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Basta produrre green per essere green? È questo il tema che è stato affrontato nel secondo workshop allestito da giornalisti nell’erba per focalizzarci e interpretare al meglio il concetto di “greenicità”.
È evidente che più volte durante la giornata è stata sottolineata l’importanza di adottare comportamenti finalizzati alla salvaguardia dell’ambiente e di condividere le innovazioni sostenibili provenienti da ogni campo della scienza.
Spesso però, abbiamo capito, se ci si ingegna solamente per produrre nuovi mezzi che permettono l’utilizzo di “elementi” green, si tralasciano conseguenze che potrebbero investire l’ambito sociale ed economico. Per conoscere proprio quest’altro aspetto che in parte risponde alla nostra domanda principale (Basta produrre green per essere green?) abbiamo intervistato Daniela Riganelli, consulente di Novamont, agenzia chimica italiana che si occupa del settore delle bioplastiche.
Per l’appunto, le ho chiesto se a volte l’aumento dei prezzi di alcuni prodotti e il cambiamento di alcune abitudini della società è dovuto anche ad un’evoluzione ecologica, prendendo come riferimento i bio-shopper, i sacchetti biodegradabili, di cui la dottoressa si è occupata e che, si pensava, fossero la causa dell’aumento del prezzo dei cereali, poiché implicano l’uso del mais, e il conseguente rincaro del costo del petrolio per il trasporto negli Stati Uniti.
La dottoressa Riganelli, nel risponderci, ha riportato le principali analisi di mercato relative al picco dei prezzi dei prodotti agricoli di base del 2007, riconducibile a ben altri fattori che non comprendono l’utilizzo di biomasse per scopi industriali. Le cause principali sono state l’aumento dei prezzi del petrolio con il conseguente aumento dei costi della produzione di cereali, dei fertilizzanti, quindi dei costi di stoccaggio, trasporto e distribuzione della produzione agricola; la domanda crescente in India e Cina; il cambiamento del regime alimentare nei paesi emergenti (maggior consumo di carne) e soprattutto l’interesse speculativo dei mercati, e infine gli scarsi raccolti in alcuni Paesi (Australia).
Le abbiamo chiesto cosa ne pensa delle tensioni economiche e sociali globali legate all’utilizzo dei campi per coltivare materie prime rinnovabili usate dall’industria che potrebbero essere sfruttati per la produzione di generi alimentari e mangimi. La consulente di Novamont  ancora una volta ci ha risposto con alcuni dati: la coltivazione di mais per le bio-shopper, per esempio, richiede solo lo 0,06% del terreno agricolo europeo totale.

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