altIntervista esclusiva di Eric Barbizzi (8 anni, respons. Esteri del nostro giornale) con Daniela Calzetti, ricercatrice italiana in astronomia presso l’Università Massachusetts,  nominata  Blaauw Professor del 2013 all’Istituto di Astronomia  Kapteyn dell’Università olandese di Groningen, famoso per essere all’avanguardia nelle ricerche astronomiche.

Perché hai lasciato l’Italia?

Ho lasciato l’Italia perché non vedevo prospettive per la mia carriera all’epoca, adesso non so se le cose sono cambiate, ma all’epoca c’erano pochi posti, era molto difficile entrare e quindi ho lasciato l’Italia e questo ha determinato la mia fortuna.

Quando e come è nato il tuo interesse per l’astronomia?

E’ un sogno di bambina, ero appassionata di astronomia quando ero bambina e ho continuato, in realtà ero appassionata di viaggi interplanetari e volevo diventare un astronauta e viaggiare in altri sistemi solari.

Una delle cose che la Legge di Calzetti consente fare agli astronomi è calcolare quante informazioni mancano loro a causa della povere interstellare che blocca la visione delle sonde nelle galassie lontane giusto? Quanto ci è voluto per realizzarla?

Sì è giusto. Da un punto di vista della sua derivazione diciamo un paio di anni, raffinarla poi altri quattro  cinque anni; ciò che ha richiesto più tempo è stata farla accettare dalla comunità nel senso che uno dei principi più difesi era che non si possono correggere galassie in maniera semplice per effetti di attenuazione dovuti a polvere e quindi fare accettare l’esistenza di un metodo, anche se un po’ approssimativo, per farlo ha richiesto qualche anno. Ma una volta accettato, apparentemente fino ad ora non è stato trovato un rimpiazzo che possa funzionare meglio. Chiaramente come tutte le cose in astronomia e in fisica ha una accuratezza limitata, però più o meno funziona, è per questo che ancora viene usata. Spero che uno dei miei colleghi più giovani ne trovi un bel rimpiazzo per migliorare le cose, però per il momento ancora non c’è questa possibilità.

Quanto è ispirazione e quanto l’impegno per un astronomo?

In realtà tutto dipende dalla passione che uno ha per la materia, se hai molta passione non lo consideri lavoro;  quando sei molto giovane, ai primi stadi della carriera, passi tantissimo tempo a lavorare su dati, o se sei un teorico a lavorare sui tuoi calcoli eccetera, quello è il lavoro migliore, perché lì ti diverti; durante la progressione della carriera c’è sempre molta più amministrazione da fare, e quella è la parte meno divertente. Diciamo che da questo punto di vista quando ero agli inizi della mia carriera mi divertivo molto di più e adesso c’è un bel po’ di amministrazione, però mi diverto ancora. Ho studenti, ho un post doc che lavorano con me e con loro mi diverto, facciamo ancora cose  molto interessanti.

Nell’articolo del UMass Office of News tu hai detto di pensare di non avere abbastanza tempo per vedere come l’ambiente aiuta le galassie a trovare la loro forma? Perché?

Queste sono ancora tra le  domande grosse che esistono in astrofisica e in cosmologia, nel senso che finora, negli ultimi 15 – 20 anni,  abbiamo capito come le galassie evolvono dall’originale Cosmic Background, quindi dalle fluttuazioni nel Cosmic Background fino ad oggi in maniera piuttosto grossolana. Abbiamo capito che ci sono alcuni effetti per cui le galassie piccole si immergono in quelle grandi e crescono sempre di più, ci sono altri effetti per cui ci sono piccoli frammenti che si aggregano su galassie più grandi e quindi le fanno crescere in maniera più frazionaria. Quello che ancora ci manca, è comprendere perché abbiamo il cosiddetto ‘Galaxy Zoo’ perché abbiamo galassie che sembrano dei palloni di football, perché abbiamo galassie che sono piatte come pancakes con dei bracci a spirale, perché altre sono  meglio organizzate delle prime, perché alcune sembra siano passate attraverso un tritacarne tanto sono sconclusionate. Perché ci sono queste differenti forme? Cosa determina che una galassia abbia una certa forma piuttosto che un’altra, cos’è che determina questa differenza. Questa è una domanda ancora senza risposta, e diciamo che ha a che vedere sia con l’ambiente che con la maniera in cui le galassie si sono aggregate  ovvero hanno messo insieme il loro corpo e lo gestiscono. Non credo che quello che mi manca in termini di carriera presente,  diciamo, riuscirò a vedere la fine di questa domanda ma spero che ci sarà comunque progresso, per i prossimi 15 20 anni spero che ci sia ancora un bel po’ di progresso. Non so se si vedrà la fine. Spero di sì, ma non ne sono sicura.

Qual è il tuo scienziato preferito nella storia dell’astronomia e perché?

A me ne piacciono tanti, non ne ho uno in particolare che preferisco, diciamo che la scuola di pensiero che ha prodotto la meccanica quantistica secondo me ha rivoluzionato tanto il nostro pensiero, perché l’idea che materia  ed energia siano intercambiabili, che entrambe possono essere pensate come pacchetti  e come energia allo stesso tempo, tutte queste traslazioni fra materia ed energia secondo me sono state molto rivoluzionarie. Gli scienziati della scuola di pensiero che ha portato alla meccanica quantistica sono quelli che preferisco.

Il KapteynAstronomicalInstitute organizzerà un simposio che durerà un giorno su un argomento a tua scelta hai già deciso di cosa vuoi parlare?

Ne sto ancora parlando con il mio host, Professor Scott Trager e non abbiamo ancora deciso ma chiaramente sarà più o meno centrato sui campi di ricerca che ho affrontato durante la mia carriera, non abbiamo ancora deciso, è un po’ presto.

Chi ti ha informato sulla tua nomina di Professor Blauuw 2012?

Professor Scott Trager.

 

Quali sono state le persone che ti hanno ispirato di più nella tua vita e nei tuoi studi?

Questa è un’altra domanda molto difficile perché ci sono state tantissime persone nella mia carriera che mi hanno ispirato tanto, la lista sarebbe troppo lunga. Ci sono state persone che mi hanno ispirato da un punto di vista personale e che hanno  rappresentato dei ‘rolemodels’ ci sono persone che mi hanno dato suggerimenti attraverso la carriera che mi hanno aiutato a progredire, direi che … ti posso fare una lunga lista? Le persone che vengono improvvisamente nella mia mente sono Professor Anne Kinney, Professor MegUrry che adesso è a Yale, Professor Tim Heckman, Johns Hopkins University e Professor J. Gallagher, Wisconsin University,  Prof RobKennicutt, che adesso è a Cambridge, UK. Poi Professor Ken  Freeman che  lavora all’osservatorio Mount Stromlo in Australia, è stato anche lui una figura ispiratrice.

Cosa consiglieresti a chi volesse diventare un astronomo?

Non è un lavoro che si può fare dalle  9 alle 5 poi si va casa e si pensa ad altre cose: è una passione! Bisogna farsi un’analisi della coscienza e capire se si è veramente appassionati per la materia e quindi pronti ad affrontare tutte le difficoltà che una carriera in ricerca può avere, oppure se è semplicemente la ricerca di un lavoro più o meno stabile: nel primo caso hai possibilità di successo nel secondo caso no. L’altra componente è avere il supporto delle persone che ti sono intorno, e questo non vuol dire che debbono essere membri di famiglia, devi circondarti di persone che ti supportino, possono essere anche colleghi. Ma la cosa importante è il ‘fire in the belly’ come dicono gli inglesi

Cosa consiglieresti a un  bambino che volesse diventare un astronomo?

Segui i tuoi sogni, non scendere a compromessi, mai. Spesso sento persone che dicono “I miei genitori avrebbero voluto che diventassi medico, avvocato o altro, perché avrei avuto più soldi”, ma occorre  seguire i propri sogni: è l’unica possibilità che hai di avere successo!

Ti manca l’Italia?

Mi manca la famiglia, l’affetto dei familiari non è sostituibile. L’Italia di per sé mi manca solo fino ad un certo punto, perché io torno il Italia almeno una volta l’anno per periodi estesi 4-5 settimane con i miei figli e con mio marito e visitiamo i suoi e miei parenti e genitori. La parte fisica dell’Italia non ci  manca perché la visitiamo abbastanza di frequente, quello che manca chiaramente è la famiglia intorno: ne ho sempre sentito la mancanza e probabilmente continuerò a sentirla.

Le università italiane sono spesso state accusato di favorire i parenti dei professori piuttosto che  persone valide: in America  succede qualcosa di simile?

E’ una domanda difficile a cui rispondere. Qui più che parentele con i professori quello che vale è il ‘pedigree’, come lo chiamano: se tu vieni da una Università o da una serie di Università di rilievo non importa quanto sei bravo, la convinzione è che lo sei e quindi trovi comunque lavoro, se vieni da una università meno conosciuta o meno rinomata devi faticare di più per arrivare in cima o per arrivare ad un buon posto. La selezione è diversa, c’è comunque una selezione dovuta a un qualche livello di aristocrazia ma non allo stesso livello che in Italia, non quel tipo di selezione.

Quale è la ricerca che tu vorresti pubblicare nella tua vita?

Diciamo che se riuscissi a pubblicare qualcosa che possa spiegare in maniera definitiva come le galassie si sono formate nelle configurazioni che hanno direi che sarei contentissima. Lo riterrei il coronamento della mia carriera.

 

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