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Il 3 aprile all’Università Tor Vergata di Roma si è svolto il quarto incontro del ciclo SI FA PRESTO A DIRE GREEN  dal titolo ‘Può una multinazionale essere green?. Il workshop è iniziato con una tavola rotonda: Paola Bolaffio,  direttore di Giornalisti Nell’Erba,  Roberto Giovannini, responsabile Tuttogreen de La Stampa, Sergio Ferraris, direttore di QualEnergia, Roberta Ragni, caporedattore di GreenBiz, Matteo Iegri manager marketing della Unilever e il sottoscritto hanno introdotto ed approfondito il tema proposto.

Come hanno confermato Giovannini, portando l’esempio della compagnia Rio Tinto, il terzo gruppo multinazionale al mondo che si occupa di ricerca, estrazione e lavorazione di risorse minerarie, e Ragni di GreenBiz, che ha parlato delle certificazioni degli enti terzi non sempre sostenibili,  la pessima fama delle multinazionali è purtroppo spesso meritata: basta pensare allo scandalo dello sfruttamento del lavoro minorile della Nike, all’inquinamento causato da aziende petrolifere come Exxon e Chevron, alla Monsanto, che per tutelare la propria produzione di OGM è riuscita a farsi firmare da Obama il ProtectionAct che sospende l’indicazione della provenienza OGM sulle etichette, o alla Syngenta i cui pesticidi nicotinoidi, stando alle denunce di Greenpeace e di altre associazioni ambientaliste, stanno uccidendo le api in tutto il mondo. Eppure alcune multinazionali, come ha dichiarato Iegri della Unilever, stanno puntando su di un approccio di rispetto sociale ed ambientale grazie a un  ‘sustainable living plan’  e  collaborazioni con enti di beneficienza come quella tra Algida e Save the Children.

La recente scelta di un maggior impegno ambientale di alcune multinazionali può essere un segnale di semplice greenwashing, ovvero un’operazione di facciata intrapresa per promuovere i propri prodotti senza un reale impegno ecologico, che anzi talvolta nasconde sistemi di produzione molto inquinanti, oppure un segnale che potremmo definire ‘greencashing’, ovvero l’inizio di una trasformazione realmente verde quando ci si rende conto che la protezione dell’ambiente è indispensabile anche per  poter mantenere i propri profitti.

Perché le multinazionali hanno improvvisamente abbracciato l’idea che il cambiamento climatico, ormai a livelli insostenibili, come conferma l’ultimo rapporto dell’IPCC, Intergovernamental Panel on ClimateChange, del 31 marzo 2014 (http://ipcc.ch/pdf/ar5/pr_wg2/140330_pr_wgII_spm_en.pdf), finalmente riguarda anche  loro? Gli esempi di quanto è successo alla Coca Cola e alla Nike possono aiutarci a capire, infatti entrambi questi giganti commerciali hanno sperimentato in prima persona le spiacevoli conseguenze climatiche dovute a disinteresse per l’ambiente:  la Coca  Cola  si è vista annullare la licenza per utilizzare l’acqua necessaria alla produzione della sua bevanda in India in seguito a una grave siccità, lo stesso problema ha fatto aumentare molto il costo del cotone, materia prima fondamentale per la Nike che ha anche perso una fabbrica in Tailandia, in seguito ad un’inondazione (fonte New York Times 23/01/2014).

Le ragioni delle trasformazioni, più o meno genuinamente green,  intraprese sono di diverso tipo: come ha fatto notare Ferraris, ad esempio una certa la tendenza a ridurre l’impatto del trasporto e della produzione ha portato le multinazionali a preferire l’acquisto di  materia prima e  produzione locali; è dovuto a ‘greencashing’, ad effetti ecologicamente positivi di una azione di risparmio.

L’approccio‘greencashing’ è necessario anche per il fatto che i consumatori sono più informati e più sensibili alle conseguenze di consumi eccessivi sull’ambiente: infatti, come dimostra un’indagine della Nielsen (agosto 2013), il 50% di essi pagherebbe di più per un prodotto green e il 43% lo ha già fatto. Se ne sono dovute rendere conto la Nestlè, la Coca Cola e la Pepsi quando hanno visto una riduzione nelle vendite delle loro acque minerali ed hanno deciso di produrre le loro bottiglie con  materiali più green (fonte Forbes 30/01/2014).

Come precisato da Giovannini, il controllo che giornalisti e associazioni ambientaliste possono esercitare sulle multinazionali è un altro importante fattore che costringe le grandi aziende commerciali a stare attente al proprio operato e a fare proposte più green, come è successo per esempio al gruppo Leroy Merlin che, dopo numerose critiche, ora usa pannelli fotovoltaici e trasporta di più su ferrovia.

A proposito di greencashing, greenwashing e correttezza dell’informazione, Giovannini ci racconta di quella volta che si è trovato ad occuparsi giornalisticamente di un progetto della Syngenta su fasce di essenze vegetali in grado di richiamare e far prosperare le api. Nel leggere il comunicato, la notizia è sembrata “vicina” al greenwashing. Cosa fare in questi casi? “Il mio giornale ha riportato correttamente la notizia di un progetto che sembrava valido, senza omettere di illustrare le attività di Syngenta con OGM e pesticidi”. Perché, continua Giovannini, “sta sempre a noi giornalisti discriminare tra notizie e greenwashing, facendo uno sforzo aggiuntivo per informare in modo corretto i lettori e cercando di sfuggire ad eventuali trappole”.

Un’altra ragione importante per le azioni di ‘greencashing’ delle multinazionali, secondo Forbes, è che gli investitori preferiscono le aziende che inquinano meno perché mettono al riparo da costi futuri dovuti a leggi più severe per la protezione dell’ambiente  (fonte Forbes 12/06/2011).

Purtroppo il ‘greencashing’ non è applicabile a tutte le multinazionali: per Giovannini vi sono alcune aziende che non hanno la possibilità di diventare sostenibili se non chiudendo la loro attività, ed è molto improbabile che lo facciano.

Le multinazionali  creano però anche un altro gravissimo problema: essendo così ricche, a volte più degli stessi paesi in cui operano, sono anche così potenti da poter addirittura impedire ai governi delle varie nazioni di proteggere i propri cittadini: casi come quello della Philip Morris e della Ely Lilly fanno riflettere.

La Philip Morris ha chiesto un risarcimento miliardario al governo Australiano, che è stato il primo al mondo a proteggere i suoi cittadini dai rischi  mortali del fumo  tramite la cancellazione dai pacchetti delle sigarette di tutti i loghi delle multinazionali del tabacco lasciando solo il loro nome su uno sfondo verde sotto ad  immagini di persone malate di cancro, mentre la Eli Lilly  ha chiesto un risarcimento di 500.000 $ al governo canadese per aver sospeso il brevetto di un suo farmaco, che dovrebbe curare la sindrome di iperattività nei bambini ma è stato testato, secondo la Suprema Corte, solo su 22 pazienti.

Un caso particolarmente grave, secondo Giovannini, è quello delle multinazionali dei farmaci che hanno denunciato stati come il Sud Africa e l’India quando questi paesi hanno iniziato a produrre farmaci generici per l’AIDS: il giornalista de La Stampa ritiene però che stati e cittadini abbiano i mezzi per difendersi.

A tal proposito, sebbene alcuni trattati possano essere utili ai paesi che li sottoscrivono, perché, come sostiene Giovannini, aiutano a proteggere le vendite dei prodotti delle nazioni firmatarie dall’invasione di quelli di altre nazioni, forse anche meno controllati, io ho dei forti timori sulle conseguenza dell’entrata in vigore del TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership che fa di UE e NAFTA un mercato unico per le multinazionali, e non sono il solo ad essere preoccupato: tale accordo riprodurrebbe in Europa tutti i meccanismi previsti TTP, il Trans Pacific Partnership, un trattato che moltissimi senatori e parlamentari di vari governi hanno chiesto venga reso pubblico per esaminarne gli obblighi per gli stati firmatari prima che diventi definitivo (http://www.tppmpsfortransparency.org/). Ufficialmente il TTIP dovrebbe creare posti di lavoro, ma vi è il rischio che le multinazionali possano imporre la propria volontà ai governi firmatari minacciando la democrazia e chiedendo indennizzi esorbitanti: il fatto che il testo stesso del  trattato non sia consultabile non è certo rassicurante.

Visto che al workshop di Giornalisti Nell’Erba sulla greenicità delle multinazionali è presente la Unilever, colgo l’occasione che chiedere qualcosa a proposito della dichiarazione di utilizzo di OGM nei prodotti alimentari.

La vostra è stata la prima azienda al mondo ad adoperare e a dichiarare sull’etichetta l’uso di soia OGM nella sua linea di piatti semi-pronti Batchelors Beanfeast. Considerata sia la recente entrata in vigore del  Monsanto Protection Act che la semina di Mais 810 della Monsanto anche in Italia – decisione che ha già causato boicottaggi alle aziende che lo hanno piantato – cosa ha intenzione di  fare l’Unilever per garantire oggi al consumatore che i suoi ingredienti escludano prodotti OGM i cui effetti sulla salute non sono ancora noti?

Mi risponde Ugo De Giovanni, team leader del sustainable living plan della multinazionale:

Molti ingredienti sono prodotti utilizzando organismi geneticamente modificati (OGM) e questo avviene senza alcun rischio e/o problema  – mi risponde – Dalla loro introduzione nel 1996, l’utilizzo degli OGM è stato ampiamente adottato per migliorare la resa e la qualità dei raccolti delle materie prime agricole, aumentando la resistenza a malattie e a condizionali ambientali sfavorevoli.

In un contesto globale in cui la domanda di cibo continua a crescere, è necessario utilizzare nuove tecnologie per garantire la soddisfazione di questa domanda.

Ad oggi, molte delle principali coltivazioni al mondo come la soia, il mais ed il riso sono geneticamente modificate. Questo è vero, ad esempio, per più del  75% della produzione mondiale di soia.

Unilever supporta l’uso responsabile delle biotecnologie poiché ha già portato importanti benefici e può svolgere un ruolo fondamentale nel miglioramento della sostenibilità dell’approvvigionamento mondiale di materie prime alimentati.

Ogni società Unilever è libera di utilizzare ingredienti geneticamente modificati, purché siano approvati dalle autorità competenti e rispettino i nostri standard qualitativi e di accettabilità”.

Tornando a risparmio e greenicità, Giovannini ha affermato di essere d’accordo con me in merito alla genialità di un’idea di alcuni scienziati inglesi di fare una ricerca per dare un valore economico ai servizi naturali come, per esempio,  l’impollinazione, che nella sola Inghilterra vale 500 milioni di euro, (http://www.giornalistinellerba.org/quanto-vale-il-tuo-panorama/) per stimolare a un maggior rispetto dell’ambiente: il risparmio è una arma convincente su chi ha a cuore i propri profitti!

L’informazione ha un dovere che non può mai dimenticare:  deve essere sempre attenta e pronta ad aiutare i consumatori a distinguere tra iniziative di greencashing, o promozione di immagine cui corrispondano azioni realmente green, anche se determinate dalla necessità di difendere i propri profitti, e di greenwashing, o finta promozione  di immagine: non sarebbe una cattiva idea stabilire dei criteri per calcolare il livello di greenicità di ogni prodotto in modo da poter acquistare consapevolmente e spingere le multinazionali in una competizione utilissima per tutte le creature di questa terra, inclusa la più dannosa e sconsiderata di tutte, ovvero l’uomo.

 

Eric Barbizzi

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