Lamezia Terme (dalla nostra inviata) – “La verità è lenta, ma dopo, a volte, regala sorprese inattese”. Dopo 14 anni dalla prima pubblicazione di “Il libro nero della Repubblica”, Rita di Giovacchino, giornalista e scrittrice, ha scritto una nuova edizione e la presenta a Trame 9, avviando un dibattito insieme al giornalista Carmelo Sardo ed al magistrato Gianfranco Donadio.

La conversazione si concentra principalmente sul caso dell’omicidio di Aldo Moro. “Cosa resta ancora da svelare?”.

Di Giovacchino parla delle lacune nella ricostruzione. Secondo lei la causa di queste lacune ancora inspiegabili consiste nel memoriale dei brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, la “baronessa siciliana”, sul quale si basano processi e inchieste. Questo memoriale però presenta numerose falsificazioni – spiega la giornalista e che descrive successivamente anche il magistrato – ed proprio queste falsificazioni lasciano trasparire un coinvolgimento e un nesso tra potere e mafia.  Un esempio di “cose non chieste”  si trova nell’ interrogatorio di Morucci da parte di un pubblico ministero romano – spiegano Donadio e di Giovacchino — quando il brigatista risponde “in parte” alla domanda se il memoriale fosse stato scritto da lui e non gli viene posta nessun’altra domanda.

Inoltre è venuta alla luce, grazie ad un poliziotto mai interrogato in 40 anni, la presenza di un garage in via Massimi, che sarebbe stato usato dagli assassini di Aldo Moro. Nel memoriale però non viene menzionato e quindi non è mai stato perquisito e questo prova, secondo il magistrato, la sua inattendibilità.

Un indizio che suggerisce una qualche complicità tra stretti collaboratori di Moro e i suoi assassini – continuano i relatori – sarebbe dato dal fatto che via Fani, dove avevano allestito l’agguato, era una strada attraverso cui non conveniva passare data la loro destinazione. La scrittrice quindi sospetta che il maresciallo Leonardi fosse stato indotto a prendere quella via da altri colleghi con la scusa di un imminente pericolo altrove.

Dopo aver trattato anche il caso di Borsellino, il magistrato conclude con una riflessione su quanto le omissioni e la corruzione della politica renda “la verità lenta, ma dopo, a volte, essa regala sorprese inattese”.

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