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E se fosse Bloch a possedere quella che Heidegger chiamava “essenza della verità”, quel concetto tanto meditato da Kant, quel tassello mancante, quell’ultimo numero, quella chiave che apre la mente umana e rivela ciò che l’apparenza nasconde e ciò chela bocca omette? Bloch comprende quanto sia grande l’insoddisfazione umana, tanto da portare l’uomo stesso a stancarsi del bene che la natura gli ha offerto, tanto da cercare qualcosa di meglio con la conseguenza di distruggere ciò che di bello aveva, tanto da doversi infine accontentare della distruzione che le sue stesse mani insoddisfatte hanno generato.

Analogia azzardata la mia, ma a mio avviso completa. Racchiude perfettamente quel ciclo umano che finisce per concludersi con il degrado, con l’amaro in bocca, e con l’annichilimento più totale di anima, corpo e in questo caso ambiente! Un annichilimento che da anni ormai si cerca di superare, e che in parte si cerca di nascondere, vuoi per comodità, per la fretta, o per scarse risorse economiche.

È questo l’esempio di Fabio Iraldo al workshop “Come si misura la greenicità” (per il ciclo “Si fa presto a dire green”) organizzato da Giornalisti Nell’Erba all’università di Roma Tor Vergata. ”Oggi come oggi, di fronte a due prodotti identici ma di prezzo differente si è portati a scegliere quello con il costo inferiore”. Iraldo ha quindi sottolineato come prima cosa il problema economico, e ha continuato: “Oggi come oggi” (e forse neanche un tempo, aggiungo io) “nessuno di noi si sofferma a leggere le etichette dei prodotti sugli scaffali del supermercato, tanto meno si presta particolare attenzione a quelli che possono essere prodotti più o meno GREEN, e quando lo si fa, c’è il rischio di incorrere nell’errore”. Perché? Dove sta l’errore? La risposta è la cattiva informazione. Spesso infatti capita che un prodotto,che ad esempio limita le emissioni di CO2, possa inquinare più di un altro, che nonostante non sia etichettato GREEN, è stato realizzato con materiali di gran lunga meno inquinanti del primo prodotto. Come fare allora? Come distinguere il GREY dal GREEN, in una società dove riesce quasi impossibile la messa a fuoco dei colori?

Tra gli strumenti nati per l’analisi di sistemi industriali l’LCA ha assunto un ruolo preminente ed è in forte espansione a livello nazionale ed internazionale. I fini di questa metodologia sono diversi, eccone alcuni forniteci da Iraldo durante il workshop proposto da Giornalisti Nell’Erba: http://www.giornalistinellerba.org/wp-content/uploads/2011/02/Fabio-Iraldo-Sant-Anna-Envir-Manag-20-marzo-2014.pdf

  • creare un sistema informativo che supporti il sistema di gestione dell’azienda, monitorando e tenendo sotto controllo consumi di risorse, emissioni e connessi impatti ambientali;
  • identificare i punti critici all’interno del ciclo produttivo o del ciclo di vita dei prodotti per individuare le aree di miglioramento;
  • guidare la progettazione di nuovi prodotti/processi, al fine di minimizzarne l’impatto ambientale;
  • comparare i carichi ambientali connessi a processi o prodotti alternativi, in fase di gestione degli approvvigionamenti selezione dei fornitori (e di scelte di integrazione/disintegrazione verticale);
  • fornire un supporto scientifico alla comunicazione di marketing e all’informazione dei consumatori.

Se da un lato il problema appare in parte risolto, dall’altro come ogni antagonista che si rispetti, si è sviluppato il fenomeno del greenwashing, “quella falsa pennellata di verde che rende l’ambiente più nero”. Possiamo definirla un’azione di marketing molto astuta, ma allo stesso tempo smascherabile e riconoscibile.

Uno studio molto interessante è stato realizzato da TerraChoice (oggi UL Environment): “The Sins Of Greenwashing” (http://sinsofgreenwashing.org).Sarebbero 7 i peccati capitali che può commettere chi tenta di rendere più verde un prodotto:

1.Peccato di trade off nascosto – cioè suggerire che un prodotto è ‘verde’ basandosi solo su un insieme ristretto di attributi, spostando così l’attenzione da altri attributi che hanno importanti implicazioni ambientali. Ad esempio sottolineare che la carta prodotta proviene da foreste ecosostenibili ma tralasciare l’uso del cloro per il suo sbiancamento.

2.Peccato di mancanza di prove – cioè una affermazione ambientale che non può essere suffragata da informazioni di supporto facilmente accessibili o da una affidabile certificazione di terzi. Ad esempio prodotti di carta igienica che si sostengono composti da varie percentuali di materiale riciclato senza però fornire prove.

3.Peccato di vaghezza – cioè quando le indicazioni sulle caratteristiche del prodotto sono così mal definite o così generiche che il loro vero significato è suscettibile di essere frainteso da parte del consumatore. Ad esempio la vaga dicitura “contiene elementi naturali”. Arsenico, uranio, mercurio, formaldeide sono infatti tutti componenti naturali, ma velenosi.

4. Peccato di falsa etichetta – cioè un prodotto che, attraverso parole o immagini, vanta certificazioni di terze parti che in realtà sono inesistenti o contraffatte.

5. Peccato di irrilevanza – cioè affermazioni ambientali che possono essere veritiere, ma non sono importanti o utili per i consumatori alla ricerca di prodotti ambientalmente preferibili. Ad esempio la dicitura ‘CFC-free’, quando è risaputo che i CFC sono vietati dalla legge.

6. Peccato del minore dei mali – cioè una indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto, ma che rischia di distrarre il consumatore dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.

7. Peccato di falsità – Asserzioni ambientali che sono semplicemente false. Gli esempi più comuni sono i prodotti che affermano falsamente di essere certificati.

Insomma una bella carrellata di peccati. La differenza sostanziale tra Dio è l’ambiente è che Dio perdona, l’ambiente prima o poi reagisce, prima o poi la corda si spezza, e ciò che ieri era il mare dove da bambini passavamo l’estate, domani diventerà quel mare che ha travolto me, la mia casa, la mia famiglia e quel pochi ricordi belli dell’infanzia passata in spiaggia. Ci si ritrova ad “accontentarsi per timore del peggio”, per ritornare alle parole di Bloch. Accontentarsi  di una vita incompleta, di un progetto non portato a termine, di una relazione senza amore, ci si ritrova ad accontentarsi di un sospiro a metà, quando in realtà si vorrebbe respirare profondamente; di una semplice voce quando in realtà vorremmo che questa diventasse urlo; ci si accontenta della sufficienza in matematica, di una pizza fredda, di una bicicletta senza freni, e di un bucato sempre imperfetto; ci si accontenta delle notti insonni, di guadagnare vendendo il proprio corpo, di ottenere pagando; ci si accontenta di uno stato senza governo e di un governo senza vergogna, di un autobus che non arriva mai e di una casa svaligiata nel bel mezzo della notte. Ci si accontenta anche della solitudine. Ma di una cosa non ci si può assolutamente accontentare: di distruggere la propria casa, la propria dimora, perché se distruggo il mio pianeta distruggo me stesso, e io all’accontentarmi scelgo la VITA.

Helodie Fazzalari