La Fao forza i calcoli nel 2006. Nel 2010 la stessa Fao, pizzicata da un ricercatore dell’Università di Davis, ammette qualche anno dopo che nella percentuale delle emissioni dovute alla produzione di carne ci sono voci che ad esempio nel settore trasporti non sono state calcolate. Nell’immaginario collettivo di tantissimi, resta però solo la notizia numero uno, mentre, come spesso accade, la smentita successiva non ha lo stesso successo mediatico.

Su twitter, utilizzato come media per fare informazione, Frédèric Leroy, bioingegnere, docente di scienze alimentari e biotecnologia allaVrije Universiteit Brussel, già segretario della Belgian Society for Food Microbiology (BSFM), presidente della Association for Meat Science and Technology (BAMST), membro della Belgian Nutrition Society (BNS), pubblica spesso studi in forma di twitterstory. Ne ha fatta anche una ad hoc per smontare, con dati, grafici, ragionamenti, la mezza bufala sull’impatto ambientale delle emissioni del bestiame. Ne riportiamo qui sotto una sintesi.

“Stando ad uno studio pubblicato nel 2006 dalla FAO, le emissioni di CO2 in relazione ai cambiamenti climatici sembrerebbero essere causate per ben il 18% dalla produzione di carne, contro un appena 13,5% prodotto dai trasporti.

Qualche anno dopo, nel 2010, però, a seguito di una tagliente critica esposta dal professor Frank Mitoloehner (su twitter @GHGuru, ossia il guru dei gas a effetto serra, dell’Università UC David negli Stati Uniti), la FAO ammette (e la rettifica viene pubblicata su The Telegraph) che i dati raccolti nella ricerca del 2006 erano incorretti. Mitoloehner aveva spiegato che la tesi portata avanti dalla ricerca FAO si basava su un errore di fondo nella raccolta e un utilizzo di dati dall’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, in quanto nel 18% di emissioni attribuite al bestiame erano scorrettamente incluse anche tutte le emissioni di CO2 prodotte a partire dalla coltura e fertilizzazione dei campi, fino al trasporto delle carni, incrementando a dismisura la percentuale di tonnellate di CO2 attribuite alla carne. Nel calcolo LCA (Life Cycle Assessment: Valutazione del Ciclo di Vita) per il bestiame erano inclusi dati non presi in considerazione nell’LCA del settore dei trasporti, utilizzato come settore di comparazione nello studio della Fao.

Comparando correttamente le dirette emissioni di CO2 su scala globale emerge che il bestiame è responsabile in ancor minor percentuale delle emissioni derivanti, invece, dallo stesso trasporto delle carni (5.1% contro il 13.5% dei trasporti di carne) – continua Leroy in seguenti tweet.

Non basta la rettifica del 2010 per smontare lo slogan “le vacche sono peggio delle auto”. Racconta Leroy: “La FAO, nel rapporto del 2013 intitolato “Tackling climate change through livestock”, modificò la stima basata sui dati LCA del bestiame dal 18% al 14,5%, utilizzando la metodologia perfezionata del sistema GLEAM, il modello interattivo di Valutazione Ambientale Globale del  Bestiame.

La colpa maggiore continua comunque ad andare al bestiame (carne e latte sono rispettivamente responsabili del 41% e 20% delle emissioni di gas serra dovute al settore), mentre in realtà, stando ai dati, il metano enterico (39%), e letame (26%) sono i maggiori responsabili.

Nel complesso del 14.5% di cui il bestiame è responsabile, la produzione alimentare diretta al bestiame costituisce il 45% delle emissioni, la fermentazione enterica il 39%, il resto è dato dal letame (10%) e da altri fattori (6%)

La fermentazione enterica genera ingenti quantità di metano – spiega ancora Leroy – che corrisponde al 29% delle totali emissioni di metano su scala mondiale. Il Metano riceve così tante attenzioni perché è molto più potente del diossido di carbonio (28x), ma non così potente come l’ossido nitroso (265x)

Il nodo sta nel calcolo della CO2 equivalente, ossia l’unità di misura che permette di pesare insieme le emissioni dei vari gas serra aventi differenti effetti sul clima. Il metano ha un potenziale di riscaldamento 21 volte superiore rispetto alla CO2 e per questo 1 tonnellata di metano viene contabilizzata come 21 tonnellate di CO2 equivalente, anche se la sua durata in atmosfera è nettamente inferiore.

Detto questo, è chiaro che in termini di CO2 equivalente, proprio grazie alla sua potenza, il metano risulta responsabile del 16% delle emissioni di CO2-eq globali.

Ma ha una durata in atmosfera di 10 anni, contro i 100 della CO2.  Tant’è che mentre le emissioni di metano crescevano massicciamente durante l’era post-industriale, ora si stanno abbassando (in contrasto con l’aumento delle emissioni di CO2) 

Come risultato, l’effetto del metano sul riscaldamento globale è più o meno costante da decadi, mentre il grande effetto della CO2 è ancora in rapida crescita

E’ di fondamentale importanza, quindi, ribadire chiaramente che il metano ha una breve ‘durata vitale’, ciò comporta una possibile mitigazione degli effetti e dell’impatto ambientale, contro, invece, effetti più preoccupanti legati alla CO2, che è assolutamente fuori controllo.

La convenzione che vede il metano molto più dannoso della CO2 è dunque fuorviante, anche perché le cinetiche della stabilizzazione dell’atmosfera differiscono tra loro

In figura: La stabilizzazione atmosferica del metano può essere ottenuta con un calo del 30%, mentre il CO2 può stabilizzarsi solo con una riduzione massiccia (80% circa), per cui il tempo per la prima è di dieci anni, per la seconda invece ne servirebbero diverse centinaia. In figura 1 grafico che mostra l’incremento del riscaldamento globale causato dalla costante emissione di diossido di carbonio sulla sinistra e del metano sulla destra in un periodo di 100 anni. Ciascuna rappresenta l’annuale emissione di egual volume, aggiunto al riscaldamento prodotto dalle precedenti emissioni: mentre il riscaldamento prodotto dalle emissioni di diossido di carbonio cresce su una linea quasi retta, il riscaldamento globale prodotto dalle emissioni di metano si spezza, e diventa quasi stabile alla fine del secolo calcolato.

Al contrario della carne, però, il trasporto sembra farla franca, anche se è proprio quest’ultimo a far  salire i livelli di CO2 e negli ultimi decenni è aumentato in maniera esponenziale, sia per il traffico aereo sia per quello di terra.

Ci si aspetta che l’impatto del trasporto sui livelli di CO2 aumenti gradualmente: entrambi i traffici (aereo e di terra) continuano a svilupparsi, specialmente nei paesi emergenti.

Non solo le emissioni di metano devono essere considerate in prospettiva, ma l’analisi dovrebbe anche tener conto che il 14,5% è un numero globale, che maschera la variabilità (specialmente per i ruminanti)

Negli Stati Uniti, per esempio, le dirette emissioni dovute al bestiame (3%) sono ben al di sotto dell’impatto dei gas serra derivanti dai trasporti, elettricità o industria (EPA 2016)

Eliminando tutti gli allevamenti degli stati uniti, ci sarebbe una riduzione dei gas serra solo del 2.6%, corrispondendo su scala globale ad una differenza misera dello 0.4%

In figura: Impatti nutrizionali e di gas serra eliminando gli animali dall’agricoltura statunitense.

Comunque una riduzione del 30% potrebbe essere raggiunta su scala mondiale se tutti i produttori adoperassero metodi energicamente economici adottati dal 25% dei produttori più efficienti

In figura 3 modelli fondamentali per la sostenibilità e la riduzione di emissioni per l’allevamento di ruminanti

 

“Per concludere – scrive ancora Leroy – i ruminanti potrebbero non solo contribuire ad una riduzione delle emissioni di gas serra a partire da un corretto allevamento, ma anzi potrebbero facilitare la fornitura di servizi ecosistemici e ridurre i danni ambientali..

Ovviamente questa storytweet non vuole difendere a spada tratta da qualsiasi accusa l’industria dell’allevamento bovino, ma punta ad una sensibilizzazione generale sul tema dell’allevamento della carne e in particolare punta ad aprire nuove strade dell’allevamento ecosostenibile; una mossa più che necessaria visti i tempi stringenti prima del ‘punto di non ritorno’”.

La storia di contro-disinformazione pubblicata da Frèderic Leroy è estremamente interessante, così come tante altre da lui pubblicate.

Il problema delle emissioni di CO2 derivanti dall’allevamento, non cesserebbe necessariamente di essere un problema schiacciante con una riduzione o abbattimento della produzione di carne, poiché le esigenze di mercato sposterebbero verosimilmente le produzioni da un prodotto ad un altro (per esempio impiego di acqua nelle coltivazioni di riso, soia ecc.. e conseguenti emissioni massicce di CO2 per produzione, stoccaggio, imballi, trasporti di prodotti ‘green’). Il punto fondamentale è cercare di cambiare le regole del mercato di over produzione, cercare un punto di equilibro tra le varie istanze; questa è la via che ci permetterebbe una longeva e sana produzione di prodotti alimentari a lungo termine.

Facebook Comments

Post a comment

undici − sette =