La situazione mondiale sta diventando sempre più critica. Ad una sempre più diffusa crisi economica si unisce l’emergenza di trovare nuove strade per indirizzare l’economia globale verso un percorso comune che non preveda l’uso spregiudicato di risorse a discapito delle generazioni future.

Per risolvere questa situazione bisogna apportare un cambiamento radicale al nostro sistema economico concependo una nuova alternativa ecosostenibile.

Il solo modello economico che ci può salvare dal nero baratro dell’inquinamento e della recessione, risponde al nome di “Green Economy”.

Ma cos’è la green economy?

Un modello di sviluppo economico nel quale, programmando un’azione di mercato – oltre ai benefici di un determinato regime di produzione – si prende in considerazione anche l’impatto ambientale, ovvero i danni prodotti all’ecosistema, dal ciclo di trasformazione delle materie prime.

Questo a  partire dalla loro estrazione, passando per il trasporto, per la trasformazione ed i prodotti finiti, fino al possibile inquinamento derivato dal loro definitivo smaltimento, o eliminazione.

Le alternative del resto risulterebbero catastrofiche: a questo ritmo la Terra imploderebbe nel giro di un secolo, se non prima.

Il nostro Pianeta non può essere equiparato ad un articolo “usa e getta”: poiché sì, è vero, si può e si deve utilizzare per il nostro sostentamento, ma poi siamo sicuri che si possa gettare? E dopo averlo “cestinato” cosa faremo?.

Il  fondamento su cui si basa questo modello ha il nome di  “Sviluppo Sostenibile” concetto  molto semplice, che coincide, con un modus vivendi in grado di garantire welfare e sviluppo senza avere ripercussioni, anche a lungo termine, sull’ambiente. Questo per fare in modo che le generazioni future possano soddisfare adeguatamente i propri bisogni.

Al giorno d’oggi infatti, prevalentemente nei paesi in via di sviluppo, (i quali pensano erroneamente così di progredire e sconfiggere la crisi), si va creando un ideale economico basato sullo sfruttamento non controllato delle risorse ambientali, che, in questo modo, diventano inutilizzabili per i nostri figli.

A questo si aggiunge il rischio di procurare danni permanenti all’ambiente: come l’inquinamento dovuto a scorie deleterie per l’ambiente o, peggio ancora radioattive, la scomparsa delle risorse primarie, ma anche l’aumento della temperatura climatica (che può in alcuni casi portare alla desertificazione)

Un esempio è il fenomeno della caccia alle balene azzurre, la più grande creatura al mondo. Prima dell’inizio di una pesca incontrollata,  erano presenti, si stima, 220.000 esemplari nell’emisfero australe, e 8.000 in quello boreale; oggi si parla rispettivamente di 11.000 e 3.000. Allo stato attuale, nonostante l’intervento dei governi, si continua, di frodo, a sfruttare queste creature, che ormai sono a rischio estinzione. Questa scelta, ovvero un episodio di stupidità e ignoranza collettiva legata alla logica del guadagno (utilizzare una risorsa senza pensare al suo rinnovamento), è anche fallimentare dal punto di vista finanziario.

Se si fosse pescato responsabilmente, si sarebbe potuto continuare questa attività senza nessun problema per l’ambiente. Invece questo mercato che arricchiva  diverse nazioni sta andando in crisi per la mancanza di esemplari, che ora sono a rischio di estinzione.

Tornando alla Green Economy, il settore che si occupa delle nuove industrie eco sostenibili, vuoi per gli incentivi, vuoi per l’originalità dell’idee, vive un periodo di grande egemonia.

LA RIVOLUZIONE VERDE

In epoca moderna, quasi tutti i radicali miglioramenti (mai omogenei) delle condizioni di vita furono dovuti all’introduzione di nuove fonti energetiche: le due rivoluzioni industriali infatti,  quella del  ‘700 e quella del‘ 900 si sono si sono basate sull’uso di combustibili naturali, rispettivamente il carbone ed il petrolio.

E’ quindi fondamentale  USARE LE ENERGIE  RINNOVABILI AD IMPATTO ZERO PER FAR NASCERE UNA NUOVA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, capace di garantire sviluppo, avendo allo stesso tempo il minimo impatto possibile sull’ambiente anche considerando il fatto  che le riserve di carbone, gas e petrolio si esauriranno nel giro di qualche decennio.

E’ quindi fondamentale REINVENTARSI un nuovo mercato: questo anche perché la lotta per il  petrolio è solo agli inizi, e non bisogna permettere che fra qualche decennio la popolazione mondiale ricorra alle armi per accaparrarsi l’ultima goccia di petrolio o l’ultimo millimetro cubo di gas: come spiegheremo ai nostri figli tale distruzione solo per avere qualche auto e smartphone in più?

I DUE MODELLI A CONFRONTO:

Da una parte abbiamo un’industria che, utilizzando combustibili fossili, emette Co2, e\o altri tipi di inquinanti, dall’altra invece troviamo un’azienda che trae la sua energia da fonti rinnovabili: calore del sole, (pannelli solari), la forza del vento, (pale eoliche), calore della terra (energia geotermica)e così via.

Cercare di diminuire le emissioni di gas serra ed l’inquinamento in generale, crea sviluppo in quanto permette di produrre con un energia a basso costo e soprattutto pulita, senza rappresentare un rischio per il benessere del nostro ecosistema.

LA BASE ODIERNA DELLA NOSTRA ECONOMIA E’ IL SISTEMA PRODUTTIVO QUINDI L’INDUSTRIA ED E’ PROPRIO DA QUESTA CHE TUTTO DEVE INIZIARE

Una riflessione sull’industria green:

Possiamo affermare che il settore collegato alle innovazioni ecologiche è in rapida ascesa, ma non possiamo dire altrettanto della sua autonomia: questo mercato sta attraversando un periodo di egemonia anche grazie agli incentivi: una politica di incoraggiamento che, soprattutto in Italia, ma anche in altri paesi, (soprattutto nell’aria UE), è stata adottata per avviare un cambiamento ecosostenibile, mirato allo sviluppo.

Ciò ha apportato dei benefici (l’Italia è il primo paese per il numero di installazioni dii pannelli solari), ma anche dei problemi.

La convenienza dell’investimento su questo settore si basa per ora sugli incentivi del governo, fenomeno molto “rischioso” perché è impossibile concepire una reale crescita del settore se la logica è quella di un investimento reso remunerativo dall’incentivo e non da un profitto originato dalla differenza fra ricavo e spesa.

E’ altresì impossibile immaginare che i governi possano garantire incentivi all’infinito.  Il mercato inoltre  deve evitare gli incentivi perché deve essere competitivo in modo da fare sempre più ricerca per migliorare di continuo il prodotto

Un esempio del fatto che il settore economico-ecologico non ha raggiunto una sua piena autonomia si riscontra in quello che è successo in Sicilia nel settore delle aziende agricole biologiche dove al tempo degli incentivi se ne censivano 50.000: Oggi, terminate le agevolazioni, se ne censiscono soltanto 10.000-15.000.

Non bisogna inoltre dimenticare che gli incentivi in questione hanno anche attirato gli interessi della malavita organizzata, che soprattutto al sud li sfrutta per trarre guadagno, in maniera illecita, senza apportare reali benefici all’ambiente e all’economia.

Al di la della mafia, questo problema non può e non deve bloccare lo sviluppo ecosostenibile: la soluzione si trova in due parole: BUSINESS e RICERCA. Il primo deve basarsi sul secondo.

La ricetta vincente è quindi un’ azienda che si affidi alle fonti rinnovabili, dalle enormi potenzialità, investendo però anche nella ricerca per essere competitiva in ambito internazionale e a lungo termine.

Questo per migliorare la produttività e per limitare al più possibile l’impatto sull’ambiente. Infatti solo con la ricerca possiamo arrivare, ad esempio, a pannelli fotovoltaici  più efficienti, ovvero capaci di produrre più energia ad un costo di installazione minore. Il tempo ci ha dimostrato che ciò è possibile: infatti non solo i pannelli solari, ma anche il resto delle fonti energetiche alternative stanno migliorando sempre di più grazie alla ricerca, questa sì e giustamente finanziata con fondi destinati all’innovazione.

Un esempio:

Immaginate una azienda che si affidi a una generazione di pannelli fotovoltaici “X”. Ciò in un primo tempo le permette di usufruire di energia pulita e a basso costo (se non si tiene conto del prezzo dell’impianto). Ma quando quella tecnologia verrà superata e altre industrie  investiranno su nuovi pannelli più efficienti , se l’azienda in questione non farà lo stesso, andrà presto in crisi perché obbligata a lavorare con una minor di quantità di energia (rispetto alle altre imprese) ma ad un costo maggiore.

LO SVILUPPPO:

La parola chiave è progredire: solo così un giorno si potrà immaginare un’ economia realmente rispettosa dell’ambiente ed aliena alla degenerazione del pianeta, ma anche altresì capace di creare più posti di lavoro. Si, proprio così, l’Economia Green può servire anche a questo: come conferma Peter Poschen dell’International Labour Organization nel “Programma dell’ILO sui Green Job”, dove si legge che nei prossimi venti anni  si stima verranno creati dai 15 ai 60 milioni di posti di lavoro legati alla Economia Verde. Ma per ora non se ne vedono.

UNA SERIE DI CONCEZIONI ERRATE:

Un altro dei problemi che blocca il mercato verde , in Italia, ma anche in altre realtà – ed è in un certo senso collegato alla questione dei posti di lavoro – è il fatto che mancano le figure professionali di riferimento:  oggi si tende, per una questione di spesa,  ad affidare tutti o quasi gli aspetti di un progetto d’impresa (quali responsabile tecnico, commerciale, marketing ecc.) ad una sola persona che in quanto tale non può avere una conoscenza realmente approfondita in più campi e quindi non è in grado di svolgere un lavoro realmente produttivo

L’economia ecosostenibile è anche ostacolata da quegli imprenditori mossi esclusivamente dalla logica del guadagno a cui non interessa che l’uso di fonti rinnovabili possa creare più opportunità e fonti di lavoro. Essi infatti si pongono esclusivamente il problema che una politica green riduca i guadagni nell’immediato a causa degli alti costi di installazione di impianto delle fonti energetiche alternative.

L’unico loro interesse  è il profitto secondo una logica che può essere definita rozza ed obsoleta. Tuttavia esiste anche un’altra categoria di persone che si affidano all’ecologia per trarne un “infruttuoso profitto personale”.

Anche in politica infatti si sente parlare sempre maggiormente dell’ecologia. Ma al momento dell’agire non viene minimamente considerata,  viene solo utilizzata come mezzo di convincimento delle masse nelle campagne elettorali: una sorta di “captatio benevolentiae” per dare un volto più pulito alla propria attività politica. Per questi motivi abbiamo anche politici che propongono piani megalomani (in pieno stile italiano) destinati al fallimento: vuoi per la mancanza di denaro, vuoi per aver commesso inesattezze nell’analisi della reale situazione.

Ma vi sono altri fattori che possono caratterizzare un sostanziale fallimento di una politica green: ne è una prova il crack dal punto di vista ecologico del governo Obama negli U.S.A. Il presidente statunitense aveva infatti dichiarato che la Green Economy sarebbe stata uno dei principali driver della sua politica.

L’inquilino della Casa Bianca non si è però curato di mantenere la continuità fra industrie vecchie (inquinanti) e nuove (ecologiche), minando così la fattibilità del piano stesso E tutto ciò prima di una grande crisi.

L’errore di fondo è stato proprio quello di voler subito scardinare  il vecchio sistema economico: scelta errata perché il cambiamento non può essere immediato, dato che il popolo (nord) americano non può improvvisamente girare le spalle  ad una concezione di impresa che ha sostenuto  per secoli.

Per attuare una rivoluzione verde, che grazie a tecnologie non ostili all’ambiente consenta di diminuire il costo dell’energia, aumentare i posti di lavoro, e soprattutto far crollare l’impatto ambientale, bisogna prima di tutto creare un piano di transizione che permetta di creare una continuità fra vecchio è nuovo, dove “l’antico” aiuti il “moderno” nel suo sviluppo.

Questo perché una Evoluzione Verde, oltre ad essere necessaria ai fini della sopravvivenza dell’ambiente, risolverebbe agevolmente molte problematiche.

Infatti, grazie alla ricerca, si potrebbe costruire un modello economico autosufficiente e  capace di garantire maggior benessere ed equità sociale. Al tempo stesso sarebbe anche possibile  uscire dalla crisi con la creazione di nuove opportunità di lavoro.

Il fenomeno deve senza dubbio iniziare dal basso: si ha la necessità di avere nuovi manager che avvertano realmente le problematiche legate all’inquinamento, e che diano nel loro agire un’ impronta ecosostenibile alla loro impresa.

AGRICOLTURA  E MIGLIORAMENTO

Un altro argomento fondamentale nell’ambito di crescita e sviluppo è l’agricoltura. Una sana e produttiva politica agricola è indispensabile per progredire.

La questione:

Uno dei grandi problemi che affligge i coltivatori, oltre ai ben noti legati all’inquinamento, come la desertificazione,  e l’inquinamento delle falde acquifere, è sicuramente il problema che le coltivazioni sono soggette a malattie e fenomeni atmosferici che possono compromettere il raccolto e portare alla fame milioni di persone. Per ovviare si usano dei prodotti chimici, che a lungo andare diventano nocivi.

Nonostante ciò l’obbiettivo è di nutrire  9 miliardi di persone entro il 2050 resta, e non si possono usare veleni all’infinito per perseguirlo. Nel documento noto come L’ IAASTD ovvero l’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development , è portata a termine un’analisi complessiva dello stato dell’agricoltura, redatta da oltre 400 scienziati e conclusa sotto l’auspicio delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale.

Questo documento afferma che gli attuali modelli di produzione agricola non sono più un’opzione praticabile. I problemi dell’attuale economia ortofrutticola possono essere ben inquadrati in quest’ottica, ovvero che l’economia agricola di tipo intensivo, e basata su un forte sostegno della chimica, è una delle cause dei cambiamenti climatici, poiché si stima direttamente responsabile di circa il 14% delle emissioni di gas serra a livello globale.

Si ha però un ulteriore 30% di emissioni, attraverso la conversione delle foreste in terre coltivabili, la produzione di fertilizzanti e il trasporto e la trasformazione degli alimenti.

Vi sono due principali vie di pensiero su come uscire da questa crisi: la prima consiste nell’utilizzo di una agricoltura ecosostenibile e naturale, mentre la seconda sul fatidico uso degli (a volte tanto) odiati OGM, (ovvero piante il cui patrimonio genetico viene alterato per migliorarne soprattutto la resistenza e la produttività). I punti fondamentali del primo modello possono essere individuati nel rapporto “Agricoltura al bivio” , presentato dall’associazione non governativa “Greenpeace” al Summit mondiale sulla Sicurezza Alimentare presso la FAO del 2009. I punti principali del programma sono 13:

1. Il cibo prima di tutto.

2. L’agricoltura su piccola scala è la chiave per la sicurezza alimentare.

3. Le donne fanno la differenza.

4. Sostituire le monoculture con la diversità.

5. Stabilire politiche agricole che sostengano e rafforzino le molteplici funzioni ecologiche dell’agricoltura.

6. Uscire dal giogo dei pesticidi!

7. Minimizzare la dipendenza dai combustibili fossili.

8. Coltivare e produrre cibo il più vicino possibile a chi lo consuma.

9. Ridurre e ottimizzare produzione e consumo di carne.

10. Ridurre lo spreco di cibo e prodotti agricoli in ogni fase della produzione, della trasformazione e della distribuzione.

11. Ripensare e migliorare il modo in cui la bio-energia viene prodotta.

12. Più alberi!

13. Adattare il commercio globale alle sfide che ci attendono.

14. È fondamentale condividere il sapere per sopravvivere!

15. Proseguire lo scambio di sapere e prospettive a livello globale.

Da questo si vede quanto Greenpeace, sia radicalmente contraria all’uso degli OGM, vuoi per gli allarmismi che si sono fatti nel corso del tempo, oppure  per la troppa impulsività del nostro sistema economico.( da cui sicuramente vorrebbe maggiori studi sull’effetto di queste nuove tecnologie). Si teme inoltre anche per la biodiversità, che consistendo in quello che fa più comodo a noi, andrebbe ad eliminare le altre coltivazioni.

Modificare il patrimonio genetico è quindi una scelta che come fanno notare molti potrebbe portare, se non studiata attentamente, a gravi conseguenze per  il nostro sistema biologico.

Sul sito della FAO, (The Food and Agriculture Organization of the United Nations) possiamo invece trovare un chiaro e semplice esempio di un uso produttivo di questa tecnologia.

Introduzione:

“Se nella risoluzione dei problemi si presta ascolto tanto alla scienza moderna quanto alla cultura tradizionale si possono ottenere risultati straordinari e durevoli. Si prenda come esempio il caso dell’oca, un tubero tradizionale che rappresenta un alimento di base per 10 milioni di persone residenti nelle Ande.

Fatto:

Negli anni ‘80, grazie alla biotecnologia (ossia, nella fattispecie, alla tecnica della coltura in vitro dei meristemi) e ad una modesta borsa di studio, un laureato dell’Università Statale San Marcos di Lima, in Perù, decise di studiare il modo per eliminare un virus congenito della pianta che comprometteva la produttività delle coltivazioni. Lo studente prelevò un pezzo di meristema, il tessuto indifferenziato delle piante costituito da cellule in grado di moltiplicarsi, e riprodusse un esemplare di pianta completamente privo del virus. La produzione raddoppiò. I passi successivi furono tanto importanti quanto la stessa scoperta scientifica.

Anziché cercare di vendere la sua varietà di “super-oca” agli agricoltori poveri stanziati nelle Ande, il ricercatore si mise a riflettere sulla natura e sugli impieghi dell’oca nel suo contesto culturale. Egli era riuscito a debellare il virus da una varietà, ma ciascuna zona agroecologica possedeva una sua varietà, adattata e selezionata nell’arco di millenni perché potesse crescere all’altitudine, con il clima e sul suolo di quella specifica località, sviluppando inoltre una resistenza alle malattie e ai parassiti locali. Per di più, ciascuna varietà si armonizzava perfettamente con le esigenze e il gusto della comunità che provvedeva alla sua coltivazione. Un’unica varietà di “super-oca”, quindi, non avrebbe potuto attecchire ovunque.

La saggia soluzione del ricercatore fu quella di raccogliere diverse varietà di oca da varie zone, di realizzare versioni prive di virus in laboratorio e di restituire ciascuna varietà alla zona d’origine. Poiché il raccolto non veniva in genere venduto, ma serviva per il sostentamento degli agricoltori e delle loro famiglie o veniva utilizzato come mezzo di scambio con gli abitanti delle zone limitrofe, questa strategia si rivelò un metodo mirato e poco costoso per ridurre la povertà e migliorare la sicurezza alimentare.”

(fonte: http://www.fao.org/docrep/008/a0015i/a0015i04.htm)

La questione è però più complessa:  di fronte ad un giovane scienziato che col suo lavora aiuta, senza il rigido e prefissato scopo del guadagno, il progredire dell’agricoltura in quei luoghi, possiamo trovare altresì  delle multinazionali che, producendo allo stesso tempo semenze OGM, le rendono anche sterili cosicché i produttori devono di anno in anno ricomprare le semenze. Questo mondo è complicato e racchiude in se molti dubbi, quasi tutti legati alla sfiducia nei confronti di chi, per guadagnare nell’immediato, vende un prodotto OGM che nel futuro, perché non adeguatamente studiato e testato, potrebbe portare a conseguenze catastrofiche. In sintesi bisogna, da una parte assicurarci, che queste nuove tecniche di produzione siano realmente sicure, e, una volta appurato ciò, bisogna combattere, con l’informazione la negativa idea che la gente si è fatta di questi prodotti.

Su questa tematica si allinea Tonino, un allevatore di ovini sulle montagne di Magliano de Marsi (AQ). In uno scenario maestoso dominato dal Monte Velino il suo discorso è quasi ieratico:

“Oggi fanno tutte storie con gli OGM, ma noi allevatori le modifiche genetiche le abbiamo sempre fatte. Dice la Bibbia (Genesi 27-43) che quando il pastore Giacobbe lavorava per il suocero Labano, il suo salario erano i capi di bestiame  macchiati. Allora fece in modo di avere più bestiame macchiato mettendo dei particolari legni scortecciati negli abbeveratoi al momento della riproduzione.  La stessa cosa è stata fatta per i muli che non esistono in natura ma solo negli allevamenti. Migliorare la riproduzione del nostro bestiame con tanti tentativi alla buona o farlo con la scienza, più velocemente e con meno spreco sarebbe meglio”.

Ribadisce un agricoltore, Giuseppe, proprietario di una azienda agricola sulla Piana del Fucino, in Abruzzo:

“I concimi e le sostanze per curare le piante li abbiamo sempre usati e quelli cosiddetti  antichi non erano certo biologici perché alcuni contenevano arsenico e piombo. Ci devono dare direttive chiare e prodotti non pericolosi per noi e per la terra oppure dobbiamo ricorrere alla modifica genetica per avere piante più robuste.

E poi, sono decenni che si mangiano mele, pesche e albicocche provenienti da alberi bassi cioè modificati geneticamente nell’altezza e patate irradiate per non farle cicciare dopo pochi mesi dal raccolto e non mi pare che ci sia una qualche epidemia mortale tra chi li mangia o sia nato qualche bambino con due teste e tre gambe per colpa di questo.

Preleviamo l’acqua dall’Inghiottitoio del vecchio Lago e dobbiamo fare i conti con la stagione, se ha nevicato abbastanza o no. L’unica cosa che abbiamo fatto  per non sprecare acqua è stata quella di fare impianti a goccia anziché a pioggia ma in certe annate soffriamo veramente la siccità e comunque l’impianto di irrigazione mangia elettricità. Certo, sarebbe diverso se avessimo piante più resistenti alla siccità”

CONCLUSIONI:

In sintesi come già affermato la parola d’ordine è PROGREDIRE grazie alla ricerca, e soprattutto, come ribadito da Greenpeace, condividere le conoscenze: perché la terra è un bene di tutti, e quindi il suo sconsiderato utilizzo un male per tutti. Perciò auguriamoci di assistere in tempi brevi  al concepimento di nuove politiche agricole ed economiche capaci di farci uscire dalla crisi e dall’inquinamento.

Tutto ciò è possibile, serve informazione, e come tutte le cose, lo stimolo deve partire dal basso. Per questo ritengo che i temi qua citati siano fondamentali nella cultura di un buon cittadino affinché capisca quale sia il modo migliore per amare e rispettare la nostra Terra.

Per far si che questo non rappresenti solo “un lavoro chiuso” sto ultimando un sito, “thegreenrevolution.eu” in modo che sempre più persone possano avere una conoscenza di base di queste problematiche, e iniziare a imprimere  così, un piccolo ma diffuso cambiamento che permetta di passare ad un radicale ripensamento del nostro sistema economico. E’ assolutamente irresponsabile continuare a distruggere  la Terra per produrre irresponsabilmente qualche elettrodomestico e computer in più.

La Rivoluzione Green è qualcosa di fattibile che deve coniugare  la tecnologia con la buona volontà di tutti.

Il nostro pianeta ha potenzialità straordinarie, noi abbiamo potenzialità straordinarie, quindi  sta a noi sfruttarle responsabilmente, e rispettare l’ambiente per consegnarlo integro nelle mani dei nostri figli.

La Rivoluzione verde è l’unico cambiamento possibile.

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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