Katowice (dai nostri inviati) – Il libro è scritto. Duecento regole approvate per rendere concreto l’Accordo di Parigi.

C’è voluto un anno di dialogo di Talanoa, e due settimane a Katowice, giorno e notte a negoziare: qualcosa come “noi vi diamo questo, se voi ci date questo”. Muro contro muro, paesi ricchi e paesi poveri, paesi come la Cina, come l’Australia, il Brasile, gli Stati Uniti, la Korea, a far muro contro l’Europa, la Nuova Zelanda, la Colombia, le Isole Marshall… insomma la coalizione degli ambiziosi.  Stati Uniti, Kuwait, Arabia Saudita, Russia a puntare i piedi per evitare che l’Ipcc fosse inserito nel regolamento. Nel mezzo, come sempre, i più vulnerabili, quelli che hanno fretta di applicare l’Accordo di Parigi, che chiedono aiuto, come quelle Fiji che fino a due settimane fa hanno guidato i negoziati e il dialogo di Talanoa.

Ne è uscito fuori un rulebook per alcuni un po’ soft, con parti di non detto o detto in modo light, con altre parti rimandate a settembre, su un tema come il carbon market (i crediti per poter emettere, a cui il Brasile tiene molto).

Un rulebook che rischiava di non esserci affatto. L’Accordo di Parigi ha rischiato di soccombere. Il mondo ha rischiato di tornare al pre-2015. Ma, come dice il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, per fortuna si è dimostrato “resiliente”, evidentemente anche ai cicloni politici.

Presente nel rulebook anche il riferimento a pieno titolo alla scienza e all’IPCC, che entra per formare il dibattito. Ci sono le regole sulla trasparenza, quelle per il calcolo delle emissioni, e il meccanismo dello stocktake, l’appuntamento periodico per rivedere gli impegni complessivi degli Stati. Anche sulla finanza climatica, pur con qualche vaghezza, ci sono elementi positivi.

Lo spirito di Parigi, nelle ultime 36 ore, è risorto. Si è vista persino l’India rinunciare a presentare le sue perplessità sul tema dell’equità nel global stocktake prima dell’approvazione del libro delle regole.

Il documento, dopo notti insonni, è risultato migliore rispetto a quanto cupamente si poteva prevedere leggendo l’ultima bozza del 14 mattina. L’ambiziosa Europa, che commenta a caldo per bocca del commissario per il Clima e l’Energia Miguel Arias Cañete, è soddisfatta.

Sono stati Cina e Europa a trovare il compromesso, tirandosi dietro, l’una buona parte dei paesi in via di sviluppo, e l’altra quelli sviluppati. L’High Ambition Coalition, in cui compare anche l’Italia, che tirava la coperta verso l’alto, per obiettivi sempre più ambiziosi, appunto. E Brasile, USA di Trump, Sud Africa, persino Australia (che ha meritato, anche lei, un premio “Fossil Of The Day” a COP24 per il suo giochino di comprare crediti di carbonio per poter aprire nuove centrali a carbone) e altri stati ancora “fossili”, a tirarla verso il basso.

Do ut des tra Cina e Europa. Così si è arrivati ad avere il libro delle regole, fondamentale per mettere in pratica l’Accordo di Parigi dal 2020.

Si è discusso molto. Questione di soldi, come è facile immaginare, in senso diretto come indiretto. Spinosissima la questione della verifica e trasparenza degli impegni (NDCs – articolo 6 dell’Accordo di Parigi).

Questione di carbon budget, ossia la quantità di “carbonio” massima per ogni stato, sulla quale gli USA volevano eliminare il limite numerico: non ci sarebbe più un riferimento preciso di range entro il quale devono stare i singoli stati. Se è così, non è detto che sia un male terribile: volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, mettere un riferimento numerico in un certo senso autorizza a emettere un tot di carbonio, che domani potrebbe essere troppo.

Questioni di conteggio delle riduzioni delle emissioni, che tutti devono fare allo stesso modo, con responsabilità condivise, ma differenziate a seconda del grado di sviluppo della nazione. Il discorso è che gli stati “in via di sviluppo” vogliono potersi sviluppare, appunto. E questo ancora si traduce in emissioni (pensiamo ad esempio a Cina, India…). L’azione climatica chiede impegni da parte di tutti, (responsabilità condivisa, infatti), ma in modo “differenziato”. L’accordo è raggiunto intorno al concetto di flessibilità decrescente: il mondo tollera gli effetti del tuo sviluppo in termini di emissioni, ma man mano che ti sviluppi, devi ridurle.

Il regolamento c’è. L’Accordo di Parigi è salvo. Ma certo non basta.

Certo è che il lavoro vero inizia ora. Ogni stato deve fare la sua parte, come dice anche il ministro dell’Ambiente norvegese Ola Elvestuen.

Soddisfatto l’Onu. Patrizia Espinosa, capo di UNFCCC, legge il messaggio di Guterres, che ringrazia la Presidenza della COP per “gli enormi sforzi che ha dispiegato per organizzare questa 24a sessione” e “riconoscere l’instancabile lavoro di Patricia Espinosa”. Ringrazia “tutti gli Stati membri per il loro impegno e dedizione dimostrato ancora una volta attraverso innumerevoli ore di lavoro negli ultimi giorni. Katowice ha dimostrato ancora una volta la capacità di resilienza dell’Accordo di Parigi – la nostra solida tabella di marcia per l’azione per il clima. L’approvazione del programma di lavoro sull’accordo di Parigi è la base per un processo di trasformazione che richiederà un’ambizione rafforzata dalla comunità internazionale. La scienza ha chiaramente dimostrato che abbiamo bisogno di maggiore ambizione per sconfiggere il cambiamento climatico. D’ora in poi, le mie 5 priorità saranno: ambizione, ambizione, ambizione, ambizione e ambizione. Ambizione in mitigazione. Ambizione nell’adattamento. Ambizione nella finanza. Ambizione nella cooperazione tecnica e nella creazione di capacità. Ambizione nell’innovazione tecnologica. L’ambizione sarà al centro del Summit sul clima che convocherò a settembre 2019. E l’ambizione deve guidare tutti gli Stati membri mentre preparano i loro contributi determinati a livello nazionale (NDC) per il 2020 al fine di invertire la tendenza attuale in cui il cambiamento climatico è più veloce di noi“.

Di questo avviso è anche il WWF. Maria Grazia Midulla commenta a caldo: “Benvenuti i progressi nel “libro delle regole” per rendere operativo l’accordo di Parigi, e anche i segnali di volontà di aumentare le ambizioni, ma ancora non siamo al livello di accelerazione dell’azione necessario per affrontare l’emergenza climatica”. 

“Abbiamo bisogno che tutti i paesi si impegnino a innalzare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2020, perché è in pericolo il futuro di tutti “, dice Manuel Pulgar-Vidal, Leader internazionale Clima ed Energia del WWF.

 

La lunghissima fase di chiusura della COP24 ha visto anche il lavoro di raccolta delle tante candidature per l’elezione dei componenti dei vari organismi previsti dal Protocollo di Kyoto, ancora in vigore, e dall’Accordo di Parigi.

Il regolamento attuativo dell’Accordo di Parigi è lungo. Va letto e interpretato insieme agli esperti. Ci torniamo su nei prossimi giorni per approfondirne i vari aspetti.

Mentre erano in corso i negoziati, le Fiji che hanno guidato COP23 e il dialogo di talanoa, e la presidenza polacca di COP24, hanno lanciato la “talanoa call for action” per una necessaria “urgente e rapida mobilitazione di tutti gli attori della società a intensificare i loro sforzi al fine di raggiungere gli obiettivi climatici globali concordati a Parigi nel 2015″. La call for action è stata consegnata dai giovani “campioni climatici” Timoci Naulusala delle Figi e Hanna Wojdowska della Polonia.

 

 

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