di Rebecca Vitelli, 24 anni, di Carpineto Romano

In campo ambientale una delle storie più tristemente note è, certamente, quella della Terra dei Fuochi, ovvero l’area compresa tra Nola, Marigliano e Acerra, così rinominata per i roghi tossici che l’hanno caratterizzata fino a qualche anno fa.

L’interesse di gruppi criminali per il settore ambientale e, nello specifico, per lo smaltimento di rifiuti, è tutt’altro che recente ed è testimoniato su tutto il territorio nazionale. Il tutto nasce dagli anni ’70, quando le organizzazioni criminali hanno intravisto la profittabilità di questo nuovo settore, poco regolato e con controlli molto sporadici. A fronte di un’alta remuneratività, il rischio corso era relativamente basso. La posta in palio era, dunque, alta.

I primi reati collegati allo smaltimento di rifiuti industriali, e in particolare ai rifiuti tossici, risalgono agli anni ’80, quando era in auge il fenomeno delle “navi a perdere”, ovvero svariate imbarcazioni affondate in circostanze sospette nel Mar Jonio o nel Mar Tirreno, che hanno fatto perdere le loro tracce senza prima inviare alcuna segnalazione per anomalie o problemi e, in molti casi, senza che la loro destinazione fosse nota. I casi sospetti tra 1979 e il 1995 furono ben 39.

La Campania divenne ben presto il centro di molti di questi traffici per lo smaltimento illegale di rifiuti tossici, specie quando il loro trasporto verso i paesi baltici e verso paesi meno sviluppati divenne più complicato, in particolare verso la fine degli anni ’80. Da subito queste attività furono strettamente legate alla criminalità organizzata. I Casalesi sono risultati tra i primi e principali attori coinvolti nel trasporto e nello smaltimento dei rifiuti tossici, grazie alla loro capacità di controllo del territorio e gli stretti rapporti con la politica e altre organizzazioni criminali locali.

Secondo quanto emerso dalle testimonianze raccolte in vari processi il traffico di rifiuti era gestito dai Casalesi tramite la società Ecologia89 ed era un business tenuto in grande considerazione all’interno dell’organizzazione, data la sua importanza strategica. Certamente tutto il territorio italiano è stato interessato e danneggiato da questo fenomeno, tuttavia, la maggior parte dell’attività criminale si concentrò quasi da subito in Campania. Fino al 1996, infatti, questa regione non aveva un piano di smaltimento rifiuti, circostanza che ha indubbiamente contribuito a rendere molto labile il confine tra smaltimento legale e smaltimento illegale, a favore della mafia e organizzazioni criminali.

La situazione peggiorò notevolmente in seguito all’emergenza rifiuti del 1994, che portò alla confisca da parte delle amministrazioni locali di molte discariche gestite da privati per utilizzarle come siti di stoccaggio e liberare le strade, che erano sommerse da rifiuti. È in queste circostanze che la camorra cominciò a far ricorso a discariche abusive, per evitare di saturare la capacità di quelle autorizzate. Come dichiarato da un pentito “una volta colmate le discariche, i rifiuti venivano internati ovunque”.

Sotto i riflettori è finita in particolare la zona tra Qualiano, Giugliano in Campania, Orta di Atella, Caivano, Acerra, Nola, Marcianise, Succivo, Frattaminore, Frattamaggiore, Mondragone, Castelvolturno e Melito di Napoli, cui si è ormai soliti riferirsi con l’infausto nome di Terra dei Fuochi, denominazione apparsa per la prima volta nel Rapporto sulle Ecomafie del 2003. Negli anni sono emersi sempre maggiori dettagli sul business dello smaltimento di rifiuti tossici in quell’area, e un momento cruciale sono state sicuramente le testimonianze di vari pentiti, tra cui Carmine Schiavone del clan dei Casalesi, che nel 1996 rivelò di aver “avvelenato la sua terra”. Ascoltato dai magistrati come collaboratore di giustizia ha fornito vari dettagli su come si svolgeva il business dei rifiuti tossici. Il meccanismo era semplice ed al tempo stesso infallibile, oltre che estremamente redditizio. Il tutto partiva da un terreno di proprietà del clan, che veniva dapprima adibito a discarica legale, con regolari permessi ed autorizzazioni, successivamente vi venivano interrati anche rifiuti tossici, diventando, quindi, di fatto, illegale e, per concludere il ciclo, il terreno veniva poi venduto allo Stato per costruirci una strada o altre opere edilizie (a volte addirittura ospedali). Tutto spariva, dunque, sotto l’asfalto.

A seguito di queste e altre dichiarazioni sono state svolte numerose verifiche ed indagini, che hanno portato alla luce del sole una situazione drammatica, con un’intera zona contaminata, in cui i danni ambientali sono probabilmente irreversibili. Le falde acquifere sono ormai contaminate, così come la terra. L’insorgenza dei tumori in quell’area è risultata essere considerevolmente più alta della media regionale e nazionale, così come il numero di morti da tumore che si registrano ogni anno. Vari studi sono stati condotti nell’area con risultati spesso discordanti nelle percentuali di incidenza del fenomeno, tuttavia, ciò che emerge in modo unanime è la dimensione del danno, non solo ambientale, che l’assenza dello Stato e lo strapotere di gruppi organizzati hanno lasciato in dote a quella terra.

L’opinione pubblica ha preso maggiore coscienza del problema e, negli anni, si sono formati e rafforzati movimenti e gruppi di cittadini sempre più partecipi che, non solo chiedono la verità sui rifiuti tossici che infestano il loro territorio, ma vogliono che sia fatta luce sulla vera entità del problema, per procedere alla bonifica e riqualificazione dell’area. La salute stessa degli abitanti delle zone limitrofe è a rischio, ma il problema è ben più ampio. Con l’emergere di nuovi dati l’economia della zona ha subito un vero e proprio tracollo. Se il suolo è contaminato, chi mai acquisterebbe da produttori agricoli o allevatori che svolgono le loro attività nella Terra dei Fuochi? Verosimilmente nessuno, come è effettivamente accaduto. Sono state, infatti, moltissime le piccole e medie imprese locali tagliate fuori dal settore agroalimentare.

Tuttavia, la vicenda è tornata agli “onori” della cronaca sul finire del 2017, quando i dati pubblicati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno hanno rilevato che su 1,3 milioni di ettari analizzati quelli contaminati sono, in realtà, 33 (sui quali, per altri, l’attività agricola era stata vietata da anni). Lo studio ha, inoltre, analizzato i prodotti finiti, con 30 000 campionamenti in 10 000 aziende, il 99,8% ha superato i test. Coldiretti Campania ha, quindi, rivendicato i danni, soprattutto di immagine, che il clamore mediatico ha causato all’economia della zona, che ha visto per anni i suoi prodotti bollati come “veleno” ed intere imprese e piccoli produttori tagliati fuori dal mercato per quello che potrebbe essere stato un “errore”, o quanto meno un ingigantimento di una situazione esistente. La Terra dei Fuochi potrebbe essere stata una grande bufala.

Ad oggi non è stata ancora fatta chiarezza sulla realtà dei fatti. Le poche certezze sono i rifiuti tossici effettivamente trovati nel sottosuolo e un’incidenza di tumori superiore che nel resto d’Italia. Il nesso causa effetto sembra banale, ma si dovranno fare i conti con i dati che sembrano smentire il pericolo ambientale della Terra dei Fuochi.

L’attività di smaltimento di sostanze tossiche resta, e si dovrà procedere alla bonifica, per garantire la salute dei cittadini e permettere, se possibile (dati i rischi che potrebbe comportare), la ripresa delle attività economiche, che sono state il traino dell’economia del Mezzogiorno. Al tempo stesso, si deve, però, riflettere sulla portata che notizie errate, o quanto meno parziali o amplificate, possono avere sull’opinione pubblica. I danni, alcuni dei quali già accertati dalla magistratura, restano ed è giusto che chi li ha causati se ne assuma le conseguenze e paghi per essi, ma la vicenda non può più essere ridotta ai semplicistici framework e storytelling della Terra dei Fuochi come territorio avvelenato e da evitare. Un’analisi più puntuale ed attenta, oltre che supportata da studi scientifici è necessaria.

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