Arriva direttamente dalle colonne del Guardian una notizia che ha a dir poco dell’incredibile. L’istituzione che decide cosa dobbiamo o non dobbiamo mangiare noi europei, l’EFSA, è accusata di aver copiato parte della sua valutazione sul glifosato dai documenti di un’altra valutazione: quella della Monsanto, il principale produttore della sostanza.
L’inchiesta del Guardian rivela che decine di pagine del documento risultano essere praticamente identiche a quelle scritte dal “Glyphosate Task Force”, organo aziendale della multinazionale USA.
Ma c’è di più. Perché le pagine copia-incolla sono proprio quelle dove si analizza il potenziale genotossico (mutazione delle cellule) e cancerogeno del glifosato.
“Non sono studi del Glyfosate Task Force. Sono piuttosto studi che fanno parte della pubblica letteratura scientifica sull’argomento”, prova intanto a difendersi EFSA per bocca di un suo portavoce.
Cresce, ora, la pressione sull’Europa, costretta proprio a decidere il destino del prodotto in terra comunitaria.

L’Europa deve decidere: la Francia dirà no
Approvato per la prima volta nel 2002, è dal 2015 che si continua a rinviare una nuova decisione che, però, non può essere più posticipata.
La Commissione Europea deve infatti decidere, entro e non oltre il dicembre di quest’anno (2017), se rinnovare o meno l’uso del pesticida su suolo europeo.
La decisione, dovrebbe arrivare ad inizio ottobre (probabilmente il 5), sarà presa su base maggioritaria: almeno 15 Stati su 28 devono dirsi favorevoli al rinnovo.
Nel frattempo filtrano le intenzioni francesi. Perché, dopo aver dichiarato di voler fermare le attività di esplorazione ed estrazione di gas e petrolio su territorio nazionale dall’anno 2040, la Francia sembra voler insistere sul fronte delle politiche ambientali. Qualche giorno fa, infatti, il ministro dell’Ecologia, Francois Hulot, ha espresso la volontà transalpina di dire no al rinnovo. È (forse) la Francia intenzionata a influenzare quei Paesi ancora indecisi?
Intanto, anche a migliaia di chilometri da noi, c’è chi inizia a prenderne le distanze. La California lo ha inserito nella lista dei prodotti cancerogeni: nelle etichette dovranno essere riportati gli avvertimenti per la salute.

Il glifosato: il prodotto numero 1 della Monsanto
È il principale componente del Roundup, il più importante prodotto del colosso dell’agromichimica USA, la Monsanto. Usato da più di quarant’anni, oggi il glifosato è presente in 130 Paesi e in più di 750 prodotti sul mercato. Ma perché l’uso di questo prodotto è esploso a livello globale?
Fondamentalmente per 2 motivi:
1) La possibilità di venderlo in accoppiata con gli OGM. In particolare parliamo di piante geneticamente modificate che insieme al Roundup hanno “offerto” la possibilità agli agricoltori di portare avanti la loro attività puntando sui 2 prodotti.
2) Nel 2000 è scaduto il diritto di brevetto posseduto dalla Monsanto. Questo ha consentito ad altre società, che hanno fiutato l’opportunità di business, di poter replicare le componenti del pesticida.
Si è così passati dalle circa 3 mila tonnellate prodotte nel 1974 alle oltre 825 mila del 2014. Per la Monsanto il giro d’affari ruota intorno agli 8,8 miliardi di dollari.

Scontro di valutazioni: cosa dice IARC e cosa dice EFSA
Sembrano due freddi acronimi, ma invece nascondono un’anima. È l’anima delle cose che mangiamo e di quello che quindi finisce sulle nostre tavole.
L’EFSA è l’Agenzia Europea che, come detto in precedenza, decide cosa possiamo o non possiamo mangiare noi europei, mentre lo IARC è un istituto indipendente dell’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) con il compito di individuare e catalogare le sostanze cancerogene. E sul glifosato hanno prodotto analisi contrastanti.
Perché, mentre nel rapporto stilato dallo IARC si legge che il glifosato è genotossico, cioè in grado di danneggiare il DNA, ed è cancerogeno per gli animali e probabilmente cancerogeno per gli esseri umani (è da questo momento che cresce l’attenzione mediatica su Monsanto), per la valutazione EFSA “il glifosato è improbabile che sia cancerogeno per esseri umani e animali“.
Inutile parlare della pioggia di polemiche che si è innescata nel momento in cui la valutazione effettuata da EFSA ha, difatti, contraddetto la precedente dello IARC.
Istituto dell’OMS che era già da tempo sotto pressione per le accuse targate Monsanto, come racconta proprio il direttore IARC Christopher Wild: “In passato siamo stati già attaccati e calunniati ma questa volta siamo al centro di un’offensiva senza precedenti per portata e durata”.
Monsanto, che da un’inchiesta effettuata dal quotidiano francese “Le Monde“, sembra abbia cercato di ostacolare non solo la libertà dello IARC – attraverso attività di lobby mirate alla revoca dei fondi statali – ma pure quella dei singoli ricercatori grazie al potere dei loro studi legali.

Principio di Precauzione
Si trovano tracce di glifosato ovunque. È nella pasta e nel pane, nelle bevande come la birra, e pure sulla frutta e la verdura. Qualche mese fa 14 donne gravide italiane sono risultate tutte positive al test sul glifosato. E lo stesso esito è toccato ai 49 parlamentari europei (provenienti da diversi Stati UE) che si sono sottoposti alle analisi lo scorso anno: il 100% era contaminato dal diserbante.
È facile pensare che se adesso, a 15 anni dall’approvazione, l’Europa dovesse fare marcia indietro bandendolo dalle nostre campagne si scatenerebbe la rivolta dei consumatori: “quindi per 15 anni ci avete fatto ingerire una sostanza pericolosa per la nostra salute? E ve ne accorgete ora?”, tra le papabili conclusioni.
Tuttavia è l’Europa stessa che dice di ispirarsi al Principio di Precauzione. Citato, infatti, nell’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ha lo scopo di garantire un “alto livello di protezione dell’ambiente grazie a delle prese di posizione preventive in caso di rischio per la salute umana, animale e vegetale“.
E quando si applica tale Principio? Si applica “quando vengono identificati potenziali effetti negativi sulla base dei dati scientifici disponibili e sul loro livello di incertezza“.
Alla luce di quanto emerge dalle diverse istituzioni, dalle attività condotte da Monsanto e da quanto si apprende ora dal Guardian, Europa: è forse il caso di applicarlo al glifosato?

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Laureato in Economia dell'Ambiente e dello Sviluppo. Houston, we have a problem: #climatechange! La sfida è massimizzare il benessere collettivo attraverso la via della sostenibilità in modo da garantire pari benefici tra generazioni presenti e future. Credo che la buona informazione sia la chiave in grado di aprire la porta del cambiamento. Passioni: molte, forse troppe.

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