Foodsafety-2016-Kalanithi-Nesaretnam-8923La dottoressa Kalanithi Nesaretnam, biochimica e biologa molecolare, è nota per il suo contributo nel campo della ricerca sul tocotrienoli e sul cancro al seno, ed ha ricevuto la medaglia d’oro per l’eccellenza nella ricerca da parte di MPOB nel 2001, oltre che il premio Migliore donna Inventore del World Intellectual Property Organisation (WIPO) del 2006. E’ ministro all’ambasciata della Malaysia e Mission of Malaysia nell’Unione europea e da Bruxelles è anche manager regionale del Malaysian Palm Oil Board (MPOB) in Europa. Con lei cerchiamo di mettere a fuoco la situazione.

Primo dato, per mettere in chiaro la situazione europea nelle corrette proporzioni: “Il 50% delle importazioni in Europa che causano deforestazione nel mondo è dovuto alla soia proveniente dal Brasile e dall’Argentina, il 12% all’olio di palma proveniente dall’Indonesia e solo il 3% da quello proveniente dalla Malesia”. Eppure, “tutta l’attenzione è sull’olio di palma”.

technical report 2013 european commission

Source: Technical Report 2013-063 European Commission – The impact of EU consumption on deforestation: Comprehensive analysis of the impact of EU consumption on deforestation

“La FAO dice che il cibo globale deve aumentare del 60% nei prossimi 35 anni – continua Nesaretnam – Ma dove lo produciamo? Ecco, un grande aiuto può venire dall’olio di palma. E’ il più produttivo, a parità di suolo e risorse: dà 4 tonnellate di prodotto per ettaro, contro 0,41 della soia, 0,62 del girasole, 0,74 di colza. Vuol dire che abbiamo bisogno un terreno 10 volte più grande per produrre uno stesso quantitativo di olio di soia. Nel 2050 saremo 9,7 miliardi, oggi siamo 7,3 miliardi, di cui 1,7 miliardi sono classe media. Nel 2050, visto la giusta aspirazione ad un equo sviluppo, quei 1,7 saranno 5 miliardi. E il consumo di oli e grassi che oggi è di 205 milioni di tonnellate, dovrà essere di 350 milioni di tonnellate. Impossibile pensarlo solo con altri olii, visto che quello di palma è 10 volte più sostenibile dal punto di vista del terreno e delle risorse naturali necessarie per produrlo. Non ha bisogno di pesticidi, non è OGM, viene usato da 10 mila anni, chiede solo sole e pioggia”.

Il migliore, lei dice.

“La verità è che abbiamo bisogno di tutti i tipi di olio, senza demonizzarne alcuno. Ma non si dica che quello di palma non è sostenibile. E’ il più prodotto al mondo (30%), è vero, il più commercializzato (57,4%) e consumato (29,9%) tra tutti gli oli sul mercato. Ma viene piantato solo sullo 0,3% delle terre agricole mondiali. E produce il 30% della richiesta mondiale di oli e di grassi.

Leader globale di mercato?

Il consumo è aumentato da 14,6 milioni di tonnellate del 1995 a 61,1 milioni di tonnellate del 2015. I più grandi consumatori sono la Cina, l’India, l’Indonesia e l’Unione Europea. Di tutti questi, tranne l’Indonesia, nessuno produce olio di palma grezzo: nel 2015 Europa, Cina e India hanno assorbito il 47,9% delle importazioni totali. L’olio di palma e quello di palmizio rappresentano il 38% della produzione mondiale di olio di origine vegetale. 62 milioni di tonnellate vengono prodotte ogni anno. Questo accade perché una sola palma produce 40 kg di olio di palma all’anno, un ettaro può produrre 3,8 tonnellate di olio all’anno. Ma la coltivazione della palma da olio occupa solo il 7% di tutte le terre coltivate per la produzione degli oli vegetali: ha la resa di olio maggiore, visto che di contro produce il 38% di tutti gli oli e acidi grassi.

Tutto da paesi come Indonesia e Malesia?

L’85% di tutto olio di palma del mondo, si: per il 53% l’Indonesia,  per il 32% la Malesia. Dà da mangiare li a 4,5 milioni di persone. Ma c’è un incremento di coltivazioni in  America centrale e meridionale, in Thailandia e in Africa occidentale. Nel mio paese, il programma di sviluppo prevede il raddoppio della produzione

Tutta la Malesia sarà a palme da olio?

No, assolutamente. Solo una piccola porzione della nostra terra è dedicata alla palma: su 33 milioni di ettari di territorio, 5,6 sono per l’olio di palma e 18,4 sono foreste. Tutto questo si farà senza alcun aumento della terra destinata alle coltivazioni, ma con programmi di innovazione e efficientamento delle colture.

Parliamo di RSPO. Greenpeace, ma non solo, è molto critica. E’ una certificazione a maglie troppo larghe… Il governo malese cosa fa contro le deforestazioni?

La RPSO è un accordo business to business, che non possono permettersi molti dei piccoli produttori. Il governo malese ha una sua certificazione, la MSPO, che prevede una serie di interventi a monte. Il 40% dei malesi sono piccoli coltivatori. E le regole sono fatte per includerli. Il governo, che ha implementato nel 2015 la certificazione, ha messo a punto un programma di informazione, di educazione, per far crescere in questi piccoli coltivatori un senso di responsabilità e sostenibilità.

La palma da olio non è originaria della Malesia. I malesi fanno uso di questo olio?

No, non è una pianta indigena, come non lo è l’olivo. L’hanno importata i coloni britannici dall’Africa. Prima come piante ornamentali, poi per uso commerciale. Dobbiamo ringraziare i britannici se abbiamo questa opportunità. L’olio di palma non necessita solventi ed è di due tipi, quello estratto dal frutto e quello dal nocciolo. In Africa mangiano solo quello rosso, in Malesia il sapore non piaceva, ma pian piano, quando si è capito che il carotene e gli altri fitonutrienti (Vitamina E (tocotrienoidi e tocofrenolo) polifenoidi, carotenoidi, squalene, lecitina, fitosteroidi e Co-Q10) che contiene fanno bene, il consumo è salito. Ora lo si trova tranquillamente nei nostri supermercati.

E le campagne contro l’olio di palma, in tutto questo, che effetto hanno avuto?

Hanno fatto sparire 1000 prodotti con olio di palma dal mercato. Mille. Ma se da una parte quelle stesse campagne, nate per porre l’accento sui problemi della deforestazione e allargate mediaticamente a questioni inerenti l’alimentazione così da renderle più incisive, hanno messo sotto i riflettori l’olio di palma, dall’altra non mi pare che ci siano campagne altrettanto potenti contro la soia del sud e centro america, ad esempio, che da sola rappresenta il 50% delle importazioni europee in prodotti che causano deforestazione.

L’orango e il suo habitat sono uno degli argomenti delle campagne. Cosa fate per loro?

L’orangutan è una delle specie totalmente protette in Sabah. Dal 2008 abbiamo il Wild Conservation Act. Ed esiste un dipartimento del ministero della Cultura, del Turismo e dell’Ambiente dedicato al Sabah con un Action Plan per gli Orangutan, uno per gli elefanti, uno per i rinoceronti.

La popolazione degli Orangutan è di 6.600 a Sumatra (Indonesia) e 54.000 in Borneo (che è di tre nazioni: Malesia (Sabah e Sarawak), Indonesia e  Brunei). In Sarawak sono 2500 e in Sabah sono 11.000. Vivono nelle foreste, ma ne troviamo anche nelle piantagioni per olio di palma, perciò è necessario fare dei corridoi per facilitare i loro spostamenti. Nell’area tra est e over dell’area protetta della Danum Valley e le aree del Maliau Basin e del Canyon Imbak è stato fatto un grande corridoio di foresta protetta. Nel 2004 solo il 40% dell’habitat degli orangutan era protetto. Oggi lo è per l’85%.

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Redazione centrale di giornalistiNellerba.it Giornalisti Nell'Erba è realizzato dall'associazione di promozione sociale Il Refuso. Nel tempo ha collezionato tanti riconoscimenti e partnership come ad esempio quelle con ANSA, Ordine Nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Federazione Italia Madia Ambientali FIMA, European Space Agency (ESA), Agenzia Spaziale Italiana, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Lega Navale Italiana, Marina Militare, Università di Roma Tor Vergata. Ha i riconoscimenti della Presidenza della Repubblica, del Ministero dell'Ambiente e tante altre istituzioni.

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