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Foto Del Bianco/Gallo

Se pensate alla classica vacanza al mare o alla tranquilla camminata in montagna siete fuori pista: la famiglia genovese di Pier Guido Del Bianco e Lorenza Gallo ha scelto di trascorrere le ferie estive insieme agli Inuit. Avete capito bene, proprio loro, il popolo dei ghiacci, noto tipicamente con l’appellativo di eschimesi. “Il piacere dell’avventura siamo riusciti a trasmetterlo anche ai figli” commentano i genitori Del Bianco,  e infatti, in questa storia tra i ghiacci artici della Groenlandia, i protagonisti sono anche Manuela di 18 anni, Marco di 14 anni e la piccola Michela di soli 9 anni.
Venti giorni a pochi passi dal Polo Nord, in pieno Agosto, quando a Genova il termometro sfiorava i 40°, la famiglia di Pier Guido metteva i piumini in valigia. “Abbiamo scelto il luogo meno antropizzato, dove non ci sono strade di collegamento, per spostarsi tra i villaggi devi usare il Kayak, mezzo di trasporto inventato proprio da questo popolo, oppure delle piccole barche a motore” spiega il papà.

Siamo nel cuore della Groenlandia orientale, 60mila abitanti sparpagliati su una superficie grande 7 volte l’Italia. Una terra isolata dal manto bianco per nove mesi l’anno e che si risveglia per la breve estate, quando brilla il sole di mezzanotte, le ombre sono lunghe, il suolo verdeggia e i turisti colgono l’unico momento possibile per fare una vacanza: “Sono perlopiù tedeschi – dice Lorenza – di italiani che scelgono questa meta sono solo poche decine”.  In questa terra si capisce bene cosa sia il miracolo della vita, la natura detta con forza le regole, richiamandoti alla sopravvivenza e all’essenziale e la civiltà degli Inuit non ha tempo da perdere per essere arrogante o per lamentarsi. C’è da essere solidali e c’è da affrontare le sfide come la fame e il freddo con serenità, con grande spirito di sacrificio e di condivisione.

Ma com’è nata questa idea di vacanza? “Desideravamo da tempo andarci, poi la lettura appassionata del libro Dove il vento grida più forte di Robert Peroni, è stata la molla decisiva – commenta Lorenza – abbiamo potuto conoscere l’esperienza di un uomo che ama e difende la cultura Inuit”.  Eh sì, perché tutto questo non sarebbe possibile, se più di quarant’anni fa, l’altoatesino, alpinista ed esploratore, Robert Peroni, scalatore di Alpi e Himalaya non si fosse innamorato perdutamente del popolo artico, come si capisce dai suoi scritti: “Resto qui perché quando in mezzo alla neve incontro un amico, lui ti guarda, poi in silenzio si avvicina, strofina il naso contro il tuo, inspira il tuo respiro, e ti capisce, sa se stai bene, e se sei felice gioisce per te”.

Primo scalo in Islanda a Reykjavík poi atterraggio definitivo a Kulusuk: “Più che un aeroporto si tratta di una stazione di autobus” ironizza Pier Guido. E da lì, a bordo di una barca, la famiglia genovese raggiunge finalmente il villaggio di Tasiilaq, un fiordo circondato da montagne dove 1600 persone abitano in casette colorate di legno (prive di fognature) sospese da palafitte: “Fino a 50 anni fa gli Inuit di questa zona, d’inverno vivevano in case di fango, ricoperte esternamente da pelli di foca, le condizioni non erano facili, perché all’interno faceva molto caldo – spiega Pier Guido – mentre d’estate si trasferivano in tende”. Ma allora i famosi e poetici igloo che fine hanno fatto? “Gli igloo sono le abitazioni nomadi dei cacciatori di orsi, non sono l’abitazione di base”.

Tra pack, iceberg, ruscelli da guadare, la famiglia Del Bianco ha girato senza un programma prestabilito, senza una guida, all’avventura come i veri esploratori, attrezzati di un Gps, quando funzionante, di bussola e di carte geografiche. “Per quattro giorni abbiamo anche fatto un’esperienza di totale wilderness, piantando le tende in un isolato anfiteatro naturale, abbiamo fatto a turno ronde di notte per fare la guardia in caso di orso bianco” raccontano i genitori.

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Foto Del Bianco/Gallo

Tra i ricordi più emozionanti che si portano a casa ci sono di sicuro i panorami mozzafiato, i colori del cielo, le albe sequenziali ai tramonti e quell’incontro a tu per tu con le megattere, a bordo di una piccola barca.
Per contro, mai si sarebbero immaginati che in questa terra dalla natura selvaggia, lontana dal mondo, ci fosse un’emergenza rifiuti: “Purtroppo ogni villaggio ha la sua discarica a cielo aperto, ma non appena soffiano i venti del nord, tutta la spazzatura si sparge ovunque e per adesso non ci sono accordi con la Danimarca – cui la Groenlandia dipende da un punto di vista politico – per risolvere il problema” afferma Pier Guido.
Nel suo viaggio la famiglia genovese è anche stata testimone dei cambiamenti climatici: “Profonde valli che raccontano di un recente passato con enorme massa glaciale oggi sono libere, e tante aree che si pensava fossero penisole con lo scioglimento dei ghiacci, si sono rivelate isole”.

E non pensate che al Polo Nord non ci siano le zanzare, per porvi rimedio, i Del Monte hanno dovuto indossare zanzariere per il viso, simili alle maschere degli apicoltori.

Dall’esperienza di questo viaggio s’impara che non ci si può immergere nella realtà Inuit continuando a osservare le cose con gli occhi occidentali, il rischio è quello di non capire più. É il caso della caccia alla foca: “A noi può sembrare cruenta come pratica, ma per questo popolo millenario di pescatori e cacciatori, procacciarsi il cibo significa vivere, la foca è tutto, e infatti non ne sprecano nulla dalla pelle alla carne” sottolinea Pier Guido. Stessa cosa vale per i cani da slitta, legati per i tre mesi d’estate, si fa fatica a non lasciarsi commuovere, ma per gli Inuit non sono cagnolini domestici bensì l’unico mezzo di trasporto per quando arriva l’inverno: “Sono più grossi degli Husky, sembrano lupi, sono i pastori della Groenlandia, e i cuccioli (gli adulti sono diffidenti e guardinghi) si prendono le coccole e attenzioni di tutti i turisti” racconta Lorenza.
Ma per capire il legame profondo di questo popolo con la natura basta assaporare un po’ del loro sciamanesimo: il mare è un demone donna dai lunghi capelli tra i quali s’impigliano le foche, bisogna rispettarlo e curarlo per convincerlo a liberare questi preziosi animali dall’intrico della chioma per far sì che gli uomini possano continuare a sopravvivere.

Per tutti quelli che vogliono avventurarsi in Groenlandia orientale, è Robert il punto di riferimento per esplorare l’arcipelago. La sua Casa Rossa è un albergo, é un ristorante con cucina italo-groenlandese ed è un vero e proprio centro turistico per organizzare spedizioni o trekking con esperte guide locali.
È Robert che ha portato il turismo qui, con l’idea di gettare un’ancora di salvezza e a oggi dà lavoro a 70 persone e a ben 20 clan. Infatti, gli Inuit sono anche un popolo da salvare, il contatto col mondo occidentale col suo fascino, ha rotto l’equilibrio. Da pochi anni c’è un supermercato, i ragazzi hanno l’i-pod e internet, ma tutto questo benessere è al contempo una trappola se non puoi guadagnarti da solo questi beni. D’altronde il popolo Inuit come economia si basava solo sul commercio di pelli di foca o di orso (oggi vietato per leggi giustissime di conservazione) e così gli Inuit sono stati sedotti e abbandonati e con il loro orgoglio millenario ferito non gli resta che vivere coi sussidi danesi. È un problema serio. Come avvenuto per Aborigeni, Maori o Nativi americani, anche tra gli Inuit è arrivata la piaga dell’alcolismo, della depressione e del suicidio.
E per questa civiltà che in quattromila anni non hanno mai fatto una guerra, non resta che sperare in un turismo ecosostenibile.

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Foto Del Bianco/Gallo

 

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Corrispondente dalla sua terra ligure. Approda a Giornalisti nell'erba dopo l'esperienza elettrizzante di inviato in "Expo Milano 2015". È laureato magistrale in Biologia a Milano. Gruppo sanguigno: giornalista ambientale e scientifico, ma ha scritto per diverse testate dalla cronaca, alla politica fino al settore ho.re.ca. Ama la natura sotto il pelo dell'acqua, con maschera e pinne, ma anche dall'alto, ottimo sul dorso di un cavallo. La comunicazione è l'ingrediente delle sue giornate. Collabora con Acquario di Genova (ha un passato da Whale watcher). Colazione rigorosamente focaccia e cappuccino. Aperitivo, spritz o Mojito. Appassionato di arte (debole per Caravaggio), bioetica, lettura e feste in spiaggia in buona compagnia. Contatto: g.vallarino@giornalistinellerba.it

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