Katowice (dai nostri inviati)Il rapporto di Germanwatch 2019 sulle performance annuali in fatto di politiche climatiche, presentato alla COP24 a Katowice, è chiaro:  solo pochi paesi si sono attivati davvero in direzione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ma nessuno ha ancora raggiunto uno dei primi tre posti in classifica. L’Italia, che era ben messa, scende al 23° posto.

Il report prende in esame le performance di 56 paesi più l’Unione Europea, ossia un insieme di stati che contribuiscono al 90% delle emissioni globali. Neppure quest’anno c’è stato qualche Paese in grado di raggiungere le performance necessarie per il contrasto al cambiamento climatico e restare sotto ai 1.5°C.
Al quarto posto, secondo Germanwatch, si conferma la Svezia che riduce le emissioni e aumenta le rinnovabili. In quinta posizione il Marocco, leader climatico dei paesi in via di sviluppo. L’India ha fatto qualche passo avanti (11° posto grazie a basse emissioni pro-capite e allo sviluppo delle rinnovabili).
Perde sette posizioni l’Italia che scende al 23esimo posto rispetto al 16esimo dello scorso anno. Risultato raggiunto, nonostante una buona performance nell’uso di energia, per il rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili e soprattutto per l’assenza di una politica climatica nazionale (28a posizione) adeguata agli obiettivi di Parigi. Le emissioni nel 2017 sono diminuite, infatti, di appena lo 0.3% rispetto all’anno precedente con una riduzione solo del 17.7% rispetto al 1990.
L’Unione europea nel suo complesso fa un passettino avanti in avanti (è al 16° posto rispetto al 21° dell’anno scorso,  in virtù del confronto con gli altri leader mondiali, perché si è posta l’obiettivo di raggiungere entro il 2050 zero emissioni nette.
La Germania, invece, scende al 27° posto per colpa delle centrali a carbone e all’assenza di una strategia per la decarbonizzazione dei trasporti.
Per la prima volta la Cina risale la classifica (è al 33° posto) grazie ad una politica climatica che ha adottato norme più stringenti per la riduzione delle emissioni nei settori industriale ed abitativo, e all’introduzione di un regime di sostegno delle rinnovabili.
In fondo alla classifica, l’Arabia Saudita (60°) e gli Stati Uniti (59°). Con Trump gli USA sono indietreggiati in quasi tutti gli indicatori compromettendo i passi in avanti degli scorsi anni. Tuttavia segnali positivi giungono dall’altra America – oltre tremila tra stati, città, imprese nazionali e multinazionali, università e college –  che sta lavorando per mantenere gli impegni assunti a Parigi attraverso un’azione congiunta che bypassa l’amministrazione federale.
“Tutti i governi europei sono chiamati a fare la loro parte, a partire dall’Italia – commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente –. Una prima importante risposta deve arriva dal Piano Nazionale Clima-Energia, che dovrà essere trasmesso alla Commissione europea entro la fine di dicembre, nel quale vanno introdotti obiettivi più ambiziosi di quelli attualmente previsti in Europa per il 2030. Un impegno indispensabile non solo per tradurre in azione l’Accordo di Parigi, ma soprattutto per accelerare la decarbonizzazione dell’economia europea. Solo così sarà possibile vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee, attraverso una giusta transizione che non penalizzi i meno abbienti e le aree periferiche. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire”.

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