nazionali per combattere i cambiamenti climatici non è assolutamente adeguata agli obiettivi. Gli autori hanno valutato che solo 57 paesi (che rappresentano il 60% delle emissioni globali) sono sulla buona strada.

L’aumento delle emissioni e l’azione a scoppio ritardato fanno sì che il gap nella relazione di quest’anno “sia più grande che mai”. Tradotto in azione sul clima, gli autori concludono che le nazioni rivedere al più presto i loro impregni e devono aumentare le loro ambizioni di 3 volte per raggiungere i 2 ° C e 5 volte per raggiungere 1,5 ° C.

“Se il rapporto dell’IPCC rappresentava un allarme antincendio globale, questo rapporto è l’inchiesta incendiaria”, dichiara il direttore esecutivo aggiunto dell’ONU Joyce Msuya. “La scienza è chiara: in fatto di ambizioni sul clima, i governi devono muoversi più velocemente e con maggiore urgenza. Stiamo alimentando questo fuoco mentre i mezzi per estinguerlo sono a portata di mano”.

Per colmare il gap, il rapporto sulle emissioni offre una nuova analisi delle emissioni globali nel contesto della politica fiscale, dati sull’attuale ritmo di innovazione e una revisione esaustiva dell’azione per il clima da parte del settore privato e sub-nazionale. Gli autori propongono una sorta di tabella di marcia per l’attuazione del tipo di azione di trasformazione necessaria per massimizzare il potenziale in ciascuno di questi settori.

“Dai governi delle città e delle regioni alle aziende, agli investitori, agli istituti di istruzione superiore e alle organizzazioni della società civile, gli attori non statali si stanno sempre più impegnando per un’azione forte sul clima”, si legge nel rapporto. Queste istituzioni sono sempre più riconosciute come elemento chiave nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni globali. Sebbene le stime siano molto variabili, alcuni calcolano il potenziale sul potenziale di riduzione delle emissioni da parte di questi attori in 19 gigatonnellate di CO2 equivalente entro il 2030. E se l’azione delle Parti non statali (privati, investitori e amministrazioni locali) fosse supportata da una adeguata politica fiscale attentamente progettata, il potenziale potrebbe essere anche maggiore.

“Se i calcoli fossero esatti, questo potrebbe essere addirittura sufficiente per eliminare il divario per il rispetto dei 2 ° C”.

L’impegno di singole città, regioni, imprese e il numero di attori partecipanti sono “in rapido aumento: più di 7000 città da 133 paesi e 245 regioni di 42 paesi, oltre a oltre 6.000 aziende con circa 36 mila miliardi di dollari di entrate, sono

impegnati in azioni di mitigazione. Gli impegni coprono grandi settori dell’economia e si stanno gradualmente espandendo. Molti degli attori sono coinvolti in particolare in  iniziative di cooperazione internazionale”. Numeri sembrano impressionanti ma che in realtà non rappresentano neppure  il 20% della popolazione mondiale. Molte delle più di 500.000 società quotate in borsa in tutto il mondo possono e devono ancora agire”.

Dal punto di vista finanziario – si legge nel rapporto –  nella prima metà del 2018 sono stati emesse obbligazioni verdi per oltre 74 miliardi di dollari, ma si tratta solo ma questo di una piccola parte dei mercati dei capitali in circolazione nel mondo”.

“Continuare invece con la tendenza attuale, dice ancora il rapporto, porterà probabilmente a un riscaldamento globale di circa 3 ° C entro la fine del secolo, con continui aumenti di temperatura a seguire”.

“Quando i governi adottano misure di politica fiscale per sovvenzionare alternative a basse emissioni e tassare i combustibili fossili, riescono a stimolare i giusti investimenti nel settore energetico e ridurre significativamente le emissioni di carbonio”, suggerisce Jian Liu, Chief Scientist dell’ONU. “Per fortuna, il potenziale dell’utilizzo della politica fiscale come incentivo è sempre più riconosciuto, con 51 iniziative di determinazione del prezzo del carbonio ora in atto o programmate, che coprono circa il 15% delle emissioni globali. Se tutti i sussidi per i combustibili fossili venissero eliminati gradualmente, le emissioni globali di carbonio potrebbero essere ridotte fino al 10% entro il 2030 (il che comunque sarebbe lontano dall’essere sufficiente ndr). Anche stabilire il giusto prezzo del carbonio è essenziale. Con un prezzo di 70 dollari per tonnellata di CO2 sono possibili riduzioni delle emissioni fino al 40%, in alcuni paesi“.

 Altro suggerimento è l’adozione di soluzioni innovative. Gli autori hanno delineato cinque principi chiave che dovrebbero essere considerati per accelerare l’innovazione a basse emissioni di carbonio, compresa la scalabilità commerciale di accettazione del rischio, l’allineamento economico globale, gli approcci orientati alla missione e un orizzonte a lungo termine per aumentare l’assorbimento finanziario.

Il rapporto sulle emissioni, nono pubblicato finora, è stato redatto da un team internazionale di scienziati che hanno valutato tante ricerche e studi scientifici disponibili, compresa quella pubblicata nel contesto della relazione speciale dell’IPCC.

 

 

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giornalista professionista, è direttore responsabile di Giornalisti nell'Erba, referente per la formazione dell'ufficio di presidenza FIMA (Federazione Italiana Media Ambientali) e membro Comitato Scientifico per CNES UNESCO Agenda 2030. Presidente de Il Refuso a.p.s.. In precedenza ha lavorato come giudiziarista per Paese Sera, La Gazzetta e L'Indipendente. Insieme a Gaetano Savatteri ha scritto Premiata ditta servizi segreti (Arbor, 1994). Collabora con La Stampa, per le pagine Tuttogreen.

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